Mauro Corona.
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L'OMBRA DEL BASTONE.
Romanzo.
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2005 Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un grosso quadernto nero,
datato 1920 e firmato Severino Corona detto Zino,
Giunge tra le mani di Mauro Corona.
  Contiene, in grafia appena leggibile
la confessione di un uomo che il destino o la vendetta
della strega Melissa ha spinto
sulla via della perdizione. Nella solitudine,
tra le pietre e la neve dei monti
che sovrastano il Vajont, la voglia di sesso 
il demone scatenante che fa nascere storie
di violenza e di morte.
   la voglia sfrenata che prende Zino e lo spinge
a desiderare la moglie di Raggio, il suo pi caro amico,
fino alla follia e al deliggo...
  Per la prima volta Mauro Corona si misura con il romanzo
e ci regala una storia d'altri tempi,
racconta con un linguaggio naturale,
duro e carezzevole dove ferocia e piat
sono due facce di quella stessa moneta
gobba che  la vita.
...
Valutazioni.

Storie robuste di uomini e donne di una volta:
una boccata d'ossigeno per la letteratura.
Erri De Luca.

Uno scrittore magico, capace di narrare
storie ciabesche di brusca, elementare realt.
Claudio Magris.

L'OMBRA DEL BASTONE.
A ricordo di Matteo Beretta (Lothar),
che conosceva bene le montagne di Erto.
...
Prologo.

  Il 27 novembre del 2003, di primo pomeriggio, arriv a Erto,
nella mia bottega di scultore, un uomo di mezza et
con in mano un pacco di forma cilindrica avvolto in fogli
di giornale. Mi tese la mano e si present. Proveniva da
San Michele al Tagliamento, un paesotto ai confini della
bassa friulana, ma gi in Veneto.
  Volevo regalarle questo disse iniziando a liberare il
fagotto dai giornali. E continu: Lei  Corona di cognome,
vero?.
  S risposi alquanto incuriosito ma qui siamo quasi
tutti Corona.
Quello che scrive i libri, lo scrittore? domand.
  Ho scritto qualche libro,  vero, ma non significa che
mi senta scrittore a tutti gli effetti dissi per togliermi di
dosso quella pomposa nomea di scrittore che mal sopporto
e soprattutto non merito.
  Ho qualcosa che le pu interessare disse lo sconosciuto
finendo di liberare il misterioso oggetto dai giornali.
  Apparve un cilindro metallico che altro non era se non
una vecchia custodia di maschera antigas, del tutto scrostata
e arrugginita. La apr, ne tir fuori un rotolo. Era un
grosso quaderno protetto da uno straccio a quadri in pessimo
stato di conservazione, legato con dello spago. Me lo
porse. Aveva la copertina nera smangiata agli angoli.
  L'ho trovato in un buco sotto la mangiatoia, nella stalla
di mio padre durante i lavori di restauro per ricavare
dal vecchio fabbricato una casa nuova disse l'uomo. Ho
voluto donarlo a lei. Contiene la storia di un certo Severino
Corona, detto Zino, scritta da lui stesso. Magari  un
suo parente. Naturalmente non l'ho letto tutto, solo qualche
pagina all'inizio, ma da quel poco ho capito che era
un venditore ambulante e proveniva da qui, dal suo paese,
da Erto.
  Estremamente incuriosito cercai di sfogliare il quaderno,
ma molte pagine stavano incollate l'una sull'altra come
amanti fossilizzati. Nonostante la protezione metallica
e gli stracci che lo avevano avvolto per chiss quanti
anni, l'umidit del tempo e il buio avevano infierito in
modo rilevante sulla matita e pure sulla carta, diventata
molto fragile. Ma, separata pagina dopo pagina con la
punta del temperino, cosa che feci subito per le prime
venti, lo scritto era in perfette condizioni. Mancavano, 
vero, delle mezze parole qua e l in qualche angolo dei
fogli. Il racconto tuttavia era cos nitido che si poteva dedurre
benissimo il concetto, se non addirittura la parola
perduta. Il quaderno era grosso, a righe strette, con la copertina
nera. Nella prima pagina poche parole che mi
dettero i brividi: "20 luglio 1920. Fuori fa molto caldo ma
io sento freddo e sento la neve, neve dappertutto".
  Era una grafia minuta, in stampatello. Non vedevo l'ora
di congedare l'insolito benefattore che mi degnava di
un regalo cos pregiato, per mettermi a leggere ci che
aveva scritto lo sconosciuto e ormai defunto mio compaesano
ottantacinque anni prima. Per sdebitarmi, giacch il
foresto non voleva alcun compenso, gli regalai un gufo di
legno abbracciato allo spirito dei boschi. Ne fu contento.
  Lo sconosciuto ogni tanto guardava le montagne e disse
che il posto gli piaceva molto. Con la scusa di bere
qualcosa lo invitai al bar Stella di Sabina per abbreviare le
chiacchiere. Avevo voglia di por mano al quaderno. Volevo
liberarmi di lui. Invece il tempo non si abbrevi n riuscii
a liberarmi di lui. L'uomo era un eccellente bevitore e,
conversando tra un bicchiere e l'altro, tirammo notte. Mi
premeva leggere quelle pagine ma, dopo il quinto rosso,
la sbronza che montava stemper di molto la curiosit e
rimandai tutto al giorno dopo. Si parl del Vajont. Mi disse
che aveva visto lo spettacolo di Paolini e il film di Martinelli.
Quasi a mezzanotte il compagno di bevuta si alz,
tese la mano e, come se avesse ingollato acqua fresca al
posto del vino che avevamo tracannato, si conged.
Mont in macchina e torn nella bassa. Mentre mi porgeva
la mano guardai ancora una volta l'anello che teneva
appeso al collo, infilato in una catenina. Era un piccolo
cerchietto d'oro con una croce sopra. Quando s'accorse
che osservavo incuriosito il monile, senza che glielo chiedessi,
disse: Era di mia nonna, poi di sua figlia, cio di
mia madre. Prima di morire la mamma lo ha dato a me.
Lo tengo come una reliquia concluse. E se ne and.
  Bevetti ancora qualche bicchiere da solo dopodich,
barcollando, mi tirai a dormire sulla panca della mia bottega.
Accanto a me, sul ciocco di larice che mi fa da comodino,
sistemai il quaderno in bella vista per studiarlo con
l'occhio perch, ubriaco com'ero, non volevo nemmeno
sfiorarlo per paura di rovinare le pagine, alcune delle quali
avevano consistenza di cenere. Il giorno successivo mi
levai di buon'ora, accesi la stufa, trangugiai una scodella
di caff col Fernet per togliermi i postumi della sbornia e,
finalmente, presi in mano il misterioso quaderno e iniziai
a scorrerne le pagine.
  Ci misi tre giorni a finirlo. Mano a mano che andavo
avanti mi batteva il cuore per l'emozione. Era una storia
triste e dolce allo stesso tempo, che vagamente avevo sentito
da mio nonno quando ancora ero bambino. La trascrivo
tal quale l'ho letta. Sono intervenuto solo qua e l perch
errori madornali o parole in ertano davano allo scritto
un significato indecifrabile.
  Come ho gi accennato, la prima pagina riportava soltanto
una data e una frase: "20 luglio 1920. Fuori fa molto
caldo ma io sento freddo e sento la neve, neve
dappertutto".
  Arbitrariamente mi sono intromesso nel testo con numerosi
interventi che almeno un poco, e nei casi pi necessari,
ristabilissero una certa aderenza all'ortografia,
soprattutto per quanto riguarda punteggiatura, apostrofi e
accenti, ma senza esagerare. Cos  stato anche per le doppie,
che in pratica non esistevano. Ne ho aggiunte molte.
Ma tante parole, prive di doppie, le ho lasciate com'erano
perch, mutilate di una sorella gemella mi sembrava, o
forse avevo solo l'illusione, che s'arricchissero di innocente
poesia. Ho lasciato, cos com'erano scritti, anche i verbi,
che lui usa quasi sempre al singolare anche quando andrebbero
al plurale. Ho collocato tra parentesi la traduzione
delle parole che nel testo erano in ertano. Sono stato
costretto a farlo perch risultavano indecifrabili. Mi sono
anche permesso di effettuare degli stacchi di capitolo tra
un argomento e l'altro. Ho separato i brani con gli spazi
necessari. Ho effettuato molti a capo perch Zino, nel suo
italiano primitivo ed essenziale come colpi d'ascia, aveva
tirato dritto dall'inizio alla fine come se non volesse mai
riprendere fiato, per paura di non finire in tempo. Tra le
ultime pagine del quaderno ne occhieggiava una strappata.
Chiss perch, pensai, l'aveva strappata.
  L'uomo, dopo la frase della neve in prima pagina che
ripeter in sguito, iniziava dichiarando i suoi dati.
...
Racconto.

  Mi chiamo Severino Corona detto Zino. Sono nato a Erto
il 13 settembre 1879 ed ho vissuto sempre in questa terra
salvatica e ripida che non d niente di buono solo fatica
ma che a me mi piace tanto. Che sia una terra trista e senza
Dio l'ho capito anni dopo quando sono andato a vendere
robe di legno nel Friuli e ho conosciuto quelle pianure
ricche di tutto e piene di bestiame. Ma questo 
successo che avevo gi quarant'anni e non sarei mai andato
via dalla mia casa se non fusse stato per forza maggiore.
Non  niente di peggio che abandonare la sua patria
dove si  nati e vissuti, e stati coi genitori, e i amici, e nei
boschi a fare legna, e nei prati a falciare l'erba, e guardare
a venire l'autunno, e aspettare Natale vicino al fuoco. E
anche portare San Bartolomeo di legno per le vie del paese
e altre cose che adesso non mi vengono in mente ma
non per questo meno belle. La gente sta bene a casa sua
ma non sempre si pu stare. Io invidio chi pu farlo e mi
fanno anche rabbia perch si lamentano sempre e dicono
che vorrebbero andare via e non sanno invece la fortuna
che hanno a stare l. Quando volti la schiena al tuo paese
 da piangere. Non si dovrebbe mai andar via di casa sua.
Ho un fratello otto anni pi giovane di me che si chiama
Sebastiano detto Bastianin de la smita perch fa il fabbro
e la smita in ertano  la forgia. Mentre sto scrivendo
questa verit in cielo il sole  alto. Sono tornato qui anche
l'ultimo Natale, fuori era un metro di neve e faceva un
freddo da far cadere gli uccelli. Era scoppiati i faggi per il
gran freddo e io ero tornato al mio paese per vedere ancora
una volta il Natale. Mi fermai solo qualche giorno poi
tornai nella bassa del Friuli dove vago da mesi, da quel
giorno maledetto che ho dovuto andare via perch mi correva
dietro i rimorsi come cani che volevano mangiarmi
vivo. Non torner mai pi in questo paese, ma con la testa
torner, perch mi penso sempre di lui, giorno e notte.

  Io e mio fratello Bastianin siamo rimasti orfani ancora
giovani. Avevo quindici anni e lui sette quando mor nostro
padre Zolian. Fu trovato sul sentiero dei carbonai con
la testa spaccata in diversi punti. Era stato ucciso e per
questa uccisione misero in galera uno della frazione Pineda
che si fece venti anni nella prigione di Udine. Intanto
in quel periodo a Erto sul col delle Cavalle viveva un uomo
che torniva il legno e, dopo morto nostro padre, cantava
una canzone ma solo quando era ubriaco. Diceva pi o
meno cos: "Tu cercherai la luna all'altro polo nessuno lo
sapr perch fui solo". Infatti nessuno lo sapeva e nemmeno
sospettava che fusse stato lui a copare nostro padre.
  Lo confess in punto di morte al prete del paese. Lo fece
chiamare e gli disse che era stato lui a copare Giuliano
Corona detto Zolian della Cuaga. E gli disse anche come.
Lo aveva copato col pilt, una mazza tonda di carpino, a
manico corto, usata per pestare il grano.  uguale a quella
del pestasale ma cinque volte pi grande. Le faceva lui
quelle mazze, sul tornio. Era uno specialista di tornio e faceva
soprattutto i pilt. Il prete gli domand perch aveva
copato Zolian della Cuaga. Lui gli rispose che era storie di
donne ma non and oltre. Io penso che gli piaceva nostra
madre ma lei non voleva saperne perch aveva gi il suo
Zolian, nostro padre, allora quello delle Cavalle pens bene
di renderla vedova per poi prendersela lui. Ma la manovra
non gli riusc perch nostra madre, che si chiamava
Lucia come sua nonna, mor pochi mesi dopo di crepacuore
e malattia. Cos quel farabutto ne aveva copato due
in un colpo solo. E non aveva fatto nianche un giorno di
galera invece quello di Pineda aveva fatto venti anni. Lo
misero dentro lui perch trovava sempre da dire con nostro
padre per via di certi confini sulla costa della Cuaga
dove si abitava prima perch oggi abitiamo un po' pi in
su, vicino al paese. Lo aveva anche minacciato nell'osteria
di Pilin che a quei tempi si chiamava il Merlo Bianco perch
avevano un merlo bianco nella gabbia. Quel giorno
che mor nostro padre molti testimoni di Casso videro
l'uomo di Pineda arrivare in paese dal sentiero dei carbonai
con un fascio di bastoni per i fagioli. Era il mese di
giugno e si andava a bastoni da fagioli. Cos incolparono
lui, dissero che lo aveva colpito con la ronca per tagliare i
bastoni ma io credo che se avessero guardato bene forse
avrebbero capito che i colpi che aveva copato nostro padre
sulla testa non era ronca. Ma aveva le braghe sporche
di sangue, quello di Pineda, e nissuno gli cred che fusse
il sangue di un camoscio che aveva preso due giorni prima
e venduto intero a un foresto che pass per caso con
un carretto pieno di sementi tirato dal cavallo. Cos  il
destino che a volte condanna le persone innocenti. E se
quel farabutto delle Cavalle non si fusse ammalato e tirato
in punto di morte dalla malattia, non avrebbe detto niente,
e quello di Pineda, che si pu anche dire il nome si
chiamava Giulio, sarebbe morto in galera. Che razza di vigliacco!
Ha distrutto la nostra famiglia e quella di un altro
perch Giulio da Pineda era sposato e aveva anche due figlie
piccole.  stato venti anni senza vederle e sua moglie
non l'ha nianche pi veduta perch povera anima mor di
tubercolosi dodici anni dopo che l'avevano messo dentro.
  Nostra madre invece mor quasi subito di crepacuore ed altre
cose brutte che gli fece buttar su sangue. Non sopportava
l'idea di vivere senza il suo Zolian e nianche quella
che gli abbino spaccato la testa a tradimento. A tradimento,
dico, e lo penso anche, perch nostro padre era uno
forte e deciso e se si fusse trovato di fronte anche un toro
che voleva fargli del male lo avrebbe messo a terra.
Coparlo no perch nostro padre non era capace di copare
nianche una rana. Nel mese di marzo quando pioveva e
andavamo a rane nel Vajont e ne prendevamo anche due
secchie, lui non voleva mai coparle e spelarle. Diceva che
non aveva coraggio di impiantargli la brtola (coltello a
serramanico) e tirare. Non riusciva. Allora ci mettevamo
noi due fratelli aiutati da nostra madre che era buona e
piangeva per niente come una vitellina ma copava le rane
come niente fusse.
  Dopo morto nostro padre nostra madre cal il mangiare
fin che non mangi pi niente. E noi a dirgli mangia mamma
se no muori ma lei niente, non mangiava. E mentre
piangeva e dismagriva ogni giorno di pi quello del col
delle Cavalle cantava tu cercherai la luna all'altro polo. E
veniva a casa a chiedere a nostra madre se aveva bisogno
di qualcosa. Gli piaceva nostra madre e voleva come conquistarla,
ma lei non voleva saperne n di lui n di altri uomini
pi. Era solo Zolian il suo uomo, o lui o niente.

  Una volta quello delle Cavalle mi mise anche una mano
sulla spalla e mi disse di avere coraggio e fare il bravo che
adesso che nostro padre era morto diventavo io capofamiglia.
Io gli risposi che non capivo come si potesse rivare a
copare una persona a uso un coniglio con colpi sulla testa.
E mi misi a offendere quello di Pineda che stava in galera a
Udine. Ancora non sapevo che copare un uomo qualche
volta  pi facile che spelare una rana, e nianche immaginavo
lontanamente che l'assassino di nostro padre mi poggiava
una mano sulla spalla e mi diceva di fare il bravo. Se
lo avessi saputo giuro che in quel momento, ma anche anni
dopo, gli avrei impiantato un coltello nella pancia per
quel che aveva fatto, e per il dolore di nostra madre e la rovina
della nostra famiglia.
  Il pi di tutti pat mio fratello piccolo che si trov spaesato
senza suo padre. Io cercavo di straviarlo e lo portavo con
me in giro per i pascoli della montagna e d'inverno a fare
lavori nella stalla o trascinare letame con la slitta sui prati
pieni di neve. Veniva volentieri, non diceva mai di no ma
taceva sempre e la sera prima di addormentarsi sentivo
che piangeva piano. Poveretto gli mancava suo padre e
tribolava ma non diceva nulla a nissuno, nianche a nostra
madre fin quando fu viva. A vederlo cos piangevo anch'io
qualche volta senza farmi vedere ma dopo un po'
reagivo e tacevo perch non si poteva piangere tutti tre.

  Una sera venne di nuovo a casa nostra quello che cantava
tu cercherai la luna e vide che nostra mamma non stava
bene allora disse che se voleva sarebbe restato a farci compagnia
e fare i lavori pesanti anche per sempre. Ma nostra
madre gli disse di no e pur che andasse via disse che in caso
avesse avuto di bisogno lo avrebbe mandato a chiamare.
Ma non ebbe bisogno di mandarlo a chiamare perch
dopo una settimana mor. Era il 26 aprile del 1895, nianche
un anno dopo che avevano copato nostro padre. Era
verso sera, avevamo appena detto il rosario e in casa stava
un poche di vecchie venute gi alla Cuaga, dove si abitava,
dalla contrada San Rocco. Quelle vecchie accesero una
candela la misero davanti alla croce e quella pi vecchia
avvi un altro rosario. Nostra madre rispondeva appena
alle Ave Marie e era bianca che la neve  nera al confronto,
e ogni tanto andava nella stalla e tornava subito dopo ancora
pi bianca. Quando passava davanti la candela si poteva
vedergli le coste sollevarsi e battere il cuore dentro
tanto era magra e fina. A un certo punto gli venne da tossire
intanto che dicevano le Ave Marie. Tir fuori dalla tasca
un fazoletto e mi accorsi che era sporco di sangue. Per
quello andava nella stalla, non voleva farsi vedere a sputare
sangue pensai. Ma in quel momento non fece in tempo
ad andare nella stalla perch gli venne un sbuffo improviso
di sangue che allag il pavimento di legno. Nostra
madre guard verso noi due poi si pieg sulle gambe e si
rovesci indietro mentre le vecchie ancora brusigavano
(bisbigliavano) litanie. Ma quando videro nostra madre
per terra smisero di dire litanie e la presero, e la tirarono
su, e la misero sulla panca del focolare. Una gli sciugava
la bocca dal sangue, le altre la chiamava Lucia cosa fai?
Ma nostra madre non rispondeva pi perch ormai era
morta. E noi due io e mio fratello seduti sull'altra panca a
dire il rosario anche noi e a sentire tutto, e dopo a vedere
nostra madre morta. Mi prese un dolore che mi pareva
che qualcuno mi stringesse il collo con due dita e mi sentivo
soffocare. Mio fratello Bastianin piangeva ma pi che
altro perch era spaventato dal sangue io credo. Io invece
piangevo perch avevo capito che nostra madre non era
pi. E se non lo avevo capito me lo disse una di quelle
vecchie. Vostra orna (mamma) l' andata in Paradis ci
disse sottovoce a me e mio fratello. S, poteva andare in
paradiso che se lo era meritato povera nostra madre.
  Due giorni dopo la sepellirono accanto a nostro padre e
per metterli assieme spostarono due metri pi in su un
morto che nel frattempo era morto. Cos potevano stare
uniti per sempre, adesso nissuno poteva pi dividerli e
tanto meno la morte anzi, la morte li aveva uniti. Mi fa
paura pensare che per stare uniti si deva morire ma  cos.
La morte unisce quel che i uomini separa. E ho da dire che
i uomini separa sempre quel che  bello perch  pieni di
invidia.

  Dal giorno del funerale una nostra zia si stabil da noi per
darci una mano. Ci faceva da padre e madre e era molto
brava e buona solo che gli piaceva bere. Se ne avesse avuto
avrebbe bevuto vino tutti i giorni ma non ne aveva tutti
i giorni cos doveva fare a meno per forza e questo la salvava,
gli slungava la vita. Ma ogni tanto ne trovava e allora
beveva e dopo aver bevuto diventava rossa in faccia e
si metteva a cantare sempre la stessa canzone. "Vata ciava
'sto mondo da merda che me ne vado nel mondo di l"
cos cantava. Era stufa povera donna di questo mondo,
voleva andarsene al pi presto in quello di l. Avr avuto
cinquanta anni ed era pi vecchia di nostra madre. In mezzo
ce n'era un'altra che era andata a fare la serva a Milano
in una famiglia. Venne solo per il funerale di nostra madre
e torn via.
  Io avevo fatto solo fino alla quarta elementare ma quando
andavo a scuola prendevo bravo in tutte le materie,
mio fratello invece solo la terza e prendeva pochi lodevoli.
  Prima di mettere nostra mamma nella cassa la zia che
beveva gli tir fuori un anellino da un dito della mano destra
e lo consegn a me. Era un cerchietto d'oro con una
piccola croce sopra. Me lo infilai nel dito pi grosso e non
lo tolsi pi se non dopo i quaranta anni. Man mano che
crescevo lo spostavo fin che fin nel dito piccolo. La nostra
povera madre aveva nei diti anche la fede sua e quella di
nostro padre morto e la zia gli tir fuori anche quelli ma
disse che ce li avrebbe dati quando si sarebbe stati pi
grandi. A tirarglieli fuori non fece nissuna fatica perch
nostra madre ormai aveva fatto i diti fini come stecchi.
I giorni che seguirono furono cattivi per noi due fratelli.
  Senza pi n padre n madre eravamo fiacchi e tristi e Bastianin
piangeva sempre. Per fortuna c'era la zia, che anche
se ogni tanto beveva per noi era un angelo.

  Vicino alla nostra casa in cima alla rampa della Cuaga viveva
un fabbro molto bravo che si diceva sapesse fare le
ali alle mosche da tanto era bravo. Si chiamava Filippin
Giordano detto Mano del Conte, aveva fatto lui il grande
portone in ferro battuto nel cimitero di Erto, dove stava i
nostri genitori. Questo fabbro un giorno venne da noi e
disse alla zia bevitrice che voleva prendersi in consegna
Bastianin e insegnargli il suo mestiere. Bastianin fece ancora
mezzo anno di scuola poi cominci a girare la forgia
da Mano del Conte. Io davo aiuto a la vecchia nel governare
le due mucche di nostra madre e le tredici capre che
avevamo e che piano piano aumentarono fin che, quando
successe il fatto, ne pascolavo pi di cento. Altrettante le
avevo vendute qua e l, trenta in un sol colpo a Bia Zoldan
di Cellino. Avevo preso qualche soldo con le mie capre
e tutto andava bene fin che non rivo lei. Ma corro
troppo devo tornare indietro.
  Bastianin si trov subito bene dal fabbro del Conte e impar
presto a battere il ferro. Era un canajut magrolino e
mi faceva gran pena quando andavo a trovarlo e compariva
nero di fuliggine come uno spazacamino. L'officina di
Mano del Conte si trovava appena sotto la chiesa dove
inizia la discesa per la Cuaga. Dico si trovava perch mi
sembra tutto perso, perch io non faccio pi parte del mio
paese, ho la morte sulla spalla, e sono tornato solo per vedere
ancora una volta la mia casa. Per la fucina  sempre
l e Mano del Conte lavora pacifico anche se ormai  vecchio
e vede poco. Bastianin aveva messo su fucina gi sul
torrente Vajont, vicino all'osteria del Bondi, nella vecchia
stalla del nonno. Siccome era solo faceva battere il maglio
dalla ruota del mulino che sollevava il mantice e faceva
girare la trivella. L'acqua  buona e aiuta a far tutto ma
quando sin rabbia fa anche del male.

Intanto che dico questa verit, Bastianin ha ormai trentaquattro
anni e non  sposato e dove sta adesso, non credo
che si sposi pi. A dire giusto una morosa l'aveva avuta
ma fin nel manicomio di Pergine Valsugana. La causa
della sua pazzia dicono che fu un giovane della frazione
Valdapont per gelosia. Quella donna, che aveva ventiotto
anni, gli piaceva a lui ma a lei gli piaceva mio fratello Bastianin.
Allora il giovane di Erto con un trucco gli fece bere
la belladonna alla morosa di mio fratello per farla morire.
Invece non mor perch era forte come 'na manza per
divent matta e tac a fare gesti da matta e a vedere visioni.
Vedeva presempio i becchi delle mie capre che suonava
il piffero e le capre inginocchiate che li scoltava. Vedeva
anche lo scalpellino Jaco dal Cuch passare nel cielo su
un cavallo volante, e uccelli senza ali che andava a piedi.
E poi vedeva sempre la morte ubriaca che non si ricordava
chi andare a prendere. La belladonna  questa, se non
muori, a mangiarla diventi matto a vita. La morosa di mio
fratello viveva ormai nel suo mondo di spiriti maligni ma
finch vedeva solo quelli era niente. La vergogna fu quando
tac a tirarsi su le cotale e mostrargliela a tutti. Allora
la presero e la portarono nel manicomio di Pergine vicino
a Trento perch in quello di Feltre, che  verso Belluno,
non avevano posto tanto era pieno di matti. Mi cont mio
fratello che la legavano perch era sempre pi fuori. Dalla
belladonna non si torna indietro, si resta matti per sempre.
Finch una notte che stava ancora legata mor soffocata
dal lenzuolo che durante le convulsioni gli aveva girato
intorno al collo. Era passati tre anni da quando
l'avevano chiusa dentro. Povera Alba era cos buona e bella
prima che quel farabuto gli dasse la belladonna. Ma
adesso torno all'inizio.

  Il primo lavoro importante che fece mio fratello Bastianin
da Mano del Conte fu una croce in ferro da mettere sulla
tomba di nostra madre. La batt fuori tre anni dopo che
lavorava dal fabbro quando ne aveva compiuti dieci. Era
due lame di ferro larghe tre dita con ricci alle punte e tutto
torno una corona di foglie che parevano, secondo me, foglie
di faggio. Erano assai semplici un po' fatte male ma
per me era una bella croce. Mano del Conte lo lasci fare
tutto da solo e non si mise in mezzo per fargli le foglie lui
perch mi disse che se gli fai tu le robe uno non impara
mai a farle da solo. Invece cos, l'anno che viene Bastianin
si accorger che le foglie non sono belle e le prossime le
far meglio. Ma deve passare almeno un anno perch uno
si accorga che quello che ha fatto l'anno prima non va bene.
 l'esperienza. Cos mi disse Mano del Conte ma io
credo che uno si pu accorgere anche prima se ha sbagliato
qualcosa, e che tanti invece non si accorge nianche se
passa cento anni perch credono di essere Dio e di far
sempre tutto giusto.
  Il secondo lavoro di mio fratello fu ancora una croce. La
batt fuori subito dopo quella di nostra madre ma senza
foglie. Era per la povera Filomena, che dieci anni prima il
suo moroso l'aveva buttata nel burrone di Val Zemola gravida
di nove mesi perch lui aveva un'altra. Ma se aveva
un'altra poteva lasciar vivere anche Filomena. Bastava che
gli dicesse addio e dirgli non ti voglio pi e lei si sarebbe
arrangiata lo stesso. Invece la cop perch lei gli intrigava
all'altra. Cos dopo dieci anni che era morta venne una
vecchietta dal Mano del Conte per fargli fare la croce a Filomena
nei dieci anni che era morta. Era stata copata l'8
novembre del 1886 e io, anche se avevo solo sette anni, mi
ricordo che in paese tutti parlava di quel fatto. Ma il farabuto
non se la god perch fin in galera dove anche mor.
Mio fratello Bastianin scrisse il nome di Filomena e il cognome
sulla croce, che era sempre due lame di ferro tenute
insieme da un chiodo ribadito. Lo scrisse col bulino a forza
di puntini. Ma non fece le foglie perch disse che quelle
era solo per nostra madre e per nissun altro. Bastianin fece
ancora tante croci per morti, anche per nostro padre, ma
nessuna pi con foglie. Mi ricordo una per un certo Corona
Domenico Menin morto in guerra sul Pai Piccolo, nel
'17. Era una croce sempre in lame di ferro con attorno un
cerchio dal quale spuntavano spine come fusse la corona
di Cristo. Perch mi disse Bastianin, prima di morire quell'uomo
di sicuro aveva tribolato. Ma quella croce la fece
che era gi grande e bravo perch nel '17 Bastianin aveva
trenta anni. Dopo morta nostra madre io tacai a fare come
al posto di nostro padre cio legna, fieno, vangare i campi,
mettere le patate ed i fagioli. Avevo due orti grandi sul col
delle Acacie, confinanti coi terreni di Felice Corona Menin
che era nato nello stesso anno mio e eravamo molto amici.
Era fratello di quello morto sul Pai Piccolo. Ma per capire
bene devo dire dal principio tutta la mia vita.

  A diciasette anni mi tocc un fatto bello e brutto. Venivo
fuori dalla Val Zemola dove avevo lasciato le mie capre a
pascolare sulla Palazza appena falciata. Quando il fieno
dei prati alti era stato tagliato si poteva mandare su i animali
a mangiare le lacrime di erba che erano i ciuffi rimasti
per caso fuori dal filo della falce. I padroni dei fondi
non diceva niente se si lasciava libere le capre dopo il primo
taglio ma solo per quindici giorni, perch dopo cresceva
il secondo taglio che si chiama erba dorch.
  Insomma era la fine di luglio e come ho detto tornavo
dalla Val Zemola. Era verso sera ma non ancora scuro.
Prima di venire gi in paese passai davanti alla stalla di
un vecchio che aveva cinque vacche e perch ne aveva
cinque era visto come uno dei pi possidenti e dei pi ricchi.
Siccome avevo gran sete passai di l per abbeverarmi
alla fontana che riempiva il mastello di legno. Ma appena
fui nel cortile de la stalla vidi una scena che mi impression.
Una donna di circa trentacinque anni, che era la figlia
del vecchio, con il badile picchiava a pi non posso
un cane ed una cagnetta piccola che era rimasti attaccati
dopo che il cane gli aveva montato su a la cagnolina. Io gli
dissi cosa fai ma lei pareva nianche sentirmi e continuava
a badilare i cani col badile di piatto perch si staccasse.
Ma i cani non si staccava perch per tirarsi via uno dall'altro
ci vuole che passi un po' di tempo o buttargli una secchia
d'acqua fredda perch fanno come un groppo. Urlavano
per le badilate e il cane tirava di qua per scappare e
la cagnolina tirava di l per scappare anche lei ma, sicome
erano attaccati, non si muoveva n l'uno n l'altro. Pieni
di paura si buttarono per terra con le zampe in aria come
a fermare il badile ma sempre attacati. Allora la donna si
ferm di badilare e si accorse di me e quasi come vergognata,
rossa in viso, coi capelli per aria, puntando un dito
verso i cani tac a dirmi che era due sporcaccioni, due
vergognosi due maledetti e la cagnolina la chiamava troia
e il cane lo chiamava sporco.
  Poi come per incanto divent buona e avvicinandosi a
me mi disse: Vuoi che proviamo anche noi due a fare come
i cani?. Io non sapevo niente di quelle robe, non le
avevo mai fatte anche se avevo visto il toro montargli su a
la vacca sotto il portico di Stoc dove i ertani menava le
vacche al toro. Noi canajs, per vedere come faceva il toro
con la vacca ci si metteva a spiare sopra il muro di San
Rocco. E poi si faceva quelle robe con le mani, di nascosto,
ma mai con 'na donna.
  Invece quella mi prese per un braccio e mi tir nella stalla
e continuava a dirmi: Proviamo anche noi a fare come i
cani. Allora, piuttosto impaurito perch aveva chiuso la
porta col gancio, per salvarmi gli dissi che se facevamo cos
diventavamo anche noi sporcaccioni e vergognosi come
i cani che nel frattempo poveretti si era staccati e scappati
via. Ma lei niente, mi mise sulla panca si tir su le cotale e
mi mont sopra che avevo ancora le braghe vestite.
  Ma poi quando si accorse che era il momento giusto mi
tir gi le braghe e mi insegn a fare quello che facevano
poco prima i cani e io avevo paura di restare attaccato a lei.
  Invece non restai attaccato e dapprima sentii un po' di
male poi sentii bene finch non fin. E dopo me lo fece fare
ancora un'altra volta. Mi disse che per essere cos giovane
lo avevo grande e mi vergognai. Non mi lasciava pi andar
via intanto era venuto buio e lei accese il lampione e
lo mise sulla finestra e poi mi salt addosso ancora una
volta. Dopo finito disse che mi avrebbe insegnato lei come
stare pi a lungo perch mi disse che ero troppo veloce
ma era perch ero giovane, mi spieg. Al confronto di
quando badilava i cani era diventata buona e mi piaceva
propio fare quelle robe con lei.
  Ma ad un certo punto torn cattiva di colpo e guardandomi
fisso in faccia alzando la luce del lampione, mi disse
che se aprivo la bocca con qualcuno di quello che avevamo
fatto mi avrebbe copato come un rospo. Ma invece se
stavo zitto disse che avrei potuto far quelle robe sempre,
ogni volta che volevo ma solo con lei. E infatti le feci per
molto tempo. Mi aveva come stregato e ogni sera andavo
da lei nella stalla. A volte ci si trovava anche nei boschi
della Val Zemola a fare quelle robe. Una volta vidi del
sangue e mi spaventai ma lei disse di non spaventarmi
che era normale e che anche le cagnette ogni tanti mesi lasciava
in terra gocce di sangue. Col tempo mi insegn a
stare calmo e prima di farlo mi faceva sempre pisciare
perch diceva che vuoti si dura di pi. Da quella volta mi
 rimasto come una regola fissa e sempre quando sono
stato con una donna, prima ho pisciato.
  Dopo quasi un anno che mi incontravo con lei avevo imparato
bene a fare quelle robe perch era brava e paziente
a insegnarmi. Solo ogni tanto mi diceva che era pericolo
ma non mi spiegava che pericolo era. Una volta che aveva
ancora sangue mi disse che nelle donne gli viene fuori
ogni mese e che per due tre giorni mi toccava aver pazienza
ma che dopo mi avrebbe insegnato una roba. Infatti
me la insegn una sera ancora quando ero alle prime
esperienze. Si mise seduta sulla mangiatoia dei vitelli con
la schiena poggiata al muro e slarg le gambe e mi disse
di avvicinarmi. Mi avvicinai. Lei con un scatto mi prese
la testa e me la spinse in mezzo alle sue gambe, ma su, in
cima, e mi disse di fare come quando gli davo i baci perch
mi aveva insegnato anche a dare quelli. Ma non capivo
bene allora mi disse di fare come quando le capre lecca
il sale nella scodella di legno. Dovevo fare ogni volta
quello che voleva lei, e le robe nuove quasi sempre da
prima non mi piaceva poi, dopo qualche volta che le facevo,
tacava a piacermi. Da quella sera che quasi mi soffocava
tra le sue gambe mi tocc fare ogni volta come le capre
quando lecca il sale nella scodella prima di fare
quelle robe.
  Era quasi un anno ormai che andavo a incontrarla nella
stalla o nei prati o nei boschi o anche a casa sua, quando
sua mamma, che era vecchia e quasi senza memoria,
andava a dormire. Suo padre dormiva nella stalla in compagnia
delle sue vacche.
  Un giorno mi disse di non andare pi a cercarla per qualche
tempo che dopo mi avrebbe chiamato lei. Ma io non
obbedii e un giorno verso sera andai su nella stalla per vedere
se c'era. Eravamo a giugno e la gente tornava dai
prati tagliati di fieno, e l'odore del fieno girava per la valle
indaffarato anche lui come la gente. Allora per rivare alla
stalla feci un giro pi lungo perch non fussi visto da
nissuno.
  Quando rivai vicino alla stalla mi accorsi che dentro era
pi luce di sempre ed intanto mi rivarono voci. Mi nascosi
dietro la stalla e spettai un poco ma nissuno veniva fuori
n andava dentro. Allora mi tolsi i scufns (scarpetti di
pezza) dai piedi per non far rumore e mi avicinai alla stalla
e poi alla finestra che era subito in parte la porta. E
guardai all'interno dal canton basso. Dentro era tre persone
tutte donne ed invece che un lampione solo come sempre,
era tre lampioni come le donne, tutti accesi. La donna
che mi aveva insegnato a fare quelle robe era messa gi
per lungo su un tavolo con le cotole tirate su e le gambe
aperte. Mi accorsi che era lei perch aveva la testa tirata
su, poggiata su un secchio di traverso e guardava verso la
sua pancia. Una donna in piedi teneva il lampione vicino,
mentre una vecchia inginocchiata davanti alle gambe della
mia maestra gli rovistava con un ferro da maglia dentro
per la sua cosa. Presi paura ma guardai lo stesso ancora
un poco perch non capivo propio cosa volesse dire quella
operazione. Pensai che fusse malata e che gli stessero tirando
fuori qualcosa che gli era andato dentro. Ma poi
scappai perch mi sembr che lei non guardasse pi verso
la sua pancia ma fuori, verso la finestra e che si fusse accorta
di me.
  Tornai a casa e non raccontai niente a nissuno ma dopo
due giorni tutti in paese diceva che l'avevano portata all'ospedale
in punto di morte. A me mi dispiaceva di lei,
ma non potevo dire perch mi dispiaceva allora domandai
a mia zia che beveva cosa avesse avuto quella donna.
La polmonite mi rispose. Ha preso una corrente e gli 
venuta la polmonite. Io non gli dissi niente di quello che
avevo visto cio della vecchia che gli rovistava dentro con
un ferro da maglia e che forse per quello era finita all'ospedale.
E non versi bocca nianche quando rivarono i
gendarmi in paese a chiedere informazioni e poi, me lo
disse mia zia, andarono anche all'ospedale a vedere di lei
e a fargli domande di non so che. Tutti ne parlava in paese
di questa storia dei gendarmi andati all'ospedale e di lei
che era stata in punto di morte. Ma poi non si disse pi
niente n i gendarmi torn pi.
  La rividi dopo un mese bianca che il latte a confronto era
scuro, e anche magra e deboia, mi sembr. Era seria e parlava
poco ma a dir la verit non parlava tanto nianche prima
che la portassero all'ospedale. Mi disse che era stata
male e che appena si era messa a posto mi avrebbe chiamato
ma per un po' non mi chiamava perch non poteva
fare ancora quelle robe. Gli chiesi se aveva avuto la polmonite
come diceva mia zia ubriacona e lei rispose di s, e
che era stata l per morire con quella polmonite ma che
adesso era guarita e potevamo tornare a fare quelle robe
che adesso non era pi pericolo che gli tornasse la polmonite
mai pi.
  Solo quando fui pi grande verso i venti e passa anni
capii che polmonite avesse avuto e cosa significava pericolo.
Era pericolo che restasse gravida e quella volta, credo,
era rimasta gravida con me.
  Ci trovammo ancora, dopo qualche tempo, ma non fu
pi uguale a prima. Era rotto come qualcosa dentro di lei,
perch era sempre triste e faceva quelle robe quasi per forza,
come per farmi un piacere a me. Allora io, che oramai
avevo passato i diciotto, pian piano non andai pi a cercarla
anche perch la vecchia zia che beveva disse una sera
che la gente diceva in giro che quella donna mi aveva
rovinato me, e che io avevo rovinato lei. Non pensavo che
ero stato io a rovinarla ma lei di sicuro non mi aveva rovinato
anzi mi aveva fatto del bene. Che l'avevo rovinata lo
capii solo da grande perch lei non diceva mai niente dei
suoi affari nianche a me. E poi che ne sapevo io di quei pericoli?
E non  nianche detto che sia stato io a fargli quel
male che si diceva in giro perch mia zia, un giorno che
era cioca, disse che quella aveva uomini come formiche
nel formicaio, che era una di quelle, che gli piaceva i uomini,
che andava anche col prete che era un bell'uomo alto
e biondo e spaccava legne d'inverno fuori della canonica
in canottiera come fusse luglio. Ma tutti in paese diceva
che andava col prete non solo mia zia.
  Aveva anche una specie di moroso un uomo pi vecchio
di lei che gli girava intorno e che pareva pi suo padre
che suo moroso, ma da quel che vidi e sentii un giorno
sulla piazza del paese non mi sembr che lei lo stimasse
molto. Era insieme loro due e altre persone davanti all'osteria
del Merlo Bianco di Pilin. Pass il prete don Chino
Planco, alto e fiero e li salut. Loro risposero al saluto ma
quando il prete fu pi in l lui, il moroso, gli tir fuori ancora
una volta la storia che lei andava col prete. Allora lei
rossa in faccia a uso fiamme di fuoco, urlando come una
furia gli rispose: S vado col prete perch ce l'ha pi duro
lui quando lo tira fuori che tu quando lo metti dentro.
Lui gli moll una sberla che gli fece correre il sangue di
naso ma lei dopo che si pul il sangue con la mano, e vide
che sulla mano era sangue, gli tir un calcio nei coioni che
dal male si pieg fino in terra. Dopo lui voleva coparla a
pugni e calci, e se non fusse intervenuti gli altri a bloccarlo
l'avrebbe copata. Era cos quella, nissuno la domava e
non aveva paura di niente.
  Ogni tanto la vedevo ancora ma solo per parlare e sempre
mi diceva la stessa frase anche diverso tempo dopo.
Mio figlio oggi avrebbe tre anni, mio figlio oggi avrebbe
quattro anni sempre cos diceva. E ogni anno che passava
aggiungeva un anno a questo figlio che non aveva mai
avuto. Mi disse che era morto quando ancora gli stava
dentro la pancia ma da grande ragionai e capii che invece
dalla pancia gliel'aveva tirato fuori quella vecchia col ferro
da maglia. A me mi dispiaceva vederla sempre avvilita.
Se avessi immaginato che quel figlio che lei diceva poteva
essere mio, non so cosa avrei combinato contro quella maledetta
vecchia che copava bambini col ferro da maglia
perch non nascesse. Ma questo lo pensai solo quando fui
grande ed il ricordo di lei ormai era sbiadito come un'erba
secca.

  Avevo ventiun anni quando successe la morte della mia
maestra e fu mia zia la prima a dirmi. Mi disse che era
successa una disgrazia, che avevano trovato Maddalena
Mora impiccata nel trave della stalla. Si accorsero perch
non l'avevano veduta da due giorni e le sue vacche chiamava
da fame. Allora buttarono dentro la porta della stalla
e lei era l, viola appesa per il collo con la corda da fieno,
dritta come un albero attaccato per i rami con le radici
in gi. Quanto mi dispiacque della mia maestra! E secondo
me fu tutto per quel figlio che aveva avuto dentro e
non aveva mai fatto venir fuori perch la vecchia l'aveva
forato in anticipo col ferro da maglia.
  Prima di impiccarsi aveva lasciato scritto sul fondo di
una mastella del latte con il lapis copiativo delle parole
che dicevano cos: "Chi copa deve coparsi".
  La storia della mastella gli interess a mia zia che l'aveva
sentita dire dalla gente. Allora mia zia si fece dare la
mastella per ricordo e la port a casa e la mise in piedi sopra
il cantonale di sinistra come memoria di lei. Alla base
della mastella poggi anche i anelli da sposi di nostra madre
e di nostro padre. Io ogni tanto andavo a vedere quelle
parole e mi impressionavo sempre di quel che aveva
scritto e cio che uno che copa un altro poi deve coparsi
lui. Ma guardavo anche i anelli dei miei genitori e ogni
volta mi veniva il groppo.
  Fu fatto il funerale senza don Planco perch a quelli che
si copava non gli davano il prete. La seppellirono nell'angolo
in alto del cimitero dove si metteva le anime dannate.
Due mesi dopo mor suo padre di crepacuore perch
era solo. Sua moglie era morta prima di vedere 'ste brutte
robe.

  Dai ventiun anni ai trenta ho fatto il boscaiolo con varie
persone che mi voleva bene e mi spieg i segreti di lavorare
in bosco. Uno di questi fu Santo Corona detto Santo
della Val Martin che mor sotto un faggio che lo strascin
nel burrone del Val da Diach. Era bravo il vecchio Santo a
fare il suo mestiere e me lo insegn anche a me. All'inizio
aiutai la zia che beveva a tenere le mucche di nostra madre
ma dopo quattro anni mi misi con Santo per imparare
a fare legna veloce e con meno fatica possibile. Da prima
mi disse di no, che non gli serviva nissuno perch stentava,
disse, a sopportarsi lui stesso. Ma poi gli feci pena e mi
prese su per un periodo, e mi aiut come fussi suo figlio,
disse che mi teneva per una stagione invece ne passarono
nove prima che se ne andasse in Francia e in Austria a fare
il boscaiolo.
  Per far vedere a tutti la sua bravura, il mio maestro Santo
ogni tanto usava tagliarsi i peli del polpaccio con un
colpo di manra. Tirava su i pantaloni, e tenendo la scure
per la fine del manico, mollava un colpo forte verso la
gamba e invece che tagliarsela in due portava via col filo
della scure solo una parte di peli. Poi aspettava che gli crescesse
ancora i peli e ripeteva il gesto di bravura. Non ha
mai sbagliato un colpo Santo della Val, e mi insegn anche
a me a fare quel gioco molto pericoloso. Pian piano mi
spieg il trucco per non sbagliare perch se si sbaglia anche
solo di poco parte la gamba. Tutto sta nel tener memoria
del movimento che ha da essere sempre quello come
se il braccio fusse montato su un perno e non pu far altri
movimenti che quello. Avanti e indietro senza storcersi
mai di lato, sempre dritto come i bracci delle ruote della
locomotiva. Cos imparai bene, e non fallavo un colpo
nianche io in ultima.
  Una volta, poco prima che partisse per l'Austria, io per fare
il bullo lo sfidai di fronte a diversa gente davanti al
Merlo Bianco di Pilin, a chi portava via pi peli dal polpaccio
tra me e lui. Chi ne portava via di pi voleva dire
che era andato pi vicino alla carne con la manra. Santo
si mise a ridere ma accett la sfida.
  Era un buon uomo Santo e io ero giovane e lui mi voleva
bene, e propio perch ero giovane e mi voleva bene decise
di darmi una lezione di umilt. Fu un peccato che uno
cos sia finito morto sotto un faggio ma quella volta sbagli
lui. Per troppa sicurezza fece un calcolo fallato e la
pianta lo strascin gi. Era di novembre, e Santo era tornato
al suo paese per sfidare quel faggio che lo cop.
  Quella volta davanti al Merlo Bianco incominciai io e mi rasai
i peli con il colpo di scure. Aspettavo che Santo partisse
a tirarsi su la braga destra per tagliarseli, lui invece niente.
Tolse il manico da una scopa che era poggiata al muro, prese
la sua scure, una Mller quasi consumata, e usando la
pietra dei contratti come ceppo si mise a fare la punta al
manico della scopa a uso una matita. La fece perfetta senza
toccare mai con U filo della scure la pietra dei contratti.
Restai senza fiato ma non era finita.
  Dopo aver fatto la punta al manico della scopa, con il
famoso colpo si port via i peli del polpaccio. Significava
che il filo della Mller era a posto, ancora tirato come un
rasoio perch non aveva toccato la lastra di sasso che portava
impressa l'impronta di un piede e sulla quale si firmavano
i contratti.
  A quel punto il vecchio Santo mi porse il manico della
scopa dall'altra parte dove non era punta e disse: Prova tu
a fare la punta sul sasso. Capii che avevo perso ma provai
lo stesso a fargli la punta al manico usando come ciocco la
pietra dei contratti. Al quarto colpo toccai il sasso che butt
scintille. Addio filo, con quella manra smancata (sbrecciata)
non solo non avrei tagliato pi i peli ma nemmeno un
albero. Era rovinata e mi tocc affilarmela da capo a fondo.
  Sulla pietra dei contratti rest il segno del mio colpo di
manra ma, poco pi in l, ne era un altro molto pi vecchio.
Mentre gli stringevo la mano a Santo, gli dissi che altri
aveva sbagliato prima di me se era un altro taglio di
manra sul sasso. Lui allora mi cont una storia ma prima
di contarmela disse di non credermi mai rivato a esser
bravo perch  sempre qualcuno pi bravo di te e c' sempre
da imparare, anche dai bambini. Mi dimenticavo di
dire che per castigarmi di pi Santo si tagli i peli tenendo
la manra con la sinistra. Poi mi cont la storia ma prima
devo dire cosa fusse la pietra dei contratti.
  Era un pezzo di lastra di saldn, il sasso verde scuro
usato per affilare gli attrezzi da taglio. Ma quella dei contratti
non stava l per affilare manre o ronche o coltelli
bens per firmare gli affari che si faceva. Era pi di cento
anni che l'avevano messa fuori dall'osteria di Pilin perch,
dopo aver firmato i contratti, si andava dentro a bere
il vino come timbro. Allora non era tante carte o notai. Se
presempio uno vendeva un campo a un altro, come firma
metteva il piede destro senza galoscia sulla lastra di
saldn. Tutti due, l'uomo che vendeva e quello che comprava,
prima uno e dopo l'altro. E quella era la firma e
nissuno poteva pi toglierla n da vivo n da morto.
  Quella pietra era santa. L'avevano portata dalle rampe
di Marzna perch portava impressa l'orma del piede destro
di Cristo che l'aveva lasciata stampata l sopra un
giorno mentre passava da quelle parti. La gente non cred
che fusse Cristo e lo prese a sassi, soprattutto quelli di Pineda
e di Marzna, e volevano anche bastonarlo cos che
da quel giorno, non ebbero pi pace. Cristo li ferm con
un alzo del braccio poi si volt e se ne and. Era scalzo e
quando poggi il piede destro su un blocco di pietra di
saldn, che  la pi dura che esista al mondo, la pietra divent
tenera come un pane di butirro e il piede di Cristo
fond in quel butirro come un ferro da stiro pieno di braci
e lasci la sua forma. Allora quelli di Marzna e di Pineda
si piegarono in ginocchio dalla paura per il miracolo che
avevano visto e fu sicuri che per davvero quello era Cristo.
Ma ormai l'avevano fatta sporca a non credergli e tentare
di bastonarlo. Da l in avanti pagarono quella colpa
con miserie, fatiche e disgrazie per molto tempo.
  Dopo non so quanti anni ma credo secoli, quel pezzo di
sasso fu portato sulla piazza del paese davanti all'osteria
Merlo Bianco di Pilin per firmare i contratti con il piede
destro poggiato dove lo aveva poggiato Cristo, e quella
era una firma che guai tradire perch era come chiamare
Cristo a testimonio.
  Santo mi disse che tutti aveva paura di quella pietra e la
rispettava pi di quella de l'altare della chiesa. Poi mi
cont la storia. Una volta ci fu uno delle Spesse che non
mantenne la parola data dopo aver poggiato il piede dove
lo aveva messo Ges Cristo. Era per un campo di patate
sul col delle Acacie che aveva venduto al vecchio Legnle.
Quello delle Spesse, che si chiamava Toni Corona de Piuma,
si mangi la caparra e la parola e non gli dette pi il
campo perch era uno spavaldo, rogante e bullo. Allora fu
preso da otto uomini e portato di peso alla pietra con l'orma
di Dio e quattro lo teneva, e tre lo processava. Poi uno
gli tagli le dita del piede destro con un colpo di manra
scarpa e tutto. Ecco perch era quel segno sul sasso. Era
stato il filo della scure a lasciarlo, dopo che era passato attraverso
la scarpa e i diti del piede di Toni Piuma delle
Spesse, che non aveva mantenuto la parola.
  Cos mi cont Santo della Val in merito a quel segno impiantato
in parte al mio che avevo lasciato vicino a l'impronta
di Cristo perch non ero stato buono di fare la
punta al bastone senza arrivare a toccare la pietra.

  Ormai avevo imparato bene il mestiere da Santo e avrei
continuato a fare il boscaiolo se non fusse successo che
mor nostra zia causa una cioca (sbronza). Ero stato due
giorni nel bosco e quando tornai gi, verso mezzogiorno
credevo di trovar la vecchia in casa. Era novembre e faceva
freddo, e quando spuntai sul costone del Tamer, che si
vede gi il paese, e mi accorsi che il nostro camino non fumava,
pensai subito male. Come? Dissi, tra di me, la vecchia
che non ha fatto il fuoco? Impossibile. Faceva fuoco
anche d'estate quella immaginarsi a novembre. Allora celerai
il passo perch era una roba strana quella di non vedere
il fumo nel camino. Rivai davanti alla casa e la porta
era chiusa, altra roba strana. Nostra zia non chiudeva mai
con la chiave. Intanto che la chiamavo mi risposero le vacche
dalla stalla l vicino e gridava disperate. Mi accorsi subito
che gridava per fame e perch non era state munte.
Quando le vacche non sono munte chiama in modo brutto
perch gli fa male le mamelle. Le mie vacche chiamava
per tutte due le robe, per fame e per dolore, e faceva paura
sentirle. Infilai la chiave nella serratura nuova che aveva
appena fatto mio fratello Bastianin nella fucina di Mano
del Conte ma non girava. Spinsi la porta e la porta non
si apriva. Allora urtai pi forte e si apr appena due dita.
Intanto che spingevo con la spalla, l'occhio mi cadde per
terra e vidi una torma di formiche che entrava e usciva da
sotto la sfessura della porta. Era una processione di formiche
larga tre dita e pareva matte. Andavano dentro e fuori
sotto la porta. Allora misi forza e spinsi pi che potevo e
la porta si apr quel tanto per farmi passare di sbieco.
Dentro era odore cattivo e con un piede toccai qualcosa.
  E la vidi per terra. La vecchia zia era stesa sul pavimento
intorta come un arco. La spostai per le gambe ed aprii la porta
del tutto che venisse dentro pi luce. Quello che vidi mi
fece venir su anche l'anima. Era per terra un lago di roba
rossa che da prima pensai che fusse sangue ma poi guardando
meglio mi accorsi che era vino. La vecchia aveva vomitato
la sua vita per terra col vino. O meglio, aveva vomitato
la sua morte perch era stato il vino a coparla. Aveva la
bocca aperta e le formiche gli andava dentro e fuori dalla
bocca a frotte e passavano sul fosso di vino secco e per questo
si era ubriacate anche loro e agitate. Povera zia, finalmente
era andata nel suo mondo di l dove voleva andare.
La seppellimmo nel cimitero ma non vicino a mia madre
e mio padre perch nel frattempo era morti altri morti e aveva
riempito lo spazio. Al funerale non si present quella sorella
che era andata a Milano a fare la serva, come invece
venne al funerale di nostra madre. Non si fu capaci di trovarla.
Si era persa da qualche parte e non aveva pi dato segno
di vita nianche con una cartolina. Dalla casa dove faceva
la serva ci informarono con una lettera che era andata via
senza dare nissuna spiegazione e non si era pi fatta vedere.
  Da quel momento che mor la vecchia zia, mi misi a tirar
su vitelle e commerciare vacche e capre e mollai la manra
da boscaiolo. Solo ogni tanto in novembre andavo nel bosco
per fare due, tre passi di legna per la casa (un passo =
25 quintali).

  Bastianin stava sempre gi nella sua fucina sulle rive
del Vajont vicino a l'osteria del Bondi. Ma quando era da
andar nel bosco veniva su a darmi una mano perch dopo
facevamo met per uno della legna. Ci volevamo bene io e
mio fratello Bastianin e siamo sempre andati d'accordo.
  Solo una volta quasi ci si poggiava le mani adosso e fu
per causa della sua morosa, quella che rest soffocata dal
lenzuolo nel manicomio di Pergine. Era ormai diventata
matta e si tirava su le cotale per mostrargliela a tutti. Allora
io una volta la bloccai che stava per tirarsele su davanti
alla chiesa mentre i paesani veniva fuori da messa. Era
presente anche mio fratello e tutta la gente che sortiva dalla
chiesa guardava e rideva. E i uomini e i giovani guardava
di pi. Appena la toccai si mise a urlare dicendo quella
troia di tua madre. Allora gli molai 'na sberla in faccia che
si prese la testa tra le mani e st zitta fin che la strascinammo
in una casa l vicino. Ma qui ricominci a chiamare
troia a nostra madre. Volevo mollargliene un'altra quando
mio fratello mi prese il braccio e disse basta. Mi sembrava
fusse chiuso nella morsa della sua fucina. Lascia il braccio,
gli dissi io. Allora lui rispose che se la toccavo ancora una
volta mi avrebbe spaccato la testa. Lo guardai nei occhi.
Ero l per spaccargli io la testa a lui con un pugno, e anche
alla sua matta gli spaccavo il naso ma poi mi pensai di
quando era piccolo, e si era orfani, e allora tutta la rabbia
mi pass e gli dissi hai ragione Bastianin perdona.
Per il resto siamo sempre andati d'accordo.

  Dopo la mia prima maestra che mi aveva insegnato a fare
quelle robe, avevo avuto ancora dorme ma sempre pi
grandi di me. Di quelle di mia et o pi giovani non mi interessava
niente, mi piaceva quelle pi vecchie perch con
loro mi pareva di stare con Maddalena Mora. A dir la verit
una morosa l'avevo tenuta per qualche anno. Proveniva
dalla frazione Mulini delle Spesse e si chiamava Francesca
ed era anche bella o almeno a me mi pareva. Ma voleva
sempre che facessi quello che diceva lei. E io non ero abituato
a farmi comandare n da lei n da nissun altro. Avrei
potuto prenderla a schiaffe come faceva tutti gli uomini
del paese con le donne, ma a me non mi piaceva prendere
a schiaffe le donne come faceva tutti. L'avevo fatto solo
quella volta con la matta di mio fratello ma mi ero subito
pentito e vergognato. Preferivo ragionare ma la mia morosa
non ragionava e voleva sempre quel che voleva lei. Io
portavo pazienza, e la portai per quattro anni finch non
mi stufai.
  Successe un giorno di settembre. Jaco dal Cuch mi aveva
regalato un cagnolino appena nato che per ormai
mangiava da solo. Era bello quel cagnetto e io ero propio
contento di averlo con me. I cani tiene compagnia pi delle
persone che molte, se gli fai un'offesa, non ti guarda pi
nianche in faccia. Invece il cane anche se lo bastoni ti vuole
sempre bene ma non per questo bisogna bastonarlo, e
quando lo chiami muove la coda contento. Me lo portai a
casa e lo misi vicino al focolare con una scodella di latte di
capra in parte a lui. La sera rivo questa Francesca per stare
con me. Quando vide il cane si accese come un fuoco di
stecchi di resina. Cominci a dire che non lo voleva, che
lei non poteva vedere i cani e che lo buttassi fuori dalla casa
subito o lo mettessi nella stalla. Io gli dissi che lo tenevo
vicino al camino con me, perch mi faceva compagnia e
perch fuori, anche se era settembre, faceva freddo.
  Lei rispose che bastava lei a farmi compagnia e anche a
scaldarmi se era per quello e che non mi serviva n cani,
n gatti, n altre bestie se no se ne andava all'istante. Io gli
domandai che male gli faceva quella povera bestia a stare
in nostra compagnia ma lei gridava che non gli interessava
niente, solo che non lo voleva vedere. Il cagnetto pareva
che capisse che si parlava di lui, cio del suo destino, e
stava con le orecchie basse e le zampe in avanti come
aspettare cosa decidevo.
  La goccia che fece andar per sopra il vaso fu quando lei
mi mise alle strette gridando o lei o lui. Allora io gli risposi
che era meglio lui perch lui aveva pi bisogno di me
che lei. Se ne and con occhi di lpera (vipera) sbattendo
la porta e non torn pi. Ma nianche io andai pi da lei e
mi tenni il mio cagnetto. Lo battezzai Dorch che vuol dire
il secondo taglio del fieno perch Jaco dal Cuch aveva trovato
il nido di cagnolini sotto un cumulo di fieno nel suo
prato. Era tre maschi e due maschie (femmine) e la mamma
l intorno che li guardava.
  Dopo che mi aveva lasciato, quella della frazione Mulini
la maledii cento volte e non volli pi sapere di donne
per lungo tempo. Io ho caro andar d'accordo con tutti ma
quando non si pu non si pu. Nianche mio fratello Bastianin
aveva pi voluto donne dopo che la sua era morta
matta, soffocata dal lenzuolo nel manicomio di Pergine
Valsugana. Stava sempre da solo e ogni tanto chiudeva i
occhi e diceva quel bastardo di Valdapont. Intanto che
scrivo questa verit lui ha trentaquattro anni e spero propio
che quando  tutto finito si trovi una e si faccia una
famiglia e abbia figli. Io per me ormai  finita, non spero
pi niente e non voglio pi niente, l'ho fatta troppo grossa
per avere ancora speranza di qualcosa. Aspetto solo il
castigo di Dio perch quello dei uomini non arriver in
tempo.

  Pass qualche anno e io andavo avanti con le mie vacche e
le mie capre.
  Un giorno che era autunno gi avanzato, rivo in paese
una donna con una valigia. Pareva distrutta dalla vita con
la morte seduta sulla spalla. Era magra come un stecco,
coi capelli grigi ma non grigio gialli come quelli de le vecchie
che invecchia vicino al focolare. A quelle il fumo gli
d una mano di giallo sui capelli. Invece questa aveva grigi
solo, senza giallo, come quelle vecchie che invecchia in
citt. Si present a casa che avevo appena governato le bestie.
Disse di essere nostra zia, quella che era andata a Milano
a fare la serva. Non credevo quasi che fusse una della
nostra famiglia e se non diceva certe robe di casa, che solo
una che aveva viste poteva sapere, l'avrei mandata via da
tanto pareva foresta. Ma era che parlava come noi, nel
dialetto nostro, e allora fui sicuro che fusse lei. Gli dissi
subito di sua sorella che beveva, morta dietro la porta, e
anche che avevamo provato a cercare lei via lettera per il
funerale ma che nissuno sapeva dove fusse finita, nianche
i suoi padroni dove faceva la serva e dove avevamo scritto
per avvertirla. Mi chiese di mio fratello e gli dissi che
stava bene. Poi gli dissi che si sistemasse intanto che io
andavo gi alla fucina del Bondi a dirgli a Bastianin che
era tornata la sorella di nostra mamma. Bastianin venne
subito su e rest male anche lui a vedere quella vecchia
sulla porta della morte, magra, viola in faccia, con la pancia
grossa come la caldiera da fare il formagio.
  Si comod nella camera di nostra madre e disse che il
giorno dopo ci avrebbe contato della sua vita a Milano.
Prima di mettersi a dormire chiese se avevamo un litro di
vino se no di andarglielo a prendere da qualche parte.
Allora capii perch era cos mal messa. Beveva. Beveva,
penso, pi di sua sorella che era morta con le formiche nella
bocca. Di questo mi accorsi i giorni dopo che era tornata.
Aveva diversi soldi anche se pareva una stracciona e ogni
giorno andava da Pilin a comprare fiaschi di vino. Una sera
mi cont quel che gli era capitato a Milano.
  Attacc cos: Nella casa dove ero andata a fare la serva
stavo bene. I signori, un uomo e una donna sui quaranta,
aveva tanti soldi come la ghiaia sul torrente Vajont, ma
non aveva quel bene che batte tutti i soldi e tutte le nettezze
del mondo che  i figli. Lui faceva l'ingegnere nelle ferrovie.
Era un uomo potente ed importante a Milano perch
lo diceva tutti. Sua moglie era maestra ma non insegnava
perch non era bisogno di soldi in quella casa. Allora lei
suonava il violino e il pianoforte tutto il giorno e, verso le
quattro, andava dalle sue amiche fuori per Milano a bere
il t. Quei signori dava pochi soldi ma tanto da mangiare
e bere e anche vestiti perch la signora aveva le mie istesse
misure. Cos tiravo avanti, e mettevo via anche qualche
lira e intanto era passato un bel po' di tempo.
  Un giorno verso le quattro, intanto che la signora era
andata dalle amiche, a l'improvviso rivo lui e incominci
a toccarmi. Io cercai di tirarmelo via ma lui spingeva e
aveva forza e poi mi diceva che mi dava soldi se stavo ferma.
Ma io non stavo ferma. Ma poi mi tocc star ferma.
Non perch volevo i soldi ma perch lui fu pi forte. Da
quel giorno tornava sempre a fare i suoi comodi con me
intanto che la moglie non era in casa. Sapeva quando arrivare
e io ormai non potevo fare niente perch mi faceva
anche paura quell'uomo. And avanti per un bel po' questa
storia. Lui mi dava soldi, ma non perch mi montava
su ma perch stessi zitta e non aprissi bocca con nissuno.
Io stavo zitta e prendevo i soldi perch se non li prendevo
mi montava su lo stesso.
  Un giorno mi accorsi che non mi venivano pi le mie
robe e dopo due mesi capii che ero rimasta gravida e glielo
dissi a lui perch potevo esserlo solo con lui. Divent
bianco come un lenzuolo e poi mi disse di stare calma che
avrebbe comodato tutto lui. Pensavo che volesse farmi
buttar via il bambino e ero gi pronta a scappare invece
no. Mi comand di non fare parola con nissuno intanto
che pensava cosa fare. Dopo una settimana mi disse che
io dicessi alla sua signora che ero stufa e che volevo andarmene
da un'altra parte a fare la serva. Io gli dissi alla
padrona come lui mi aveva comandato di dire e mi preparai
la roba. Allora lui dopo i saluti si offr di compagnarmi
alla stazione ma invece che alla stazione dei treni
mi port in un convento di suore sempre l a Milano. Si
era gi messo d'accordo con le monache per tenermi nascosta.
Dovevo partorire ed allevare il bambino fin che non
fusse grandino poi lui se lo avrebbe preso con la scusa di
adottarne uno. Io non volevo darglielo ma lui mi minacci
che mi avrebbe fatta sparire o chiudere in un manicomio
a vita se non facevo cos. Avrei potuto dire tutto alla
sua signora ma non trovai coraggio di rovinargli la vita a
quella brava signora contandogli la verit. Allora, per tirare
tempo, intanto gli dissi lasciamo che nasca poi si vedr.
Se ne and e non lo vidi pi per mesi. Spunt il naso
solo quando venne al mondo il bambino che era un maschio.
Lo battezz un prete trovato dalle monache. Lo
chiamai Antonio come tuo nonno. Era un bel canaj, e gli
davo il mio latte e cresceva che era un piacere perch avevo
latte che potevo allevare due vitelli. Ormai stavo nel
convento tranquilla e solo ogni tanto spuntava lui per vederlo.
Poi, quando il bambino ave tre anni, venne lui e se
lo port via. Gli dissi solo che me lo facesse vedere ogni
tanto. Senza il mio bambino era come fussi morta viva,
come che mi avessero cavato il cuore e l'anima e per mesi
piangevo e non dormivo. Lui me lo portava ogni tanto a
vedere ma me lo portava sempre meno fin che nel giro di
un anno non me lo port pi. Ma non gli aveva detto alle
suore che il bambino era suo, gli aveva invece detto che
voleva solo aiutarmi, e farmi la carit di allevarlo lui perch
ero 'na povera diavola che uno aveva ingravidata e
per questo gli facevo pena e mi aiutava. Restai nel convento
perch ormai non avevo pi voglia di fare niente,
nianche di vivere ed almeno le suore mi davano quel po'
di fiato da tirare avanti e io facevo per loro lavori di pulizie
ed altro.
  Dopo un anno che mi aveva portato via il bambino lui
torn e mi consegn una busta con dentro soldi e una
uguale la consegn alla priora delle suore. Gli chiesi del
bambino e mi disse che stava bene ma che da oggi in poi
lo dovevo dimenticare se non volevo guai grossi. L'avrei
copato con le mie mani, ma credimi non  da mettersi contra
i potenti pieni di soldi perch l'hai sempre persa.
  Dalla disperazione tacai a bere per andare fuori con la
testa e non pensare al mio Tonin. Allora giravo per Milano
e continuavo a bere finch non sapevo quasi pi tornare al
convento. I soldi non mi mancava per procurarmi vino e
acquavite e le suore chiudeva un occhio perch anche la
priora aveva il vizio di bere. A volte si beveva insieme io e
lei nascoste nella cucina del convento. La priora aveva circa
dieci anni pi di me ed era stata messa l dentro per forza,
causa un'eredit che non doveva ereditare.
  Intanto passava i anni. Un giorno che non si alzava,
trovarono la priora nel suo letto, morta per un colpo di
cuore, nera come l'inferno, e dura come corame. Allora
capii che in quel convento non avevo pi nissuno che mi
aiutava e allora son tornata qui a morire nel mio paese.
Ecco Zino, adesso sai la storia e sai anche che tu e tuo fratello
Bastianin avete un cugino a Milano da qualche parte,
anche se cugino solo a parola perch non lo conoscerete
mai.
  Ascoltai quella storia cattiva e non potei non pensare
che le tre sorelle Bint, che una era nostra madre, aveva
avuto poca fortuna nella vita. Ma anche mio padre e noi
figli non si aveva avuto tanta fortuna e allora pregai Dio
che la cambiasse un poco in meglio perch mi pareva che
era ora di basta. Almeno per me e Bastianin era ora che
andasse un po' meglio.
  Una mattina la vecchia mi chiam nella sua camera che
era stata di nostra madre, e dal fondo della valigia che
aveva in mano quando rivo in paese, tir su un angolo di
cartone e cav fuori un pacco di soldi e me li consegn.
Disse che potevo fare quello che volevo di quei soldi gli
bastava solo che gli comprassi un po' di vino al giorno e la
lasciassi morire in quella casa. Gli tremava le mani nel
darmi i soldi ma non perch non voleva darmi i soldi ma
perch a uno che beve, quando non ha vino, gli trema le
mani. Gli dissi grazie zia sei la fortuna.
  Con un po' di quei soldi comprai cinquanta capre ma
met giusti li portai a mio fratello Bastianin. E dopo aver
comprato cinquanta capre ne vanzarono ancora che misi
nascosti nel cantonal, sotto la mastella di Maddalena Mora,
dove stava i anelli dei miei vecchi e dove ero sicuro
nissuno sarebbe andato a cercare.
  La zia milanese mi faceva pena, era mal messa ma nei occhi
somigliava a nostra madre e, pur vecchia e magra,
qualcosa aveva di nostra madre che era morta giovane ed
era l'unica delle tre che non beveva. Perch non si perdesse
del tutto ogni tanto la portavo con me a pascolare le capre
sul col delle Acacie o al Cerentn o sul Cogl, pi che
altro per tenerla fuori dal vino se no andava tutto il giorno
da Pilin a prendere i fiaschi. Diceva a l'oste che passavo io
a pagare perch mi aveva dato i soldi.
  Quando andavamo a pascolo portavo solo acqua ma lei
mi pregava di prendere su anche un po' di vino ma io
niente, acqua e basta. Poveretta, rimaneva cos male che
mi faceva crepare il cuore ma era per il suo bene che prendevo
solo acqua. Una volta che non ne poteva pi e cap
che io non avrei preso su nianche un po' di vino per andare
al pascolo, mi preg di bagnargli almeno un asciugamano
nel vino che lungo strada lo avrebbe succhiato piano
piano. Ormai era presa dentro l'inferno, e piuttosto che
niente gli bastava anche solo succhiare uno straccio bagnato
col vino.
  Giorno dopo giorno diventava sempre pi fuori di testa
fin che cominci a vedere lpere e scorpioni che gli correva
dietro. Una volta che mi pareva stesse meglio, la mandai
a prendere un secchio d'acqua alla fontana vicino la
chiesa di Beorchia. Era in febbraio e per non scivolare si
era messa le galosce con i chiodi. Passava il tempo e non
tornava. Dopo pi di un'ora andai a vedere che faceva, se
era almeno arrivata alla fontana, o che non gli fusse successo
qualcosa. Senza farmi vedere spuntai col naso sull'angolo
della chiesetta e guardai. Povera donna. Era l
che cercava di riempire di acqua una cesta di vimini. La
cesta, siccome era fitta si riempiva perch il getto della
fontana era grosso come un braccio, ma quando la prendeva
per portarla a casa faceva dieci metri e la cesta si
svuotava. Allora tornava su a riempire la cesta di nuovo.
Appena si accorgeva che era vuota tornava alla fontana
per riempirla. Su e gi di continuo, dieci metri alla volta.
La presi per un braccio per portarla a casa ma lei tirava
contrario perch voleva tornare su a riempire di acqua la
cesta.
  Mor tre mesi dopo come sua sorella solo che lei vomit
sangue e non vino. Era il mese di maggio, il mese della
Madonna, e fuori ormai cantava i cuculi da diversi giorni.
Mi ero levato presto a governare le mucche. Quando tornavo
dalla stalla lei di solito era levata anche lei. Ma quel
d non era levata. Andai su nella camera che fu di nostra
madre dove dormiva e la chiamai ma non rispondeva. Allora
spinsi la porta. Aveva tentato di venir gi in cucina
ma era solo caduta dal letto. Sul solaio di larice una macchia
di sangue scuro con dei grumuli dentro come quando
si caglia il latte. Gli era venuto fuori dalla bocca. Era
gi fredda. Di sicuro era successo lungo la notte. La seppelimmo
due giorni dopo. Cos adesso era tutte insieme
nel cimitero le sorelle Bint e tutte morte vomitando qualcosa.
Due donne lav il pavimento con acqua calda ma
l'anima di quella povera donna era entrata nel legno con
quel sangue ed  ancora l, dentro le tavole di larice come
l'ombra della sua vita.
  Adesso io e mio fratello Bastianin, pensai, si pu propio
dire che siamo rimasti soli. Povera vecchia! Voleva lavorare,
fare qualcosa per noi, si sentiva ancora buona a fare
qualcosa ma non aveva calcolato la condanna del vino che
la cop nianche dopo un anno che era tornata a casa. Il destino
aveva voluto cos. Come diceva sua sorella, quella
che cantava "vata ciava 'sto mondo da merda", "il tempo
e la morte rompe i disegni".

  In quel periodo diventai amico di Benvenuto Martinelli
sopranominato Raggio perch mi disse che venne al mondo
dopo dieci anni che suo padre e sua madre era sposati.
Per anni provarono a fare un figlio, e quando non sperava
pi di averne capit lui, e fu come se dentro casa fusse entrato
un raggio di sole. Io Raggio lo conoscevo solo di vista,
aveva cinque anni pi di me ed abitava nella frazione
Forcate ma non ero mai stato suo amico, solo buond e bonasera.
Ma un giorno comprai da lui otto capre e mi fece
un prezzo buono, quasi la met di quel che mi aveva domandato
uno di Cellino, quell'istesso Bia Zoldan che anni
dopo gli vendei io a lui trenta capre e gli feci pagare care
pi di quanto mi aveva fatto pagare lui anni prima. Allora
io e Raggio diventammo amici ma pi amici ancora diventammo
dopo, quando gli aiutai a fare la casa. Qui usa
darsi una mano quando uno deve farsi la casa. Si parte in
trenta quaranta uomini e si tira su la casa veloce e finita.
Dopo, quella persona che si ha aiutato, rende a tutti una
giornata di lavoro quando pu e quando i altri ha bisogno.
Cos, se siamo in quaranta, l'uomo che abbiamo aiutato
deve fare quaranta giornate una per ognuno di quelli
che l'ha aiutato, ma intanto ha la casa fatta. E cos si fa per
tutti quelli che ha bisogno di aiuto, anche nel bosco, o nel
fieno senza differenze di niente.
  Raggio doveva maritarsi e gli serviva la casa perch in
quella che viveva no stava nianche le capre da piccola e
piena di odore di bestie che era. Faceva il pastore anche
lui e a volte il boscaiolo, come me, ma non teneva pulito
dentro casa.
Intanto che gli tiravamo su quella nuova sucesse 'na disgrazia.
  Si andava a prendere le lastre di pietra per i muri, e
il tetto e il pavimento di pianterreno, su dai libri di San Daniele
quasi in cima al monte Borg, con la slitta. Era una
giornata intiera andata e ritorno. Chi caricava le lastre, chi
le erte (stipiti) delle porte e delle finestre, che poi Jaco dal
Cuch scalpellava come lui solo sapeva fare. In ultima si doveva
portare gi il Larin che era quattro pezzi grossi di pietra
per fare il focolare. L'ultimo della fila delle slitte era Nacio
Baldo Filippin, forte come un cavallo da tiro, che non
parlava mai. Quando tutti fu arrivati gi in paese, s'accorsero
che Baldo non era. Aspettarono quasi un'ora ma Baldo
non arrivava. Allora tornarono su preoccupati perch se
avesse rotto la slitta sarebbe comunque rivato in paese anche
senza niente. Lo trovarono morto nella busa di pian de
Pez. La slitta aveva preso un sasso e si era impiantata di
colpo e il blocco di roccia caricato di traverso era rotolato in
avanti tirando sotto il povero Nacio. Era un pezzo lungo
circa un metro e mezzo, di quaranta centimetri per quaranta,
che gli rotol sulla schiena e lo schiacci come la martora
nel tamai (tagliola). Lo trovarono che guardava il cielo
perch aveva storto la testa in su per il colpo, come a vedere
cosa fusse sucesso. Raggio disse che non voleva pi quel
sasso che aveva copato Nacio Baldo e che era sporco del
suo sangue. Allora torn su Fermin de Ruava a prenderne
un altro, ma prima di scendere con la slitta, lo leg in corda
perch non gli succedesse come al povero Baldo. Da quella
volta tutti legarono le erte con la corda per non fare la fine
di Nacio ma fino allora nessuno non aveva mai legato le erte,
solo caricate di traverso e era sempre andata bene.
  La forza di Nacio Baldo era la storia del paese e se non
fusse che il blocco gli spacc la spina dorsale e gli fece
uscire le coste dalla carne per davanti, di sicuro si sarebbe
tirato fuori da sotto il sasso. Ma ormai non poteva pi
muoversi, era come un tronco tagliato in due.
  Baldo aveva una forza grande. Dopo il funerale, Felice
Mela il vecchio, mi raccont che una volta era andato con
Nacio Baldo dalle parti di Conegliano per scambiare un
po' di patate con sorgo. Capitarono in un cortile di fattoria
dove dieci contadini era impegnati a fare una sfida tra di
loro a chi riusciva a sollevare l'anello di pietra del pozzo.
In premio era un secchio divino. Provava tutti ma nessuno
rivo a sollevarlo. Il vecchio Mela, prima ancora di chiedere
del sorgo, disse che voleva provare anche lui a muovere
il cerchio del pozzo. Si comodi gli dissero i contadini.
Allora Felice Mela il vecchio si franc bene con le gambe,
mise le mani sotto l'anello e lo tir su di almeno dieci centimetri.
A quel punto aveva vinto il secchio di vino e voleva
berne una scodella subito assieme a Nacio Baldo. Ma
Nacio disse che prima voleva provare anche lui a tirare su
la pietra tonda del pozzo. Allora gli dissero di comodarsi
anche lui. Baldo prese l'anello con due mani e lo alz dal
pozzo come alzare un braccio di fieno. Poi lo mise in piedi
a uso 'na ruota di bicicletta, and sotto con la spalla, se lo
caric sulla schiena e poi chiese ai contadini dove doveva
portarlo. Intanto che diceva cos, girava nel cortile col cerchio
del pozzo sulla schiena. I contadini lo pregarono di
rimetterlo al suo posto e gli regalarono non un secchio ma
un ettolitro di vino. Tornarono su col carretto pieno di sorgo
e vino, e lo tirava sempre Nacio Baldo perch il vecchio
Mela aveva ancora forza ma poca resistenza.
  Si contava in paese che da militare nei alpini, Baldo
avesse copato un mulo con un pugno, ma lui diceva sempre
che era un mulo malato, e che gli moll un pugno perch
non si lasciava imbastare, ma non era un pugno tanto
forte da coparlo. Per il mulo and gi morto perch Baldo
aveva un pugno come una mazza di pietra. Fu processato
nel tribunale militare e per un pelo non fin in galera.
Gli dispiaceva ancora dopo anni di quel mulo a Baldo, e
come per tirarsi fuori un peso dalla coscienza, diceva
sempre che era un mulo malato e che sarebbe morto l'istesso
anche senza pugno. Da quella volta, si contava in
paese, Nacio Baldo non fece pi il gesto di alzare un pugno,
nianche se si trovava nelle baruffe. Preferiva andar
via o prenderle piuttosto che levare ancora quel pugno.

  In meno di due mesi noi tutti gli tirammo su la casa a Raggio
e lui era contento perch doveva sposare una di San
Martino, una donna non tanto alta per coi fianchi larghi
come una cavalla, forte e lavoratrice, giusta da far figli.
Solo che parlava poco, era sempre misteriosa e stava per
conto suo come se avesse qualcosa con qualcuno. Ma avere
i fianchi da fattrice non vuol dire niente perch figli non
ne faceva mai.
  Jaco dal Cuch lavor giorno e notte a scarpellare le erte
delle porte e delle finestre, per la casa di Raggio, ma bisogna
dire che lo aiutarono anche i altri. Era bravo come nissuno
in quel lavoro Jaco. Riusciva a fare le pile per lo
strutto e il butirro cotto, tonde perfette, come mezze angurie,
cavate nella pietra rossa dei Bus di Bacon senza
prendere nissuna misura, solo a occhio. Se uno gli diceva
voglio una pila che tenga dieci chili di strutto o di onto,
che  il burro fuso fatto bollire perch duri di pi, lui la faceva
a occhio e quando era finita teneva esatti dieci chili.
Le sue pile (specie di anfore di marmo spesse e pesanti)
erano rotonde precise come fatte col compasso. Una volta
il cacciatore Checo de Costantina, che abitava alle Spesse,
prov a metterlo in difficolt. Gli disse che voleva una pila
che tenesse dieci chili e otto etti di roba. Jaco cap che
era per sfida e anche se quella era una cattiva richiesta
non si tir indietro e gli fece la pila a Checo in tre giorni.
Poi andarono da Pilin nell'osteria, e pesarono dieci chili di
burro e otto etti poi lo sciolsero sul fuoco e lo rovesciarono
nella pila che si riemp precisa fino all'orlo. Allora Checo
gli regal il burro a Jaco dal Cuch oltre che pagargli il lavoro.
Checo, nella pila, metteva il grasso fuso di camoscio
che, diceva, era medicinale e dava forza e se ti ungevi teneva
fuori il freddo.
  Quando Jaco scalpellava le erte per la casa di Raggio, mi
fermavo a guardarlo anche per imparare qualcosa, perch
non si sa mai,  sempre buono sapere un lavoro in pi. Jaco
tagliava le erte per la vena lunga a colpi di testch, la
mazza a spigoli affilati degli scalpellini. Io gli dissi una
volta che quella mazza tagliava il marmo come la scure
taglia il legno ma Jaco dal Cuch mi rispose una roba che
mai avrei creduto. Disse che non era il filo della mazza a
spaccare il marmo e nianche il colpo ma il suono. Era le
vibrazioni del suono che entrava nel marmo per aprirlo
come fusse gesso. Il colpo disse serve solo a fare il suono
che si apre la strada e va in fondo al cuore della pietra
come dovrebbe essere in tutte le cose della vita, lavorare
sempre solo con il suono.
  Sulla porta di entrata della casa di Raggio, sopra la erta,
Jaco scolp una faccia di sasso bianco che faceva paura, e
la infil in centro nella chiave de l'arco. Era una specie di
diavolo con le corne dritte e la lingua di fuori come a offendere
tutti quelli che passava. Io gli dissi che forse era
meglio mettere la faccia di Cristo o un angelo ma Cuch mi
rispose che era stato Raggio a ordinargli quella faccia.
  Di quella casa si and a tagliare i larici per travi e solai,
sulle rampe del Certn, dove i alberi stava al sole e cresceva
sul magro piano e poco, nianche un milmetro all'anno.
Quelli dura secoli ma va tagliati in luna giusta i primi otto
giorni dopo la luna nuova dicembrina. Li squadr tutti
Liln de Mela, il nipote di quello che sollev l'anello del
pozzo dalle parti di Conegliano. Liln, anche se giovane,
nel legno era come Jaco dal Cuch nella pietra, un maestro.
Squadr i legnami solo con la scure ma pareva tirati co' la
pialla. Cos, in cinquantacinque giorni, Raggio aveva casa
nuova e pot maritare quella di San Martino che taceva
sempre e aveva i occhi misteriosi. Dopo il matrimonio si
fece festa sulla piazza del paese ed ero anch'io a mangiare e
bere, e tutti quelli che aveva fatto la casa mangiava e beveva
mancava solo Nacio Baldo. Raggio cop il vitello pi
grande, e si saltava, si ballava si mangiava e si beveva
fuori dell'osteria di Pilin perch era il mese di maggio, e
una bella giornata, era peccato stare dentro al chiuso. Intanto
che si faceva festa mi accorsi che lei, la nuova sposa,
mi guardava di continuo. Ma se  appena sposata perch
mi guarda me? pensai. Ancora non immaginavo che da
quelle guardate nella piazza di Erto, in quel giorno di
maggio che mi pare fusse il 20, sarebbe cominciato tutte le
mie disgrazie.

  Dal giorno del matrimonio andavo a trovare Raggio assai
spesso. Pass cos un paio di anni. Siccome lui aveva anche
la passione di caccia e andava pi di tutto a camosci,
tacai anch'io a passionarmi di caccia e andavo con lui a
camosci. Qualche volta veniva con noi anche il vecchio
Checo de Costantina ma raro perch a quello gli piaceva
andare da solo. Stava sempre solo quello, come il cuculo.
  Una volta io e Raggio si and gi in Bosconero a prendere
camosci. Avevamo i novantuno che era fucili buoni
della guerra appena passata, uno a testa. Era il mese di
settembre, un po' presto per camosci perch hanno il pelo
ancora rosso, ma Raggio aveva bisogno di carne e non voleva
copare le sue capre ed ancora meno un vitello. Quelli
si teneva per i tempi di bisogno.
  Quando rivammo in Bosconero, ci sistemammo sotto
l'antro dei bracconieri perch si stimava di stare almeno
tre giorni e l dentro  come un albergo. Ma altro che tre
giorni, per un pelo Raggio non crep l sul posto. Eravamo
gi, nei Gravrs, e per fortuna che eravamo laggi,
dove corre acqua in abbondanza e in basso fa cascata, se
no il mio amico sarebbe morto di sicuro. Passando sotto
una muga a Raggio gli beco una lpera sulla nuca. Io vidi
tutto perch ero dietro. Tac a darsi pugni sul collo e gridare
e bestemmiare e poi vidi la lpera, di quelle col corno,
cadere per terra morta dai pugni di Raggio ma ormai
gli aveva becato. Cosa fare? Tornare su in forcella e andare
verso Erto nianche da pensare, perch ci vogliono sette
otto ore, giusto il tempo di morire con calma. Intanto
Raggio, dopo nianche tre quarti d'ora, tac a vomitare e
star male e diceva che gli doleva la pancia come aver
dentro fuoco. A un certo punto disse che gli veniva sonno
e voleva mettersi a dormire. Aveva gonfiato il collo come
quello di un bue e i occhi, forse per la pressione del gonfio,
gli era venuti in fuori e rossi che pareva insanguinati
come quelli dei gufi. Quando mi accorsi che voleva pisolarsi
pensai che non si sarebbe pi svegliato e mi prese
paura. Allora mi ricordai della cascata che veniva gi dal
canalone di Collalto ma era pi in su, verso la cima Laste.
Tirai in piedi Raggio e gli dissi di farsi forza che se rivava
fino alla cascata, con l'acqua si sarebbe salvato. Mi era venuto
in mente di metterlo sotto l'acqua che cadeva gi in
modo che il freddo de l'acqua non lo lasciasse addormentare.
Pian piano tenendolo su con una spalla lo tirai fino
alla cascata di Collalto. Camminava abbastanza bene ma si
fermava spesso per vomitare cos impiegai pi di un'ora
a fare il tratto che normale si fa in venti minuti. Gli tirai
via tutti i vestiti e lo spinsi sotto la cascata e gli dissi di resistere
l sotto, se voleva tornare a casa. Lui si poggi con
le mani a la croda e la testa piegata in gi e tutto il corpo
sotto l'acqua. Non parlava e stava l sotto e pareva che
dormisse in piedi. Ogni tanto gli chiedevo come stava e
lui rispondeva con suoni che non si capiva, mugghiando
come fusse una mucca. La lpera gli aveva impiantato i
denti verso le otto di mattina e verso le dieci l'avevo messo
sotto l'acqua e l rest per circa cinque ore ma non
sempre in piedi perch a un certo punto si pieg in ginocchio
e tac anche a parlare e a chiamare "quella troia" la
lpera che gli aveva morso dietro il collo. Io sempre l, a
vedere cosa faceva, aspettando se andava in meglio od in
peggio, e quando sentii che diceva troia a la lpera capii
che forse era liberato dal veleno e guarito. Infatti salt
fuori di colpo da sotto la cascata come il cane che esce
dalla cuccia perch ha visto un gatto. Aveva fatto la carne
bianca come neve con strisce scure e mi fece venire in
mente quando si mette volpi e martore legate a un fil di
ferro, spellate e pulite, nell'acqua del Vajont in modo che
si frolli per mangiarle. Diventavano propio come lui, con
quei stessi colori.
  Gli domandai come stava e mi disse che stava abbastanza
bene ma che gli girava la testa e gli doleva ancora
la pancia.
  Quella sera si dorm sotto l'antro dei bracconieri perch
non conveniva propio mettersi in viaggio. L'amico era debole
come 'na fiamma di candela e anche se voleva a tutti
i costi tornare a casa lo obbligai a stare l a riprendere un
po' di forze perch non solo il veleno della lpera lo aveva
fiaccato ma anche l'acqua. L'acqua corrente fiacca l'uomo
pi di una grande fatica. Ne sa qualcosa quelli che fanno
le stue in Val Vajont per mandar gi il legname, lungo il
torrente. Tutto il giorno coi piedi nell'acqua la sera sono
pi morti che vivi.
  L'indomani copai un camoscio e gli feci bere il sangue a
Raggio in modo che prendesse un po' di vita. Mi ricordo
che verso l'alba prima di partire per la forcella e tornare a
casa, io e Raggio mangiammo il fegato, i polmoni e il cuore
del camoscio perch cos fa sempre i cacciatori per mettersi
dentro la forza e il coraggio della bestia. E di forza
l'amico aveva gran bisogno dopo che gli aveva becato la
lpera sul collo.
  Partimmo che ancora luceva le stelle del primo mattino
e Raggio fatic per arrivare al taglio di croda perch, dieci
ore dopo che gli aveva morso la lpera, sotto i piedi gli era
venuto fuori delle crescenze come mezze noci che non lo
lasciavano stare in pace dentro le galosce. In discesa invece
and meglio.
  Ci mete un mese Raggio a tornare come prima e sgonfiare
le noci sotto i piedi. Da quella volta gli mont un
odio che si mise a prendere le lpere e tutte le bisce che
trovava. Gli tagliava la testa, gli tirava gi la pelle, le lavava
sotto la fontana, poi metteva un po' di butirro nella teglia,
e le friggeva come fusse anguille poi se le mangiava.
Una volta le assaggiai anch'io e gli dissi che era buone ma
che gli aveva messo troppo sale. Lui rispose che sale non
ne aveva messo niente, che le lpere sono salate di se stesse.
Insomma, le lpere ha la carne salata di natura.

  Da quella volta diventammo pi amici ancora, cos tanto
in fiducia che si decise di mettere su una latteria insieme.
Lui aveva vacche e capre io anche, e tutti in paese aveva
vacche e capre. Ritirare il latte del paese per fare il formagio
era 'na buona idea perch tutti faceva il formagio per
conto suo ma parte veniva buono e parte no. Cos mettemmo
in piedi la latteria nella casa sotto il Comune, che
era vuota perch i padroni era morti tutti, e tacammo a fare
formagio. Da prima nissuno veniva a portare il latte da
noi perch non si fidava. Allora io e Raggio cuoceva solo il
nostro, ma pochi alla volta, prima uno e dopo l'altro, tacarono
a portare il latte in latteria. La prima fu Veronica muta,
che si chiamava muta non perch non fusse buona di
parlare ma perch taceva sempre. Disse son stufa da fare
il formagio fatemelo voi e lasci l due secchie di latte perch
aveva tre vacche. Da quella volta quasi tutti port il
latte da noi e capirono che il latte misciato di pi vacche e
pi capre fa il formagio molto pi buono e soprattutto
non va mai di male. Perch un latte unico pu dare formagio
guasto. Solo una volta ci and male una cotta. Dodici
forme si gonfiarono come cuscini e quando ne tagliammo
una era piena di vermi bianchi. Succedeva a volte che il
formagio facesse i vermi ma al massimo una forma no dodici.
Allora Raggio disse che era stata la Stria del Bago a
fare lo strionamento perch non gli avevamo dato un tocco
di butirro. La Stria era venuta in latteria a chiederci un
po' di butirro ma gli dicemmo che in quel momento si
aveva solo un chilo per il prete. Invece gli contammo una
balla, butirro ne era quanto voleva ma quella non la potevamo
vedere e gli si disse quella bugia. Se ne and segnando
la caldiera con un dito storto e pieno di gobbe che
pareva 'na radice di carpino, e dodici forme di formagio
diventarono un formicaio di vermi viventi. E anche il butirro
divent verde come l'erba, con un odore che non gli
stavi vicino. Allora dissi a Raggio che bisognava far rimedio
e gli portammo a la vecchia due chili di butirro e un
anzicioco che  il fiore pieno di spine del perdono. Li accett
e i giorni dopo il formagio torn a cagliarsi normale
e il butirro non pi verde.
  L'anzicioco  un fiore apposta per farsi perdonare. Quando
uno non ha coraggio di chiedere perdono a voce, raccoglie
un anzicioco e lo porta a chi ha offeso. Se questo lo
prende e lo mette in casa  tutto a posto, se invece lo sbatte
per terra e lo calpesta vuol dire che non perdona.
L'anzicioco  alto pi di un metro pieno di spine con un pomo
soffice come un piumino in cima e il ciuffo color del cielo
sereno. Si prendono su d'estate e si seccano a testa in gi,
e cos durano anni, e si tiene sempre un fascio in casa
pronti per farsi perdonare anche d'inverno quando sui
prati anziciochi non ce n' perch sbagli se ne fa sempre
anche nella brutta stagione.
  La vecchia era l per buttarlo in terra poi ci guard e spar
dentro casa co' l'anzicioco in mano. Gli dissi a Raggio che
con quella non era da scherzare pi, gi una volta aveva
fatto lo strionamento a la pastora Jole dal Bus che non
aveva dato un litro di latte di capra alla Velfa che aveva
appena partorito. Per dieci giorni a Jole non gli veniva il
formagio. Pi metteva caglio e meno si induriva. Allora
Jole cap e gli port una secchia di latte a Velfa e l'anzicioco
e il formagio torn subito a farsi.

  Una volta intanto che facevamo il formagio, in merito ai
vermi Raggio mi cont una storia. Disse che uno di Montereale
era stato bruciato su una catasta di rami di larice a
causa del formagio. Si chiamava Scandella Domenico detto
Menocchio che vuol dire Domenico Piccolo. Questo Menocchio
andava dicendo in giro che lui sapeva come era venuta
la vita sulla terra e anche come era nato l'uomo. L'uomo era
venuto fuori dal formagio, diceva Scandella, come venivano
dal formagio i vermi. Cos, secondo lui, era partita la vita
su la terra e cos era nato l'uomo. Era nato dal formagio
che fa i vermi diceva Menocchio. E la gente cominciava a
credergli e i capi de la chiesa cominciava a preoccuparsi. Allora
pens bene i capi de la chiesa di mettere il Menocchio
sopra 'na catasta di legna e dargli fuoco perch era diventato
dicevano contrario (eretico). E lo bruci vivo. Era intorno
ai primi del milleseicento.  pi di trecento anni che gira
questa storia per la valle perch Montereale  vicino a noi,
in fondo la Val Cellina, a un tiro di fucile in linea d'aria. Ma
Scandella prima di morire lanci la maledizione e chi lo
bruci mor presto e malamente. E ancora oggi i parenti di
quei che lo bruci muore male e non  sani.
Comunque anche se il formagio a volte fa i vermi non si
butta via si mangia lo stesso con vermi e tutto. E sono
buoni perch sono bianchi e pieni di sugo, col sapore che
sembrano salati perch prendono dentro la salamoia del
formagio. Mi ricordo Felice Corona Menin, un amico nato
nel '79 come me, fratello di quello che mor sul Pai Piccolo.
Lo si chiamava il sordo perch sentiva poco ma molti
pensava che facesse apposta per ascoltare meglio quelli
che parlava. Spaccava la forma di formagio piena di vermi
che pareva un formicaio bianco e vi tociava (intingeva)
la polenta. Premeva un boccone di polenta sopra i vermi
che si attaccavano nel boccone e se lo mangiava cos pieno
di vermi caldi. E che buoni che erano, diceva Felice.
  Io e Raggio si faceva giornate intere assieme a caccia a legna
al pascolo e nella latteria. Eravamo diventati amici e
tali si rest fino a quando sua moglie non tac a farmi
buono (provocarmi).
  La prima volta che mi fece buono fu nella latteria. Mentre
cuocevo il latte e Raggio metteva la legna sul fuoco lei si fece
vicina a buttare il caglio nella caldiera. Mi accorsi che
mentre buttava il caglio, con un ginocchio spingeva verso di
me, circa di sotto la mia pancia. Pensai che si fusse sbilanciata
e che mi avesse toccato per sbaglio. Allora mi spostai pi
in l, a tirarmi via da quel contatto che mi aveva fatto scaldare
il sangue come il latte nella caldiera. Ma lei venne ancora
in qua, verso di me, e continu come se niente fusse a
spingere con il ginocchio sotto la mia pancia intanto che il
marito soffiava sul fuoco col canello. Per farla smettere feci
finta di andar fuori a prendere legna e quando tornai dentro
lei mi guard di traverso come se si fusse offesa, o come per
rimproverarmi. Aveva i occhi cos belli e misteriosi che mi
tiravano verso lei come il zappino tira il tronco. E non parlava
mai. Parlava con quei occhi che tirano l'uomo di colpo
come la calamita tira il chiodo. 'Na donna che non parla fa
mille volte pi gola di una che parla. Almeno per me.
  La moglie di Raggio, con la calamita nei occhi mi aveva
tirato vicino fino a incollarmi a lei. Da quel giorno in latteria,
cominci a girarmi api nella testa e cercai in tutti modi
di mandarle via e di star lontano da lei. Ma ogni volta che
la vedevo, le api mi tacava a girare nel cervello.
  Un giorno che era d'estate, venivo su dal Bondi quando la
vidi che lavava i stracci sulla riva del Vajont, inginocchiata
su una lastra di saldan. Il saldan gratta di pi perch  pietra
da affilare, e i vestiti vengono puliti pi che su tutte le
lastre di pietra del mondo. Anche lei mi vide con la coda
dell'occhio. Ero sicuro che mi aveva visto perch, dopo la
coda dell'occhio, si gir e mi guard fisso. Poi, come se non
mi avesse visto, riprese a lavare girandomi la schiena. E si
piegava gi apposta a sciacquare fino a sfiorare l'acqua col
naso e cos la cotola (gonna) gli andava su quasi sopra il culo
e io gli vedevo tutto. Si capiva che faceva apposta per
farmi voglia, e se per quello, ci era riuscita. Mi divent duro
come un sasso del torrente e per un pelo non la forai l,
sulla lastra di saldan, come una rana, mentre lavava i vestiti.
Dalla rabbia gli avrei anche spinto la testa dentro l'acqua
perch non si fa cos con un uomo, a fargli voglia apposta.
Lei si mise a sciacquare un lenzuolo sempre piegata gi con
tutto il dietro di fuori. Allora glielo guardai ancora una volta
e passai oltre ma non andai lontano. Poco sopra mi fermai
dietro un cespuglio e con quella visione nei occhi mi liberai
a mano dalla voglia che non mi lasciava pi da
quando l'avevo vista con la cotola sopra il culo.
  Capii che ormai era fatta, che mi aveva stregato, che mi
aveva rovinato. La voglia che faceva quella donna era 'na
roba che non riuscivo a tener lontano, cos cominciai a vedere
il mio amico Raggio con altri occhi. Lo invidiavo per
avere lui quella donna cos da voglia, ma avevo giurato a
me stesso che mai gli avrei fatto il torto a Raggio di montargli
su a sua moglie. Se non fusse stato cos, l'avrei gi
forata gi, sulla riva del Vajont, mentre lavava i vestiti e si
faceva andar su la cotola apposta per farmi gola. A ogni
modo decisi di tenerla lontana per non rompere l'amicizia
con Raggio.

  Sempre quell'estate che l'avevo vista sul vajont con le ctole
sopra il suo bel dietro, io e Raggio si and a falciare i
prati della Palazza sul monte Buscada.  prati lunghi un
chilometro e larghi cinque, tutti in salita, ripidi e scomodi
ma con erbe speciali che basta un ciuffo per far pasciutta
una vacca. Si falciava da mattina a sera e si dormiva nella
grotta di Melissa, una vecchia cattiva e antipatica che era
padrona di quell'antro e si faceva pagare salato per dormire
l dentro. Era diventata sciora (ricca) con il sonno dei
falciatori. Voleva soldi ma se qualcuno non ne aveva, ed era
tanti che non ne aveva, si contentava anche di roba. Ricotte,
pezzi di formagio, qualche salame, e potevi dormire
nel suo albergo, e tutti i falciatori del Buscada, pi di quaranta,
dormiva nella grotta di Melissa. Si stava lass per
quasi due mesi.
  Fu propio quell'estate che mi accorsi di una stranezza
di Raggio che prima non aveva. Alla sera, quando aveva
finito di falciare, invece che buttare via l'acqua del codaro,
il porta-cote di legno che appeso alla cinghia in fondo la
schiena sembra una coda, la beveva fino a l'ultima goccia.
Restai di sasso a vedere quella scena e gli dissi di andare a
bere dalla baril (botticella di legno) che era sotto l'antro di
Melissa. Lui rispose che non era per sete che beveva l'acqua
del codaro ma per prendere la forza delle erbe. La
cote affila la falce che taglia le erbe dei prati. Le erbe lascia
il loro sangue sulla falce e la cote lo porta via e poi va a
sciacquarsi il sangue delle erbe nell'acqua del porta-cote.
Bevendo l'acqua del codaro si beve il sangue delle erbe e
in questo modo si ruba tutta la forza delle erbe dei prati.
Cos disse Raggio quando mi feci meraviglia perch alla
sera beveva l'acqua del porta-cote. Tanto a posto non era
mai stato ma quando mi disse cos pensai propio che russe
diventato matto.

  La vecchia Melissa era 'na carogna. Se non pagavi nel suo
antro non entravi. Anche se pioveva e tu eri fuori, prima
di farti entrare dovevi dargli o promettergli la paga. E
guai non mantenere. Non so come arrivava fin lass, sul
Buscada a ottantaun anni ma so che camminava meglio di
un giovane. Non era ben vista dai paesani. I falciatori la
odiava perch non aveva piet di nissuno. Stava in un angolo
della grotta per quaranta giorni, come i falciatori, a
badare ai clienti del suo albergo di pietra in modo che nissuno
se la scapolasse. Dormiva vestita in un buco dell'antro
pieno di fieno, come un corvo nel nido, e non si lavava
mai, e pisciava in piedi e puzzava di piscio che non gli
stavi vicino.
  Un giorno spar e mai pi si fece viva. Nissuno sapeva
che fine aveva fatto ma i falciatori sapeva. Le voci diceva
che l'avessero copata a bastonate e bruciata sul fal dell'antro.
Altre diceva che l'avevano buttata gi dallo strapiombo
della Palazza e che il suo corpo sbrindollato dai
larici fusse finito nelle foibe di Lavestra. Altri diceva che i
falciatori dopo averla copata l'avessero sepolta nella grotta
ma questo  pi dificile perch tutti avrebbe potuto scavare
e trovarla. Comunque non salt pi fuori e da quel
giorno i falciatori usarono l'antro per dormire e salvarsi
dai temporali senza pi pagare niente.
  Ma la vecchia non era scomparsa del tutto. Col corpo s ma
non con lo spirito perch le carogne non scompare mai, resta
sulla terra in forma di spirito maligno a far del male. I
falciatori tacarono a dire che di sera, quando ardeva il fuoco
nella grotta, la figura di lei compariva su la parete di fronte
nello scuro dell'ombra. Era l, che li malediva e menava le
braccia in segni di croce per farli andare a l'inferno. I falciatori
non si spaventava anzi rideva perch l'ombra menava
le braccia ma non chiedeva soldi o roba da mangiare per
farli dormire. Ma in paese si stentava a credere che col fuoco
arrivasse anche l'ombra di Melissa. Allora Pilo dal Crist, con
un pezzo di carbone in mano, una sera and dietro alla sagoma
della vecchia che era comparsa sulla croda dell'antro
a maledire. Quando fu giorno e fuoco spento lei era l, disegnata
perfetta, col suo brutto profilo sulla roccia, che li guardava.
E ogni notte tornava a comparire ne lo stesso punto
dentro le linee del disegno di carbone fatto da Pilo dal Crist.
Non si spostava di un millimetro ne pi in l ne pi in qua,
stava sempre in quel posto a maledire tutti. Felice Corona,
quello che mangiava il formagio coi vermi, disse di scancellare
quella sagoma che gli faceva paura ma i altri disse di
no, che doveva restare l perch volevano vederla a storcersi
dalla rabbia come il ramo di sorbo quando si fa un legaccio.
Cos la lasciarono al suo posto sulla roccia.
  Credeva di scherzare i falciatori con la padrona dell'antro
che era scomparsa, invece la sua maledizione a quelli che
si pensava l'avesse copata non tard a farsi viva.

  Pilo dal Crist precipit dallo strapiombo della Palazza
mentre falciava sul bordo. Chi lo vide cadere raccont che
gli scivol la galoscia ferrata su un sasso sconto dall'erba.
Non disse niente andando gi, nianche un grido.
  E s che ne aveva tempo per urlare durante i duemila
metri di volo che fece. Andarono a vedere ma non lo trovarono
pi, si era disfatto gi per le rocce, e bestie e corvi
si era mangiati i tocchi. Solo trovaron l'osso di una gamba
senza polpa e lo seppell laggi, quell'osso, tanto ormai
non era pi niente.
  Jacon de Arcangelo fu morso nel piede da una lpera propio
vicino l'antro. Forse se fusse sceso subito in paese si sarebbe
salvato ma volle restare lass. Cop la lpera con la schiena
della falce e tutto tranquillo seguit a tagliare erba. La sera
aveva la gamba blu come il fiore dell'anzicioco e grossa come
un larice. Tac a vomitare veleno verde a uso i cani
quando mangia erba e a straparlare. Diceva robe brutte e
porcherie che da sano non avrebbe mai pronunciate, e vedeva
la vecchia Melissa che lo tirava all'inferno per i piedi.
Lass non  acqua per metterlo sotto come feci io con Raggio
in Bosconero. L'unica acqua lass  la Cogara, una risina
(filo) sottile che esce dalla croda piano piano, giusto per
bere un poco. Jacon mor poco prima che venisse l'alba. Era
diventato gonfio come un paglione di foglie, e scuro come la
gamba, con gli occhi fuori dalla testa. Quattro falciatori lo
caricarono sulla slitta da fieno e, dopo averlo legato stretto
che non rotolasse, lo portarono in paese per il funerale.
  Otto giorni dopo toc a Piare Stort chiamato cos perch
era rimasto storto, piegato in avanti per un colpo ricevuto
al filo della schiena da un tronco nel bosco. St due anni
a letto senza muoversi prima di guarire e quando si
tir su era rimasto gobbo in avanti come un vecchio carpino.
Gli sucesse che aveva sedici anni. Adesso ne aveva
quarantacinque. A lui la maledizione de la vecchia lo
trov in causa di un altro falciatore. Questi lo colp per
sbaglio con la punta della falce all'interno alto, vicino dove
la gamba si attacca con la pancia. Si pensa che gli tagli
'na vena perch il sangue veniva fuori come il Vajont
vien fuori dal buco dei Govoi. Provarono a fermargli il
sangue ma non fu niente da fare. Correva come 'na fontana.
Una donna raccolse in fretta e furia una branca di erba
del taj (taglio), l'erba miracolosa che ferma il sangue e
cuce subito le ferite come fusse con ago e filo, ma nianche
quella ferm la fontana di sangue che usciva da la gamba
di Piare Stort. Non si fermava nianche con un fascio intiero
di erba. Lo strascinarono sotto l'antro di Melissa e lo
misero su una coperta. Un po' alla volta tac a diventare
sempre pi bianco nella faccia e nelle braccia, bianco come
i sassi che guarda gi dalla cima della Palazza. Alla fine
senza pi 'na goccia di sangue dentro il corpo spir
guardando in alto verso la volta della caverna dove poco
prima con un filo di voce diceva che gli era apparsa la
vecchia e che da lass a gambe aperte gli pisciava sulla
faccia.
Anche lui lo portarono in paese con la slitta.
  Il quarto assassino di Melissa fu colpito dalla maledizione
in forma di castigo del Cielo.
  Toni Corona della Val Martin, fratello di Santo, era che
falciava a circa met della Palazza, nella zona chiamata
Peroni che vuol dire pieno di perns cio sassi. Stava
per rivare un temporale dal Duranno ma Della Val Martin
voleva finire il prato. Gli altri falciatori era gi al sicuro
dentro la caverna di Melissa e chiamava Toni che si
muovesse. Ma Toni non li badava e continu a falciare.
All'improvviso una saetta gialla come i occhi del sberegal
(barbagianni) venne gi a piantarsi in mezzo al
Peroni. Videro Toni della Val Martin alzarsi per aria come
'na piuma col vento e in mezzo al fuoco e poi ricadere
sull'erba appena falciata. Aspettarono che finisse il temporale
ed andarono a vedere del loro amico. Stava girato
con la faccia sul prato e pareva un fantasma. Era completamente
abbrustolito, nero e crostoso come un tizzone di
larice, nudo senza pi braghe n camicia. I occhi gli era
venuti fuori e una parte era bianca e una rossa sangue. Il
fulmine lo aveva spogliato e aveva arato tutto il prato e,
per dieci metri intorno, spaccato tutto. Di conoscibile restava
solo la lama della falce mezza fusa.
  I falciatori fecero il terzo viaggio con la slitta da fieno
per portare in paese ci che restava di Toni Corona della
Val Martin. Felice Corona disse: E quattro. Aspettiamo
altri morti per sapere quanti sono quelli che ha copato la
vecchia. Ma non successe pi niente, allora Felice Corona
disse era solo quei quattro i colpevoli, ma molti non
voleva credere alla maledizione e diceva che quelle era
solo disgrazie.

  Su alla Palazza i falciatori si portava dietro le donne per
rastrellare e lavorare il fieno perch li uomini falciava soltanto.
Alcune rivava fin lass gravide di nove mesi e sucesse
pi volte che abbino partorito i bambini nel prato.
Mi ricordo Rosina che a fine agosto fece il figlio quasi sulla
cima della Palazza, e la portarono gi in paese su la slitta
con il bambino in braccio ma lei voleva andare a piedi
perch non stava propio tanto male. Chiam quel bambino
Cielo perch era nato sotto il cielo. Di cognome faceva
Filippin e di sopranome de Porta. Cielo Filippin de Porta
era nato in alto come le aquile.
Non era semplice tirare gi il fieno dalla Palazza ad Erto.
  Occorreva portare i fasci sulle spalle per un'ora e mezza
fino all'intaglio del Scalt attraversando le montagne Buscada
e Palazza compreso un pezzo del Borg. L, al
Scalt, c'era il deposito delle slitte, anche quaranta, e
ognuno caricava la sua e andava gi fino al paese in
un'altra ora e mezza. Li stessi morti della maledizione furono
portati sulla schiena fino al Scalt avanti di caricarli
in slitta. Toni della Val Martin fu messo in un sacco perch
era abrustolato e diventato piccolo. Rosina invece col suo
bambino appena nato cammin da sola fino al Scalt poi
si stese sulla slitta. Per farla stare tenera col suo bambino, i
falciatori aveva messo uno strato di rami di muga e fieno
sul fondo de la slitta.
  Tutta quella gente che per quaranta giorni viveva sui prati
della Palazza aveva un posto speciale per tenere in fresco
la roba da mangiare. Si chiamava la Porta dell'Inferno,
perch era un buco nel prato vicino al Peroni che andava
gi nella terra per pi di cento metri. Nel cuore di quella
scafa (foiba) si poteva scendere camminando quasi verticale
perch i falciatori aveva scavato scalini nella pietra e
impiantato ferri nelle pareti di roccia per tenersi agrappati.
Laggi, sulla Porta dell'Inferno, in una specie di grotta
bislunga era sempre metri di ghiaccio e neve indurita come
fusse marmo. I falciatori aveva fatto dei buchi per meter
in fresco le robe da mangiare che pi pativano luglio
e agosto. Prima di tutto butirro e selvaggina e strutto e
qualche baril di vino ma anche altro. Era un freddo laggi
che cavava le ossa dalla carne. Quando si accendeva la
candela veniva i brividi per il posto che faceva paura, co'
la fiamma che dondolava sulla candela come un morto
che torna, e pareva che la gobba del ghiaccio si muovesse
come se il diavolo spingesse su co' la schiena per venir
fuori a mangiarti vivo.
  Laggi si stava poco, giusto il tempo di prendere la roba
e rampicarsi veloci per tornare al sole dei monti.
Tremava le gambe in quella tomba profonda e ghiacciata,
dove niente aveva vita e luce umana e dove si sentiva l'aria
fredda della morte.

  Durante la fienagione del Buscada per tre volte la moglie
di Raggio prov a saltarmi sopra e io sempre la schivai
perch non volevo fare un torto al mio amico.
  La prima volta ci prov propio gi nella tomba del
ghiaccio alla Porta dell'Inferno, dove nianche se avessi
voluto in quel posto della morte avrei fatto quella cosa.
  Ero sceso a prendere un pane di butirro per friggere le
zucche e la polenta quando sentii come un vento che scivolava
gi. Mi compar lei sudata e con la camicia aperta.
Gli dissi di non stare l dentro sudata che si prendeva la
polmonite. Disse che era venuta a prendere una baril di
vino. Allora capii che era venuta per me perch la baril
l'aveva presa nianche un'ora prima suo marito e non poteva
averla gi finita. Gli dissi che il vino l'aveva gi portato
su Raggio poi presi il butirro e feci per salire a respirare
la luce. Ma lei si mise davanti, vicina a me fin che le
sue mammelle mi toccava il petto e spingeva contro dicendomi
di farmi furbo. Mentre la slontanavo con la mano,
gli risposi che forse furbo non ero ma onesto s, e che
si tirasse via che andavamo fuori. Lei diceva che solo i
stupidi  onesti, intanto continuava a spingermi contro le
mammelle e con la mano mi tocc anche sotto. Stavo quasi
per fargli vedere che stupido non ero perch di sicuro si
accorse che i miei pantaloni, anche se il posto era freddo,
era diventati gonfi. Invece la spinsi via e mi buttai su per i
scalini della scafa col butirro sotto il braccio. Intanto che
salivo la sentii gridare che non ero buono da fare niente e
che era un peccato non adoperarlo grosso come l'avevo.
  La seconda volta che prov fu oltre la cresta del Buscada,
sotto l'antro del letame dove duemila metri pi in basso si
vede come un nido di api il paesino di Lavestra vicino a
Longarone. Quella grande caverna che guarda sul vuoto si
chiama antro del letame perch pi di ottocento capre in
autunno va a dormire l dentro e lascia i suoi bisogni sul
fondo dell'antro che cos  pieno di letame. Ero andato a
prendere un sacco di quel letame da portare a casa per far
crescere il radicchio di montagna (tarassaco) che nell'orto
viene bene col letame di capra. Stavo seduto a guardare i
paesi nella valle del Cadore dopo aver riempito il mio sacco
quando sentii ancora quel vento che scivolava. E compar
lei come giorni prima gi nella Porta dell'Inferno. Mi
disse cosa fai qua e io gli risposi cosa fai tu qua. Allora mi
venne vicina e tac a palparmi e a dirmi di svegliarmi e
non essere stupido, che la vita era corta, e passava per tutti,
e anche veloce, e era peccato buttarla via. Gli risposi che
io la mia non la buttavo via ma nianche volevo fare il traditore
con Raggio montandogli su a sua moglie. Mi rispose
che quella roba non si consuma se la dopera qualcun altro,
e che il mio amico Raggio la usava poco, e non era
nianche capace di fargli fare figli. Era pi di due anni disse
che era sposati e figli nianche la traccia.
Io risposi che forse poteva essere causa di lei che non
veniva figli. Ma lei, intanto che mi palpava tra le gambe e
mi leccava sul collo, come le capre quando lecca il sale,
rispose che figli poteva farne perch se lo sentiva, era sicura,
e con me gli sarebbe venuto un figlio anche subito,
come una manza la prima volta. E mentre diceva cos, con
un spintone mi rovesci indietro e in un lampo mi fu sopra.
Mi ribaltai con la schiena nel letame di capra sporcandomi
tutto e lei sopra di me con le cotole tirate su, rossa
come le fiamme del fuoco, che diceva dai stupido tiralo
fuori. Cercai di strapolarmi da lei, ma lei non mi mollava,
cos ci si rivoltava nel letame, 'na volta di qua, 'na volta di
l, e eravamo ridotti due letamaie. Finch non gli mollai
'na sberla. Dopo mi tirai in piedi e gli dissi che non ci provasse
mai pi, poi mi avviai tutto sporco di letame col
mio sacco in spalla verso la cresta del prato.
  Intanto che andavo su, la sentii gridare che ero propio
stupido e ancora una volta disse che ero un buono a niente,
e che per quel che mi serviva quell'affare che avevo in
mezzo alle gambe, potevo anche tagliarmelo e darglielo ai
gatti. A dire la sincera verit a quel punto non era pi nianche
il rispetto per Raggio che mi frenava dal montargli sopra
e dargli una pestata come si deve. Era che lei mi faceva
una certa paura. Mi pareva una mina di polvere nera pronta
a scoppiarmi nella pancia. Non che avessi paura a metterglielo
dove voleva lei, ma ero sicuro che dopo non avrei
pi avuto pace. Quella era come una manza ombrosa e
matta da legare, con l'unica voglia di avere quell'affare. Se
gli fussi montato su anche 'na sola volta, mi avrebbe trascinato
nella rovina sicura, tirato fino in basso, come preso
dentro dalla slavina del Valorch che porta i alberi fino sul
Vajont. Questo me lo sentivo sicuro come fusse un segnale.

  Quell'anno la fienagione del Buscada fin tardi perch era
bel tempo ed erba buona e tanta. Si tirava gi anche quaranta
slitte di fieno al giorno. La sera i falciatori intonava
canti sotto l'antro di Melissa e si poteva sentire gli altri
uomini che cantava dalla Galvana sotto l'antro della Becola.
Era i boscaioli che mandava gi la legna dai boschi di
col de Ter e col dal Mus. L'avevano tagliata in novembre,
pi di novemila quintali. Uno di questi Giomaria de Stifen
mi cont che faceva il sugo della pasta coi topolini di
bosco, quelli di color marrone che vivono in mezzo le radici
dei faggi. Ne occorreva dodici-tredici per fare una padella
di desfrit (soffritto). Li prendeva con le trappole di
legno, li spelava e con un po' di butirro li friggeva e poi
metteva dentro le erbe giuste e veniva una pastasciutta
che pochi immagina quanto fusse buona.
  La terza volta che la moglie di Raggio cerc di farsi montare
su da me fu propio sotto l'antro della vecchia Melissa.
Era verso le undici e tutti i uomini e donne stava nel fieno
sui prati senza fine della Palazza. Erano sparpagliati nella
parte bassa perch quella alta l'avevano gi sfalciata. Io
credo che lei abbia fatto apposta a spettare che i uomini
russer nella parte bassa perch da laggi all'antro ci voleva
quasi un'ora a venir su. Io quel giorno ero di turno a
far da mangiare perch si faceva da mangiare a turno, ed
ero andato nell'antro verso le dieci. Avevo messo sul fuoco
l'acqua per la polenta e stavo per mettere dentro la farina
quando la vidi su l'imbocco della caverna sempre con
la camicetta aperta davanti. Quella volta non mi tac subito
allora pensai che fusse venuta a prendere qualcosa. Ma
mi sbagliavo. Gir un po' intorno al fuoco e poi venne vicina
e mi chiese se finalmente mi decidevo. La mandai via
con un spintone e gli dissi di stare lontana da me se no gli
davo il mescolo gi per la schiena. Intanto che buttavo
dentro la farina nella caldiera, capit da dietro e mi abbracci
a l'improvviso e mi leccava il collo come le capre
lecca il sale nella salina. Per un po' la lasciai fare perch se
non miscugliavo veloce la farina faceva i groppi, ma dopo
mi girai e gli mollai 'na sberla. Non forte perch mi dispiaceva
fargli male e un po' mi piaceva che mi lecasse il
collo. Ma pensando a Raggio decisi di non cedere. Cos,
dopo lo schiaffo gli dissi che se non filava via andavo sul
bordo dell'antro a chiamare suo marito che era gi nel fieno
basso. Mi rispose che mentre lui rivava su, lei sarebbe
gi sparita ma disse anche che intanto che stavo l a fare il
coione potevo profittarne. E cos dicendo si butt gi sul
fieno dei letti tir su le cotel e me la fece vedere perch
sotto era senza niente. Vieni qua se hai coraggio mi diceva
mentre se la toccava con piccole schiaffe. Allora andai
l e gli misi 'na mano tra le gambe e mi sembr di meterla
sulla fiamma del fuoco, e i pantaloni tornarono a
gonfiarsi. Gli dissi che se volevo ero buono da forarla l
sul posto ma mi teneva il rispetto per Raggio. Disse che
solo i stupidi ha rispetto per un altro e si prdono quella
bella roba, e cos dicendo se la torn a toccare. La presi per
un braccio e la buttai fuori dall'antro come quando si lancia
un tronco sulla catasta, anche perch avevo paura che
rivasse qualcuno a vederci, e perch mi stava facendo
bruciare la polenta e mi faceva bruciare in mezzo le gambe
come la polenta. Se ne and a uso 'na furia chiamandomi
di tutto perfino ragia che vuol dire verme, e per la terza
volta la sentii gridare che non ero buono da fare niente
e che per quel che mi serviva quell'affare in mezzo le
gambe, potevo anche tagliarmelo e darglielo da mangiare
ai gatti.
  Intanto che mescolavo la polenta giurai a me stesso che
la prossima volta che ci provava non gli andava pi cos
liscia, e che se mi rivava a tiro l'avrei spaccata in due come
il cuneo spacca il tronco. Ormai ero stufo e la mia pazienza
era finita.

  Verso i primi di settembre termin la fienagione del Buscada
e si torn gi in paese tutti quanti. Le vacche era
ancora in malga fino ai 7 di settembre. Io e Raggio imbiancammo
la latteria con calce viva in modo che fusse
disinfettata e pulita perch si sarebbe ripreso a fare il formagio
quando le vacche tornava dalle malghe. Il 7 settembre
tutto il paese and alle casere per riprendersi le
sue vacche. Molti le aveva a casera Bedin, altri a casera
Galvana, chi sulle Baite di Longarone, altri a Cimolais sul
pian Pagnn, e le Bregoline Alte. Io ne avevo due alla
Galvana e il giorno 7 bon'ora partii per andare a prenderle.
Sapevo che anche Raggio ne aveva due lass assieme
alle mie, e prima di partire, passai da lui per vedere se
dovevo menare gi anche le sue. Era l che puliva la caldiera
della latteria e mi disse che era gi andata sua moglie
a prendere le vacche alla Galvana. Allora immaginai
che lei aveva fatto apposta a salire su, e da una parte ero
contento di vederla alla malga perch era per incontrare
me che aveva voluto andare lei a prendere le vacche.
  Infatti la incontrai propio davanti alla casera ma siccome
era vicino il malgaro si comport come niente fusse.
Ma mi guardava e io anche questa volta la guardavo ma
solo da lontano perch, come ho detto, da vicino aveva occhi
che faceva non ragionare pi. Tagliavano il giudizio come
la falce taglia le erbe. E poi era il malgaro e non volevo
che si accorgesse che la guardavo. Lei prese le sue vacche
salut e si avvi gi per il sentiero, tirandosi dietro le bestie
tramite il sale che teneva in una tasca della giacca da
uomo che sempre portava. Intanto che andava gi ogni
tanto gli dava da leccare il sale sulla mano alle sue vacche.
Quando pass vicino con la scusa di girarsi indietro per
dare il sale alla prima vacca guard dalla mia parte e fece
un segno con la testa come a dire ti aspetto pi in gi. Ciacolai
(chiacchierai) col malgaro pi di un'ora, per non farlo
sospettare, prima di partire con le mie vacche che era le
ultime perch tutti i altri proprietari era scesi molto avanti
di me. Andai gi quasi a salti, curioso di vedere cosa
avrebbe fatto questa volta la matta perch, da come mi
guard mentre passava, ero sicuro che qualcosa stava tramando.
Infatti la trovai quasi in fondo, sul pian Mandriz,
dove aveva lasciato libere le sue vacche a pascolare l'erba
di quella bella radura illuminata dal sole che ormai stava
andando a dormire verso il Borg. Era sul sentiero e mi
blocc mettendosi davanti. Io mi fermai di colpo e la mia
vacca mi sbatt con la testa nella schiena perch mi ero
fermato troppo di colpo e cos mi spinse in avanti sul petto
di lei ferma immobile davanti a me. Feci per spostarla
con un braccio ma lei mi disse che questa volta non gli
scappavo e si attacc alla cinghia dei miei pantaloni e
cerc di buttarmi per terra di forza, come quando si butta
gi il vitello per legargli le gambe prima di fargli il salasso.
Con una mano mi teneva per la cinghia e con una mi
palpava tra le gambe, e sentiva che i pantaloni si gonfiava,
e diceva vediamo finalmente cosa sei buono a fare. Mi
guardava da sotto in su vicina al mento e io cercavo di
guardare in giro per non trovare i suoi occhi.
A un certo punto mi chiese per piacere di fare quella cosa.
  Almeno una volta disse, poi non mi avrebbe disturbato
pi. Gli risposi che dopo non avrei pi avuto il coraggio di
guardare in faccia Raggio se avessi fatto quella cosa con
lei. Mi rispose di non pensare a quello, e che era da stupidi
mettere le nuvole dell'indomani sul sole di oggi. Intanto
mi tocava dappertutto e mi leccava il collo infino alle orechie.
E in quel momento non resistei pi. Spinsi le vacche
verso il pian Mandriz, la presi per un braccio e la tirai verso
in su, dove c'era un ciocco di larice rovesciato da secoli,
sul quale i uomini metteva gi le donne con la forza per
farsela dare anche se non volevano. La buttai sul ciocco
chiamato delle vergini e mi slacciai la cinghia delle braghe.
Intanto che me la slacciavo mi accorsi che lei mi guardava
nei occhi e pareva quasi che ridesse. Allora mi venne voglia
di soffocarla sul ciocco, perch a quella non gli importava
niente del cuore dei altri e di quello di nissuno. Voleva
solo l'affare in mezzo le gambe. Era l solo a provocarmi
e sfidarmi con quei occhi che tagliava il pensiero come la
falce taglia le erbe. Allora per non veder quei occhi da bestia
salvatica che mi pungeva come spine, la girai con la
faccia verso il ciocco come si gira la capra per mungerla.
Gli tirai su le cotole, e in un'ora e passa che gli stei sopra,
gli feci capire che non ero quel buono a niente che diceva,
e che forse era un peccato per lei se me lo tagliavo per darglielo
al gatto come mi aveva detto di fare.
Soffiava che pareva un gallo forcello quando fa battaglia,
ed ero intrigato a tenerla sotto perch scartava e saltava
come 'na capra inseguita da l'aquila. A ogni colpo che
gli davo gli cadeva un po' del sale che aveva nella tasca
della giacca, fin che and tutto per terra. Alla fine mi tirai
su e lei si volt e si cal gi le cotole. Era rossa come le
fiamme del fuoco e dal naso gli correva un po' di sangue
perch nella furia di quell'ora gli avevo fatto sbattere il
muso sul ciocco pi volte.
  Non si parl. Nissuno di noi parl come se fossimo diventati
muti e a me mi pareva che fusse venuto notte di
colpo. Avrei voluto dirgli qualcosa, volevo che si fermasse
un poco l, con me, ma lei divent arrabbiata di colpo, tir
su un po' di sale da terra, se lo mise nella tasca e si butt
in discesa con le sue vacche come 'na saetta.
  Fu da quel giorno che la mia vita tac a rovinarsi fino a
rivare nel fondo del letamaio.

  Ormai era fatta, indietro non potevo pi tornare. Ma intanto
pensai che mi ero sfogato finalmente con lei, me l'ero
presa poteva bastare cos, e che mai pi lo avrei fatto
un'altra volta. In quanto a Raggio, sarebbe stato difficile i
primi giorni guardarlo in faccia ma poi il tempo avrebbe
pensato lui a scancellare i rimorsi o almeno a farli dormire
o vederli meno grandi.
  Per qualche giorno non la vidi pi e non venne nianche
in latteria per aiutarci a lavare la caldiera e i attrezzi del
formagio. Ma una sera intorno a met settembre verso
l'imbrunire, quando meno me la spettavo la vidi comparire
nella mia stalla mentre mettevo il vitello sotto la vacca
per tettare il latte. Entr chiuse la porta col cuneo e mi
salt adosso senza parlare come faceva sempre. Non apriva
mai bocca quella, mandava segni coi occhi, parlava con
quei occhi che ti strascinavano verso di lei come il zappino
tira il tronco. Con un spintone la buttai indietro sopra
la panca e gli dissi di star ferma che dovevo finire di far
mangiare il vitello. Rispose che il vitello si rangiava da solo
a tirare il latte da sua mamma, e mentre diceva questo
mi prese alle spalle e mi butt indietro. Per non cadere mi
poggiai sulla panca e in pratica arrivai seduto. Lei si gir e
mi fu sopra di colpo co' le gambe aperte e mi gancio stretto
come 'na tenaglia. Rossa come le fiamme del fuoco diceva
dai muoviti che voglio sentirlo.
  Cos dicendo mi mollava la cintura per tirarmi gi le
braghe e soffiava, e dalla fretta cadde in terra poi torn su
e pareva che gli mancasse l'aria tanto era agitata. Mi ricordai
di quando a diciasette anni un'altra donna mi butt su
'na panca di stalla e mi mont sopra. Era Maddalena Mora,
quella che badilava i cani rimasti attaccati assieme per
aver fatto quelle cose. La scena era l'istessa solo che era
cambiata donna, e io avevo vintiquattro anni in pi di
quelli che avevo allora, e adesso ero esperto, invece con
Maddalena dei cani era la prima volta che facevo quelle
robe e non sapevo niente.
  E in quel momento capii che la mia promessa di non
farlo un'altra volta con la moglie di Raggio andava a farsi
benedire. Gli dissi almeno di chiudere la porta della stalla
col catenaccio perch il cuneo non era sicuro, che non rivasse
qualcuno. A volte veniva a trovarmi mio fratello Bastianin
alla sera mentre governavo le vacche, o anche i fratelli
Legnle che aveva la stalla poco pi in basso. Ma lei
non si lev dalle mie gambe per chiudere la porta col ferro
perch ormai non capiva pi niente. E nianche mi lasci
alzare per chiuderla io. Allora, rischiando di esser presi
sul fatto, finimmo di fare quelle cose che furono pi volte.
Subito dopo gli dissi che a fare cos poteva diventare gravida
ma lei, mentre mi carezzava i capelli, rispose che non
restava gravida se no sarebbe gi restata con suo marito
Raggio. Io gli dissi che forse era lui la causa che non restava
gravida ma che con me era rischio che restasse, perch
un giorno fu propio lei a dirmi che era sicura di fare bambini.
Allora mi rispose che se restava gravida gli dava la
colpa a suo marito, e cos diventava 'na roba normale perch
loro due era sposati di regola. Ma io gli risposi che se
restava gravida con me il figlio era mio e non avrei voluto
che gli facesse padre un altro. Rispose che mica me l'avrebbe
detto se era mio o no. Poteva essere anche di suo
marito, tante volte era successo che due sposi abbino avuto
un figlio dopo molto tempo dalle loro nozze. Lo stesso
Raggio, disse, era venuto al mondo dopo dieci anni che
suo padre e sua madre era sposati e facevano quelle robe.
Allora io gli risposi che non era detto che Raggio fusse figlio
di suo padre perch sua mamma per dieci anni non
aveva avuto bambini. Ma lei disse che di chiunque fusse
figlio Raggio, era arrivato in quella famiglia come un angelo
tanto atteso, e per questo fu batezzato Benvenuto, e
poi chiamato Raggio perch accese quella casa come un
raggio di sole che entra nel cortile.
  Rivo sera e lei se ne and che era ormai buio, arrabbiata di
colpo come sempre dopo aver fatto quelle cose. Gli chiesi
cosa avrebbe pensato suo marito di quel ritardo, mi rispose
che gli avrebbe detto di essere stata in Val Zemola a
contare le capre.

  Per un poco non la vidi pi, nemmeno in latteria a lavare
la caldiera. Io invece in latteria andavo tutti i giorni, e mi
dispiaceva sentire Raggio che mi salutava e mi offriva col
cuore un gotto della sua graspa mentre io per ringraziarlo
gli montavo su a sua moglie. Non avevo pi coraggio di
guardarlo nei occhi e lui si deve essere accorto perch un
giorno mi chiese cosa avevo che stavo sempre serio e a occhi
bassi. Gli risposi che era un periodo di malinconia perch
ero solo e senza nissuno, e cos era per mio fratello Bastianin,
tutti due soli e senza nissuno. Raggio rispose che
passava tutto, che il tempo aggiustava tutto, e che bastava
aver pazienza e prima o dopo avrei trovato anch'io una
qualche donna che mi prendeva su, e anche Bastianin l'avrebbe
trovata. Ma bisognava che anche noi ci muovessimo
un poco giusti perch eravamo come dei salvatici.
Eravamo troppo sospettosi e per conto nostro, come faine,
disse Raggio, perch le donne prendessero coraggio e ci
venissero incontro. Vi comportate come se le donne ve
l'avessero fatta sporca brontol. Io gli dissi che aveva ragione,
che forse era colpa nostra se nissuna si faceva avanti,
ma intanto negli occhi non lo guardavo. Povero Raggio,
se avesse saputo che una donna l'avevo gi e era propio la
sua, chiss cosa avrebbe fatto.
  Una mattina mentre misciava il latte con le mani per sciogliere
il caglio, lo vidi girato di schiena sul bordo della caldiera
da trecento litri. Mi venne naturale l'idea di spingergli
gi la testa e soffocarlo nel latte ma fu un lampo, e
dopo solo al pensiero di aver pensato una roba simile mi
trem le gambe. Per buttarla in ridere ragionai dentro di
me che non sarebbe stato giusto annegare Raggio nel latte,
propio lui che beveva solo vino e graspa, ma intanto lo
avevo pensato e questo non era bene.
  Quella strega maledetta, con la sua magia nei occhi, era
riuscita a farmi pensare di copare Raggio per averla tutta
per me. Solo le streghe arriva a tanto, cio a storcere il cervello
dei uomini, come si storce il sorbo per fare un legaccio.
Quella era 'na strega perch aveva storto il mio che
credevo fusse instorgibile.
  Intanto venne l'autunno e io mi incontravo ancora qualche
volta con lei quando eravamo sicuri che Raggio non
fusse nelle vicinanze. Mio fratello Bastianin si accorse della
faccenda quando vide lei che usciva dalla mia stalla
una sera che era venuto su a trovarmi all'improvviso. Mi
chiam in disparte e mi disse di guardare bene quel che
facevo, Raggio in quelle cose non scherzava e se veniva a
sapere mi poteva tagliare la testa con la manra come tagliare
un fiore di anzicioco. Io gli risposi che si sbagliava,
che lei era venuta da me solo per farsi dare un po' di sale
per le capre. Bastianin mi guard in faccia come a dire per
chi mi hai preso, poi rispose che quella non era ora di sale
per le capre ma di qualcos'altro, e che il sale, se propio, lo
poteva prendere l'indomani a casa sua dove ne aveva 'na
mastella da dieci chili. Poi mi torn a dire stai attento e di
quella faccenda non parl mai pi.
  A novembre io e Raggio si and a tagliare legna nel bosco
di Val Zemola. Intanto che facevamo le cataste vicino la
teleferica, il mio amico mi confess che era preoccupato
per sua moglie perch una notte l'aveva vista girare per le
stanze con in mano il coltello da copare i maiali. E quando
lui gli disse cosa fai con quel coltello, lei si svegli come
da un sogno, e lo lasci cadere in terra. Io gli dissi che forse
era sonnambola e che non era da preoccuparsi troppo,
ma Raggio non rispose e continu a fare la catasta.
  Una mattina intorno ai primi di dicembre, io e Raggio
copammo un mio vitello perch ne avevo due, e uno era di
troppo volevo tenere solo la vitellina. Era gi la neve e faceva
freddo cos avevamo acceso un fuoco nel cortile vicino
alla stalla. Un gran fuoco che scaldava mezza contrada, e
diversi paesani era venuti fuori dalle case per vedere e scaldarsi
e bere una scodella di vin caldo. Raggio tir sangue al
vitello col coltello da maiali. Tirare sangue a un vitello che
ti guarda coi occhi da bambino non  facile e Raggio stent
a spingere la lama fino in fondo al manico nel collo della
povera bestia. Ma dov farlo lui perch io non avevo coraggio
essendo il vitello mio. E quando era uno suo lo copavo
io. Copare i vitellini era la roba pi difficile perch era belli
con quei occhi bambini, ma era bisogno di mangiare e non
solo di mangiare, era bisogno anche del caglio per fare il
formagio e il caglio si fa con il sacchetto che tiene dentro i
piccoli coioni del vitello. E allora per forza ogni tanto bisogna
coparne uno anche se non si ha coraggio se no non si fa
caglio e senza caglio non si fa formagio. Il sacchetto del vitello
deve stare appeso sotto la cappa del camino a prender
fumo per almeno un anno prima di diventare caglio buono
da indurire il latte, ma se sta due  ancora meglio. Raggio
non solo metteva a fumo i piccoli coioni ma anche un pezzo
di stomaco del vitello che era buono anche lui per diventare
caglio. Era una budella scura che infilava dentro lo
stesso sacchetto prima di metterlo a fumo.
  Fu propio quel giorno che copammo il vitello che mi accorsi
di quanto era pericolosa la moglie di Raggio. Era
comparsa alla mattina per seguire il lavoro ma non parlava.
Intanto che avevamo appeso il vitello per le gambe e tirato
su per spelarlo e tagliarli i piccoli coioni da far caglio,
lei prese un coltello dal tavolo e veloce come 'na saetta si
lanci verso il vitello appeso e gli tagli i coioni con un sol
colpo. Poi li butt sul tavolo e disse che anche ai uomini
sarebbe da fare la stessa cosa del vitello cio tagliarli i coioni.
Io la misi sul ridere dicendo che non ero tanto sicuro se
con i nostri affari che abbiamo in mezzo le gambe veniva
caglio buono, ma lei non rise e disse che bisognava tagliarli
lo stesso, caglio o no caglio, a tutti i uomini del mondo.
  Raggio la mand via con le brutte allora lei butt il coltello
sul tavolo dove era il sacchetto del vitello e spar. Tra
di me pensai che se avessi ancora fatto quelle cose con lei,
di sicuro sarei stato attento che in giro non fusse coltelli o
che si abbia nascosto un ronchetto sotto le cotale. Non si
sapeva mai con quella, con quei occhi che ardeva da pazza,
e con quel suo tacere sempre.
  Una sera, visto che ormai aveva capito, gli dissi a mio fratello
Bastianin di lasciarmi aperto la porta della fucina che
dovevo incontrare quella persona senza rischiare di essere
visto perch vicino la mia stalla passava troppa gente che
andava a raccogliere la foglia per stramare le vacche.
Bastianin cap e mi torn a dire di stare attento con quella,
che mi avrebbe rovinato, ma intanto lasci aperta la porta
e mi consegn la chiave.
  Cos tacammo a incontrarci nella fucina di Bastianin che
era fuori mano gi sul torrente Vajont.
  E fu propio l, nella fucina piena di ferramente, che lei
mi parl la prima volta di copare suo marito Raggio. Non
disse propio di coparlo diretto ma parl di una croce col
suo nome. Mio fratello stava facendo una croce di ferro
per uno che era morto impiccato che si chiamava Balbi.
L'aveva appena messa insieme con il chiodo ma mancava
il nome. Lei quando la vide la segn col dito e disse che
poteva essere scritto Raggio su quella croce. Io gli risposi
che Raggio era vivo e non si poteva scrivere il suo nome
sulla croce e lei rispose che bastava solo che morisse e si
poteva scrivere il nome. Gli chiesi se scherzava o se era
matta ma lei disse n che non scherzava n che era matta,
e se volevo che lei stesse con me, suo marito era 'na roba
in pi, ma se invece moriva non era pi 'na roba in pi, e
dopo si poteva fare quel che si voleva. Gli ordinai di fermarsi
con quei discorsi che non volevo nianche sentirli
ma intanto mi ricordai che anch'io un giorno, mentre misciava
il latte per fare il formagio, pensai di soffocare Raggio
spingendogli la testa dentro la caldiera del latte. Allora
ero come lei, n pi n meno, malvagio come lei.
  Gli dissi che non volevo pi sentire quel discorso, che
io nella mia vita avevo copato al massimo qualche rana
con mia mamma e poi camosci, e caprioli, e galli forcelli e
qualche vitello e che forse era meglio non vederci pi perch
a me quel progetto mi faceva paura solo a sentirlo nominare.
Per conto mio Raggio sarebbe morto di vecchiaia
o di malattia. Lei mi rispose che sapeva che ero un buono
a niente senza coioni e che aveva gi pensato di mandarmi
via lei.
  Un giorno che era ormai inverno rivo Raggio in latteria
con la spalla sinistra fasciata e il braccio tacato al collo con
uno straccio. Gli chiesi cosa era sucesso. Mi rispose che lo
aveva scornato 'na vacca che andava al toro e gli aveva
fatto tanto di buco. Le vacche quando va al toro diventa
cattive e se vedono un'ombra improvvisa tirano scornate,
e la vacca di Raggio quel periodo andava per davvero al
toro. Siccome non poteva misciare il latte nella caldiera
perch aveva la spalla forata, per dieci giorni misciai il latte
io e Raggio faceva quello che poteva con un solo braccio
nella nostra latteria. Una sera sempre in latteria, Raggio
mi chiese se lo aiutavo a medicarsi la spalla perch la
fascia gli era cascata gi. Si tir via la camicia e si mise seduto
vicino al fuoco in parte la caldiera perch fuori faceva
freddo. Rifeci su la fascia in rotolo e intanto che facevo
il rotolo guardai la scornata della vacca nella spalla di
Raggio. Pensavo a un buco tondo come deve fare un corno
quando va dentro, invece nella spalla di Raggio stava
un taglio di traverso. Allora gli dissi che non era 'na scornata
quella, e che non me la contava giusta, e che mi dicesse
la verit se voleva, e se no poteva stare zitto ma no'
contarmi balle a me, che io me ne intendevo di scornate.
Raggio mi prese in disparte come se nella latteria ci fusse
altra gente invece eravamo noi soli. Guardandomi nei occhi
mi disse che era stata lei a dargli una coltellata durante
la cena. Avevano avuto 'na discussione su per il fatto
che a loro due non li nascevano figli, e lui gli aveva detto
dritto in faccia che era lei la sterpa (sterile) della famiglia.
Allora lei prese un coltello e senza dire niente lo unse con
l'aglio. Poi all'improvviso gli mir nel petto ma lui si accorse
in tempo e si gir di scatto e gli prese la spalla. Cos
era sucessa la scornata ma Raggio mi racomand di non
fare parola con nissuno se no saltavano fuori rogne e lei in
fondo era 'na povera diavola e non meritava di andare in
prigione. Poi mi disse che aveva unto la lama con l'aglio
perch cos non viene fuori il sangue.
Povero Raggio se avesse saputo che diavola era quella!
Se immaginava che demonio era!
  Se avesse saputo che mi diceva che lui era 'na roba in
pi, e che se moriva era una fortuna, non avrebbe pensato
cos. Ma io non ero meglio di lei nei riguardi di Raggio.

  Quando la incontrai di nuovo gi nella fucina di mio fratello,
gli domandai se era diventata matta a fare 'na roba
simile e che avrebbe anche potuto copare Raggio con
quella coltellata. Lei mi rispose che se lo avesse copato
sarebbe stata pi contenta. E, sempre secondo lei, io avrei
dovuto anche aiutarla a nasconderlo da qualche parte e
poi mettere in giro la voce che era scappato in Francia o
in Austria. Mi disse che se fusse morto aveva pensato di
seppellirlo nella letamaia propio in fondo alla pozza del
letame perch il letame in due anni consuma tutto anche i
ossi, come un acido. E io avrei dovuto aiutarla a fare il
buco, portarlo fuori e seppellirlo perch laggi, nel letame,
nissuno avrebbe mai pensato che fusse messo, e in
due anni sarebbe scomparso del tutto. E dopo si avrebbe
portato il letame nei prati e nei campi, e almeno quel
buono a niente sarebbe servito a qualcosa, a concimare la
terra come fusse letame lui stesso perch nella vita merda
era gi.
  A quelle parole mi spaventai e mi chiedevo come poteva
'na persona umana ragionare cos di suo marito. Glielo
dissi in faccia ma lei non mosse i occhi e quando finii di
fargli la ramanzina rispose che Raggio andava copato, e
che se volevo stare con lei dovevo dargli una mano a farlo
sparire per sempre. Disse: A tirarlo via dalle spese. Ma
sapeva anche che io non l'avrei mai aiutata a fare questo e
allora disse che sospettava che anche io fussi un buono a
niente senza coioni a uso suo marito.
  Gli risposi che se lo dimenticasse, che se lo tirasse via
dalla testa. Che l'aiutassi a copare Raggio non se ne parlava
nianche, e non volevo nianche pi sentire quella storia.
Poi, come preso da una rabbia che l'avrei copata per quei
discorsi, la buttai col dietro su l'incudine di mio fratello e
feci quel che era da fare l, su l'incudine, in modo che tenesse
bene il colpo mentre ci scaldava un fuoco di carbone
che avevo acceso nella forgia e uno nella stufa perch era
inverno e faceva freddo fuori e dentro.
  Finalmente dopo mesi di tribolazioni nel ghiaccio e nella
neve di un inverno da castigo che non finiva pi, divent
primavera e allora io e lei ci si trovava nei boschi, o sui
prati alti con la scusa di andare a legna o pascolare le capre.
Ogni volta che avevamo finito di far quelle cose lei tirava
fuori la storia che bisognava copare suo marito se volevamo
stare bene noi due. E ogni volta io rispondevo che
se propio ci teneva tanto che se lo copasse lei suo marito
perch io a Raggio non gli avrei mai fatto niente. Gi sentivo
di vergognarmi come un vigliacco perch andavo con
sua moglie, era tanto quello che di male gli facevo, bastava
e avanzava, non occorreva coparlo.

Pass la primavera e anche l'estate e le cose non cambiava.
  Io e lei ci s'incontrava di nascosto e ogni volta, dopo finito
di far quelle robe, lei mi diceva che dovevo copare
suo marito.
  Rivo settembre ed un giorno sucesse un fatto che mise in
sospetto Raggio.
  Lei era venuta da me su ne la stalla perch Raggio era
andato in Val Zemola a cercare i legni per fare una slitta e
quindi si era abbastanza sicuri per una mezza giornata.
Ma lui torn prima gi coi legni trovati e gli venne l'idea
di passare a salutarmi nella stalla. Intanto che calava dalla
costa di San Romedio, la vide uscire dalla mia stalla perch
da l la distanza era vicina e si vedeva bene. Allora la
chiam e la ferm. E poi venne l, davanti la stalla, e gli
chiese cosa era venuta a fare da me a quelle ore perch era
le quattro dopo mezzod. Io da dentro sentii che gli rispondeva
che era venuta a farsi dare un po' di sale per le
capre, ma quando lui gli chiese dove era questo sale lei,
che adosso di sale non ne aveva nianche un grano, non sapeva
pi cosa dire. Allora di corsa andai fuori io e gli dissi
a Raggio che davvero lei mi aveva chiesto sale ma che l'avevo
finito, e che propio quella sera stessa pensavo di andare
da Pilin per farmene dare un chilo e poi, non sapendo
pi che dire, gli dissi a Raggio che dovevo parlargli.
Raggio era diventato serio e mi rispose che era strano che
nianche io avessi sale nella stalla. Tutti senza sale oggi
brontol. Poi si volt verso la moglie e gli disse che sale ne
era fin che voleva in casa, ma lei pronta rispose che gli
serviva un poco subito per tirar gi le capre dal Pradn
perch si era dimenticata la borsa appesa al chiodo della
cucina. Raggio st zitto un po' e mi guard fisso poi salut
a testa bassa e insieme a sua moglie prese il sentiero e
se ne and verso in gi.
  Capii subito che non era rimasto troppo convinto dalla
storia del sale e dentro di me tacai a preoccuparmi. Da
quel momento in poi pensai che bisognava stare pi attenti
perch ormai si era insospettito e allora anche lui da
l in avanti sarebbe stato attento e stando attento era facile
che ci prendesse sul fatto.
  Due giorni dopo in latteria parlai con lei di questa cosa
mentre Raggio era andato a prender legna per la caldiera.
Con l'aria semplice de l'acqua che corre, lei rispose che
bastava farlo sparire e tutto sarebbe andato a posto da solo.
Ormai ogni volta che m'incontrava insisteva su l'idea
di copare Raggio per diventare liberi, e continuava a dirmelo
con la faccia vicina al mio naso, ma io al suo insistere
non rispondevo nianche pi da tanto che non volevo
saperne di quel progetto infame.

  Un giorno io e Raggio si fu costretti a copare un vitello
perch si aveva spaccato le gambe a saltare ingordo nella
mangiatoia. Dopo averlo spelato e ridotto a tocchi e aver
messo a fumicare il sacchetto per fare il caglio, Raggio disse
che potevamo mangiarne un poco arrostito sulla brace
la domenica prima di Natale. E cos fu. Si chiam a mangiare
anche mio fratello Bastianin e un pochi di quelli che
aveva aiutato Raggio a fare la casa. Intanto che il fuoco
scaldava e sotto i legni diventava molta brace, si parl del
povero Nacio Baldo e Raggio disse che avrebbe preferito
vivere in una grotta come le capre piuttosto che fusse morto
Nacio per aiutarlo a farsi la casa. Intanto lei, la moglie di
Raggio, si dava da fare a preparare i tocchetti di vitello da
infilare sui stecchi per farli girare ed arrostire sopra le bronze
vive del fuoco, che era fatto apposta con legno di carpino
nero perch cos la carne non prende odore. A un certo
punto mi accorsi che lei faceva i stecchi con due tipi di bastoni
diversi, alcuni di nocciolo come si deve fare, e altri di
un legno un po' giallino. Su quelli di legno giallino aveva
infilato quattro cinque tocchetti di vitello con un filo di
grasso e disse che erano per suo marito perch a lui gli piacevano
con un po' di grasso. Io non capivo perch era due
tipi di bachetti diversi e gli chiesi come mai. Lei mi rispose
che non aveva trovato sotto mano tutti noccioli e allora per
far presto aveva tagliato altri legni un po' a caso. A me mi
venne da pensare perch, dire che non trovava noccioli
sotto mano, era come dire che non trovava sassi sul Vajont.
  Di colpo mi venne una curiosit e subito dopo un sospetto
e allora andai a guardare nell'angolo dove aveva
spellato i stecchi gialli col ronchetto. Presi su una branca
di cortecce. Un poche era di nocciolo ma le altre, quando
le osservai bene, la paura mi fece drizzare i capelli in testa.
Quelle dei bastoni gialli era di zigol (oleandro). Fare
un spiedo con stecchi di zigol significava morte sicura.
Sono pi velenosi del fungo mortale, quello a ombrello
largo che si chiama Falce Bianca (Amanita phalloides). Se
Raggio avesse mangiato i tocchi di vitello rostiti su quei
bastoni sarebbe morto entro sera. Adesso capivo perch
aveva messo la carne grassa per lui sui stecchi gialli. Voleva
coparlo. Quel legno col caldo butta fuori un veleno del
diavolo che va nella carne abrustolata e uno muore secco.
  Mi mont una rabbia che avrei spinto quella strega con
la testa dentro il fuoco come merita le streghe.
  Per non far mangiare i tochi avvelenati a Raggio e nianche
fargli capire niente, feci finta di badare io a la cottura e
lasciai che si bruciasse tutto cos che, dopo, con la scusa
che ormai era rovinata, buttai la carne sul fuoco assieme
ai bastoni e alle scorze dei stessi bastoni di zigol.
  Raggio mi disse che non ero buono da fare da mangiare
e tagli per lui altri tocchi. Lei cap e fece finta di niente
ma mi guard col nero della morte nei occhi. Poi disse che
doveva fare qualcosa nella stalla e se ne and.
  Mangiammo e bevemmo e nissuno si accorse di niente,
nissuno di loro immaginava che poco prima sulla panca
del focolare stava seduta la morte pronta a prendersi Raggio
tramite la carne avvelenata dai bacchetti di zigol. Alla
fine Raggio disse che era stato propio contento di quelle
ore passate con veri amici, una buona volta a riposare,
mangiare e bere.
  Se avesse saputo che razza di amico ero io non avrebbe
detto cos.
  Un vero amico non va con la moglie del suo amico. Ma
lei era come la resina che attacca le formiche nel pino e, da
l, devono morire attaccate al pino perch non possono
pi andar via. E cos io ero rimasto attaccato alla resina
del suo corpo e alla luce dei suoi occhi. E se qualche volta
rivavo a staccarmi un poco, dopo qualche tempo la strega
buttava ancora resina, metteva in moto 'na specie di forza
che mi tirava a lei di colpo come la calamita tira il chiodo.
Ormai non era pi niente da fare, non riuscivo pi a tirarmi
via da lei. Ma anche lei penso che fusse tirata un po' da
me perch pur di starmi intorno tac a venire pi spesso
in latteria. In poco tempo impar a fare il formagio bene
come noi, e soprattutto, a cavarlo dalla caldiera che non
era propio facile perch voleva forza. Ma lei forza ne aveva,
non dico come un uomo ma quasi. Era una che falciava
erba, tagliava e spaccava legna, portava fasci di fieno,
vangava i campi e zappava le patate.
  Io e Raggio ogni anno si faceva una forma di formagio
grande il doppio di quelle normali perch la si portava al
prete come regalo di Natale o Pasqua, ma si poteva regalarla
in qualsiasi tempo, anche in giorni non di festa, durante
l'anno, quando le vacche aveva pi latte. Insomma non era
propio la regola che fusse per forza Pasqua o Natale.
  Un mattino lei volle cavare dalla caldiera la tela piena di
latte cagliato per la forma granda. Gli dissi che pesava
troppo ma lei insist e alla fine la tir su. Era quasi venti
chili di formagio e lo butt nella costa rotonda (stampo)
come niente fusse. Poi lo calc bene e gli mise il sale. Poi
mi disse che fare una forma granda era pi facile di quello
che pensava. Aveva imparato cos bene il mestiere di
casaro che io e Raggio la lasciammo una settimana da sola
a lavorare il formagio mentre, sotto le feste del Bambin
Ges, eravamo andati a fare legna sulla cima Camp perch
in Val Zemola si aveva finito ancora dal mese di
novembre.
  Dormivamo nella baracca di legno dove il povero Gustin
aveva visto il diavolo la notte di Natale di qualche
anno prima. Per fare pi presto tornavamo a casa ogni sera
appesi con la carrucola al cavo della teleferica. Un
giorno verso pomeriggio, Raggio si lanci sul cavo prima
di me. Lo guardavo andare gi come un corvo che volava
e ogni tanto frenava con la forcella di nocciolo e pensai
che sarebbe stato facile tagliare il cavo con la manra e
farlo cadere sulle grave del Vajont. Oppure mandargli
dietro un carico di legne che lo avrebbe sfragellato. Ma
questo pensiero dur poco, non sarei mai riuscito a far
del male al mio amico anche se sua moglie avrebbe voluto
che lo tirassi via dalle spese pi presto possibile come
diceva sempre.

  Quel dicembre venne tanta di quella neve che non si riusciva
pi a camminare per le strade. E cadeva gi di continuo,
ogni giorno, con rare polse (pause). Allora, quando
non si poteva pi muoversi, si chiam a dunata la squadra
del Piovech. Era pi di ottanta uomini coi badili che
liberava le vie del paese e sgravava i tetti delle case perch
non cadesse per il troppo peso. Ma intanto che si buttava
gi la neve dal tetto della casa di Toldo Filippin Zuano, i
travi si spacc e cinque badilanti finirono di sotto nella
cucina. Uno di loro mor sul colpo. Era Micl Corona de
Fante che aveva appena trentotto anni. Fu sepellito tre
giorni dopo, perch tanto ci tocc badilare per aprire la
strada del cimitero e scavare la fossa da metterlo dentro. E
poi si dov rifare di corsa il coperto alla casa di Toldo
Zuano recuperando qua e l nelle stalle qualche travo per
tirar su la capriata portante. E poi tocc fare il solaio della
camera, sfondata anche lei dal peso del tetto caduto e dai
coppi, e dalla neve. Insomma 'na settimana di lavoro in
pi, e per fortuna smette di nevicare altrimenti non si poteva
fare la casa perch se non si puliva subito la neve era
pericolo che cadeva altri tetti.
  La squadra del Piovech, dopo la disgrazia del crollo
del tetto, fece un voto che tir dentro in pochi anni tutto il
paese. Costruirono un capitello sulla curva di Costa sopra
lo strapiombo di Filomena e vi misero dentro una
Madonnina cavata da un legno di acero che era pi bianco
della neve stessa. La intagli Genio Damin Sgima
che era un buon scultore ma faceva solo statue di sant'Antonio
col bambino. Madonne non ne aveva mai fatto
cos che, quella che salt fuori dalle sue mani, pareva pi
un uomo che una donna. Insomma era una Madonna che
pareva sant'Antonio. La squadra del Piovech stabil che
per onorare quella Madonnina bisognava andare a portargli
una candela sulla curva di Costa, sopra lo strapiombo
di Filomena, ogni volta che nevicava forte. Cos
la chiamarono la Madonna della Neve Alta perch si doveva
andare in processione da lei solo quando era quasi
un metro di neve e continuava a nevicare. Allora si vedeva
la gente camminare sotto la nevicata dentro i tabarri
verso la Val Zemola diretti al salto di Costa per portare la
candela alla nostra Madonnina e questo era molto bello.
  Finch un giorno, intanto che la gente tornava gi sotto
una nevicata che faceva paura, si moll la valanga del
Pradn che tir dentro e cop gli ultimi due uomini della
processione. Era due della contrada Spesse e furono trovati
che cantava i cuculi a primavera, sulle grave del torrente
Vail, vicino dove il Vajont fa la curva e si abbraccia
al Vail. Allora la squadra del Piovech costru un'altra chiesina
alta un metro e mezzo con dentro un'altra Madonnina
di Genio Damin Sgima, la solita Madonnina che pareva
un uomo.
  Questa la chiamarono la Madonna delle Valanghe perch,
dissero, era stati fortunati e protetti da Lei, e bisognava
ringraziarla se no, invece che solo due, sarebbe morto
tutta la processione dentro la slavina del Pradn. Allora
tacarono a portargli una candela anche a quella Madonna,
ma solo quando era gi venuta gi la slavina del Pradn.
Qui da noi  cos, ogni volta che succede 'na disgrazia si
fa un capitello con dentro la Madonna o sant'Antonio perch
si  convinti che senza di loro la disgrazia sarebbe stata
peggio. Non si mette mai il Signore perch quello sta in
chiesa o inchiodato alle croci delle Rogazioni sui crocivia.
Non si mette il Signore perch tutti sanno che  Lui a dire
alla Madonna, e sant'Antonio, e i altri santi di tenere da
conto la gente.  i santi, quass, che comanda.  loro che
Dio manda avanti a fare del bene. E se qualche volta qualcuno
muore non  perch il Signore sia cattivo o i santi non
lo ascolta, ma perch qualcuno deve morire in modo che
quelli che resta diventi meglio di quello che . Ma sempre
non si diventa meglio perch il diavolo interviene a convincere
del contrario, a far dimenticare presto alla gente i
loro morti e quel che  successo. Cos  la vita, 'na penitenza
che si dimentica di noi un giorno dietro l'altro fin che si
muore all'improvviso senza nianche avere il tempo di capire
cosa si  fatto, n ricordare quel che  successo.
  Io tiravo avanti con lei pi nascosti che si poteva ma, dopo
che Raggio l'aveva vista uscire dalla mia stalla, non ero
mai tranquillo, e lei intanto taceva sempre di pi, e quando
parlava era solo per dirmi di copare suo marito e consumarlo
nel letame.
  Un giorno che io e Raggio eravamo all'osteria di Pilin con
un gruppo di boscaioli rivo dentro lei e si sento con noi.
Uno di Val Cassana gli disse per scherzo se voleva un bicchiere
di vino e lei senza rispondere lo prese e lo mand
gi come fusse acqua. Poi se ne butt fuori un altro e poi
ancora uno e li beve d'un colpo. A quel punto Raggio gli
disse basta e basta fu. Ma dopo un po' divent rossa come
il fuoco e scapp a vomitare nella pozza di letame di Marina.
Rientr e disse che ogni volta che beveva un po' di
vino gli veniva da vomitare. Allora uno dei boscaioli gli
chiese perch lo beveva e lei rogante gli rispose: Per
vomitare.

Pass anche quel Natale pieno di neve.
  Una mattina mi caricai un sacco di sorgo e calai gi sul
Vajont con quella di andare al mulino di Bati per farlo macinare
a farina. Laggi, dentro il mulino, trovai Raggio che
era indaffarato a chiacchierarsela col vecchio Bati e allora
gli chiesi come mai anche lui al mulino. Mi rispose che
aveva da recuperare dieci chili di farina di frumento e che,
se ero d'accordo, mi aspettava per far la strada insieme a
tornar su. Gli dissi che voleva un paio d'ore perch Bati
macinasse il mio sorgo e non occorreva che mi aspettasse
tanto. Ma Raggio insist per aspettarmi e, per non stare l a
far niente, si mise ad aiutare il vecchio Bati a macinare. Io
intanto andai a trovare Gioanin de Scndol che aveva la
segheria poco pi avanti che funzionava sempre con la
ruota del mulino e l'acqua del Vajont. Scndol doveva farmi
delle tavole rigate per far scolare meglio il formagio
nella latteria. Mi occorreva cinque tavole e ne aveva segate
solo tre. Gli dissi ridendo che non aveva troppa voglia di
lavorare e lui mi rispose, senza ridere, che lavorava quel
che basta per un pasto al giorno e un litro di vino. Il resto
non gli interessava, che lavorassero gli altri se volevano di
pi. Come quel suo collega delle Spesse che segava tronchi
il giorno e anche la notte. Io non sono disperato disse il
vecchio Scndol e mi basta lavorare poco, mi contento di
sentire il profumo dei alberi segati, e l'odore della resina
dei pini e dei larici. Gioanin aveva nel prato cataste di
tronchi che aspettavano da mesi di essere trasformati in tavole
ma non si preoccupava. E se qualcuno si lamentava
del ritardo, gli diceva di prendere i suoi tronchi e portarseli
a casa, e segarseli a mano o farli segare da altri che a lui
gli bastava stare seduto a guardare passare il Vajont.
  Giovanni Filippin Scndol aveva 'na segheria che era un
capolavoro. L'aveva fatta suo nonno aiutato da un vecchio
austriaco, e l'unico pezzo di ferro era la lama della sega il resto
tutto in legno perfino i denti de l'ingranaggi che erano di
quarti di sambuco. Quando Gioanin me lo disse stentai a
credere che i denti de l'ingranaggi russer di sambuco ma
Gioanin mi spieg che il sambuco, tagliato in luna giusta e
liberato dal midollo, spaccato e seccato in quarti, diventa
pi duro dell'acciaio. Suo nonno si era fermato due anni in
Austria per imparare a farsi la segheria, e l i vecchi artigiani
gli aveva insegnato tutto, anche il segreto dei denti di
sambuco. E poi era tornato con uno di loro e aveva fatto la
segheria. Io me ne intendevo di legno ma che andasse bene
il sambuco per le cose che dovevano durare non lo sapevo
propio fino quando non me lo disse Gioanin de Scndol.
Anche la ruota del mulino era tutta di legno fuori che il perno,
invece quella del mulino di Bati aveva le pale di ferro.
  Gli dissi a Scndol che mi preparasse le altre due tavole
perch mi servivano presto ma lui brontol che le faceva
quando le faceva. Allora non gli dissi pi niente e dopo un
paio d'ore tornai al mulino di Bati che intanto aveva macinato.
Io e Raggio ci caricammo i sacchi di farina in spalla e
prendemmo il sentiero delle croci che va verso il paese. 
un sentiero molto ripido e ogni tanto si metteva gi il carico
per riposarsi un poco. E fu propio durante un riposo, di
fronte la chiesetta di Beorchia, che l'amico mi guard serio
e poi mi chiese come fusse la facenda con sua moglie.
  Perch disse che aveva dei sospetti su di me. Non era
restato convinto dalla storia del sale ma disse che non era
nianche sicuro che lei venisse con me, per c'era qualcosa
che non quadrava e allora mi aveva chiesto di dirgli la verit
se la sapevo, e sopratutto, se ero un amico. Naturalmente
negai tutto, gli dissi che la facenda del sale era la
verit pura e semplice anche se pareva impossibile da credere
perch a volte le verit pi vere sembrano impossibili
da credere. Allora Raggio disse che andava bene cos,
ma aveva voluto chiedermi quella cosa che gli premeva
dentro da tempo come un cuneo perch tra amici occorre
parlarsi chiaro anche se  robe brutte, disse. Capii che cos
non poteva andare pi avanti, quella storia con sua moglie
aveva da finire in qualche modo, bisognava trovare
uno sbocco o di qua o di l.
  A ogni modo si continuava a vederci nascosti da qualche
parte, ma mi accorsi che lei era seria pi di sempre, e
quando si faceva quelle robe non si muoveva pi come
una volta che era 'na specie di capra col demonio dentro,
e scattava come le saette del fuoco. Stava gi quasi come
morta, che io facessi pure i miei comodi finch avevo finito
poi si tirava a posto le cotole e se ne andava. Ma a me
cos non mi piaceva, e gli chiedevo cosa c'era che no' andava
ma lei non rispondeva.
  Rivo settembre e un giorno io e lei eravamo a far quelle cose
sul pian del Mandriz in Val Zemola. Ci si era messi d'accordo
di trovarci l. Lei, con la scusa di tirar gi le capre dalle
Centenere, era partita presto lungo la strada di Costa. Io invece
avevo fatto il sentiero dei carbonai per non farmi vedere
e, prima di girare dentro per la Val Zemola, ero rivato fino
a Casso in modo che mi vedesse i cassarti cos avrei detto
a Raggio che ero andato a Casso per mestieri. E se lui avesse
chiesto ai cassarti, loro non poteva dire di non avermi visto.
  Quel giorno sul pian Mandriz, in mezzo a l'erba ancora
verde, lei si muoveva poco e niente mentre stava sotto di
me. Era come fusse ferita o morta. Allora mi ricordai della
prima volta sul ciocco delle vergini, poco sopra il Mandriz,
quando la buttai sul tronco rovesciato e si muoveva
come 'na indemoniata e gli feci correre sangue dal naso
facendola battere sul legno col muso. A quel pensiero mi
venne rabbia perch non capivo come mai adesso non si
muoveva pi come prima che pareva una lpera con l'elettrico
quando stava sotto di me a fare le nostre robe. Era
mesi ormai che faceva quella parte, ferma e indurita come
un legno, e allora pensai che non gli piacessi pi. A quel
punto mi salt su il nervoso e vidi le saette. L vicino stava
un formicaio di quelli alti e grossi con le formiche che pare
api e pensai che era il momento di farla muovere come
si deve. La presi su di colpo ancora con le gambe aperte e
la buttai col dietro sul formicaio e poi gli saltai sopra e la
tenevo gi. Allora s che si muoveva quando si trov col
dietro nudo crudo sul formicaio e le formiche che gli camminava
su e gi! Tac a urlare.
  Gli di quattro schiaffe anche se non mi piaceva dare
schiaffe alle donne e poi la tirai via, ma tanto gli bast a
capire che con me doveva muoversi come una volta se no
la tenevo l, col dietro sul formicaio.
  Si pul le formiche che gli camminava adosso e intanto,
mentre me ne diceva di ogni colore, guard da un'altra
parte ed all'improvviso divent seria di colpo. Punt un dito
verso il bosco e disse: I funghi!. Guardai e vidi intorno
molte Falci Bianche, un fungo che, se si mangia, si rimane
morti stecchiti in poco tempo. Col fuoco nei occhi
lei mi disse che si poteva dar da mangiare a Raggio quei
funghi e sarebbe andato tutto a posto. Gli risposi che io
non gli avrei dato nessun fungo velenoso a Raggio. Allora,
con la voce che pareva acqua ghiacciata, disse che li
avrebbe messi lei, dentro la minestra di riso, e cos dicendo
tac a raccogliere Falci Bianche e buttarle nel grembiule.
A quel punto, di colpo mi venne in mente la morosa di
mio fratello che gli avevano dato la belladonna. Siccome
sapevo che ormai era decisa a far mangiare i funghi velenosi
a suo marito, gli dissi che si poteva fare un'altra cosa
per togliersi di torno Raggio e senza nianche farlo morire.
Lei mi rispose che cosa, e mi guard con i occhi incendiati
dalla voglia di liberarsi di lui. Risposi la belladonna. Gli
dissi che bastava fargli mangiare qualche pallina di belladonna
e quello diventava matto a vita, e cos non rompeva
pi i coioni a nissuno. Lei mi chiese come si faceva a
fargli mangiare la belladonna allora io gli risposi che la si
faceva bere. Bastava pestarla e mettergliela nel porta-cote
cos lui, che finito di falciare usava bere l'acqua del porta-cote
per avere la forza delle erbe, si avrebbe bevuto con
l'acqua anche la belladonna, e sarebbe finito con la testa
piena di api, e cos no' avrebbe pi badato a noi due.
  Lei, dopo aver pensato un poco a testa bassa, disse che
poteva andare bene anche cos. Piuttosto di niente gli bastava
anche farlo diventare matto perch in quel modo
non si poteva pi andare avanti e cos dicendo butt via le
Falci Bianche che aveva tirato su. L'istesso giorno, io andai
verso la casera Galvana girando in qua e in l per il bosco
finch trovai la belladonna e staccai dalla cima di tre piante
tre palline grandi come nocciole, e scure come i mirtilli,
e ben mature. A dir la verit, per far diventare matta una
persona basta un sol fiore di belladonna, ma io volevo esser
sicuro che Raggio perdesse la ragione del tutto cos ne
presi tre. Le misi a seccare sotto la cappa del camino, chiuse
in un sacchetto di pelle di gatto pieno di tabacco cos diventava
pi forti e faceva diventare pi matti.
  Quando fu secche le pestai nel pestasale fin che divent
una polvere viola scuro, circa mezzo cucchiaio di roba. Feci
su quella polvere in un straccio e la nascosi sotto la statua
di sant'Antonio, dentro il buco che si fa con la trivella
perch il legno non si crepi.
  Era ancora settembre e si falciava il dorch che  il secondo
taglio del fieno prima dell'autunno, ma i alberi tacava gi
a cambiar colore perch faceva freddo e veniva gi il vento
ghiacciato dalle montagne a spelargli le foglie.
Io e Raggio si doveva tagliare il dorch ai prati della
Spianada che era i pi bassi del paese, quasi gi sul
Vajont, dove l'erba viene vecchia molto dopo che non in
alto, sulla Palazza. Siccome ci si dava una mano per fare
pi presto come sempre, pensai che quell'occasione fusse
la pi facile e l'ultima per dargli la belladonna a Raggio.
Allora presi su la polvere e me la misi nella tasca di dietro.
Gliel'avrei buttata nel porta-cote cos quando beveva l'acqua
avrebbe bevuto anche la belladonna perch sapevo
che ogni volta che finiva di falciare beveva l'acqua del codaro
per prendere la forza delle erbe. Bastava mettere
dentro la polvere di belladonna e Raggio sarebbe diventato
matto nel giro di una notte o al massimo due.
  Si sfalciava ormai da tutto il giorno e avevamo quasi finito
l'ultimo prato. Spettai che Raggio si sedesse sul confine
di altri prati a riposare e mi sentai anche io vicino a lui.
Quando si riposa dal falciare si toglie il porta-cote da dietro
la schiena e, perch non si rovesci e spanda l'acqua, lo si
impianta nel prato con la punta che ha in fondo. Raggio lo
aveva appena impiantato. Era, mi ricordo, un codaro con
intagliata una faccia da demonio che gli aveva fatto Genio
Damin Sgima. Mentre mi sedevo accanto a lui avevo gi
la polvere pronta in mano, e intanto che gli dicevo Raggio
per oggi pu bastare, e gli battevo la mano sulla spalla, con
l'altra gli buttai la belladonna dentro l'acqua del codaro.
  Quando si fin di polsare falciai ancora un poco tenendolo
d'occhio. Raggio affil ancora una volta la falce,
tagli l'ultimo angolo di erba dorch sulla Spianada poi disse
basta. Appese la falce al ramo di un melo, stacc il porta-cote
dalla cinghia dietro la schiena, tir fuori la pietra, se
lo port alla bocca e con quattro tirate beve tutta l'acqua
che era dentro che pi o meno  circa un quarto.
  Non si deve essere accorto di niente perch non fece
nissun segno n coi occhi n co' la bocca. Si pul i labbri
con la manica della camicia e disse: Andiamo a casa, per
oggi abbiamo fatto anche troppo.
  Venimmo su pian piano, lui davanti e io di dietro. Vicino
al paese ci dividemmo e ognuno and a casa sua. Ormai
era fatta, occorreva solo aspettare un poco.

  Non so se Raggio st male quella notte. Lei mi disse di no,
che tac a straparlare dopo che era passate venti ore. Io in
latteria il giorno dopo non mi accorsi di suoi cambiamenti,
solo che non parlava e aveva i occhi ingranditi che
guardava lontano, come se vedesse cose brutte che lo spaventava.
Cercai di fare un ragionamento con lui per conoscere
se rispondeva giusto e devo dire che rispondeva ancora
abbastanza giusto ma non come sempre. Per i occhi
era grossi, e guardava fuori, verso dove per un altro non
era niente e dove lui vedeva robe che, secondo me, lo spaventava.
La belladonna tacava a fare effetto.
  Ma fin l non era niente. Fu al secondo giorno che Raggio
and fuori del tutto e allora presi paura io per quello che
diceva, vedeva e faceva. Ci volle un po' di tempo perch
la belladonna facesse il suo lavoro ma, al secondo giorno,
Raggio part come un cavallo spaventato da una saetta o
un toro che abbia veduto rosso. Come il fieno quando fa la
boita (fermenta), e butta schiuma e calore, e si storce e si
muove come se sotto una bestia cattiva spingesse su con
la schiena, anche Raggio tac a bollire e buttare sbava dalla
bocca e a saltare intorno, tanto che si fu costretti a legarlo
con le corde da fieno perch nell'osteria di Pilin spaccava
tutto quel che trovava a tiro. Era un giorno che pioveva
e si era a l'osteria a bere un gotto quando Raggio tac a fare
sbava dalla bocca. Tremava come se avesse l'elettrico, e
gridava che volevano prenderlo, e per non farsi prendere
tac a correre dentro l'osteria con salti da camoscio. Era
diventato rosso come le fiamme dell'inferno. A l'improvviso
prese una panca e picchiava dove trovava, sui tavoli,
sul banco, sulla stufa, e intanto urlava che lo volevano
portare via e che fuori pioveva sangue e lui non voleva
andare fuori a bagnarsi di sangue.
  Fummo costretti a saltargli addosso, e bloccarlo, e legarlo
con le corde da fieno perch con una pancata aveva
preso in pieno sulla schiena uno di Piancurt, Gioachin de
Mola Strano, che si pieg e and gi. Se si lasciava avrebbe
colpito altri. Tutti diceva che stava dando di matto e
che non capiva pi niente, ma io sapevo perch stava dando
di matto. Quando fu legato come un fascio di legne,
chiamarono sua moglie che rivo, mi guard e poi guard
Raggio disteso per terra che ancora gridava che pioveva
sangue ma non sbavava pi dalla bocca che a quel punto
gli era venuta secca come 'na scorza di larice.
  Qualcuno disse che era andato fuori perch aveva il
sangue troppo forte e che bisognava fargli un salasso intanto
che veniva il medico da Cimolais. Allora un altro
disse che serviva delle sanguete (sanguisughe) per succhiargli
fuori il sangue del salasso, e bastava che qualcuno
andasse a prenderle nel rio Valdenere. Ma Pietro Filippin
Spalata, uno delle Spesse, disse che se era per cavargli
sangue non serviva tante sanguete. Tir fuori il ronchetto
dalla tasca, gli alz un braccio a Raggio e, vicino al polso
con la punta della brtola, gli fece un taglio nianche tanto
grande ma il sangue salt in alto fin sul banco del vino.
Allora gli tennero gi il braccio perch sporcava tutto, poi
presero un catino e fecero andare il sangue dentro il catino.
Man mano che il sangue usciva facendo schiuma Raggio
taceva fin che si dorment.
  Allora con l'erba del Taj, che tutti aveva in casa, gli fermarono
il sangue e gli fasciarono il polso con un straccio.
Poi in quattro, con io e lei che seguiva dietro, lo portarono
a casa sua, nel suo letto, per lasciandolo ancora legato.
Pietro Spalta disse che era meglio aspettare l'indomani
prima di far venire il medico da Cimolais perch poteva
darsi che Raggio stesse meglio dopo il salasso. Il mio amico
aveva la bocca secca come 'na scorza di larice, e ogni
tanto toccava bagnarla con 'na pezza di acqua e aceto.
Il giorno dopo Raggio stava un po' meglio e io andai a trovarlo.
  Era nel letto coi occhi grandi e tondi, fissi in avanti
come due lune morte. Ma mi guard, sono sicuro che mi
guard e che mi vedeva bene. Non parlava, ma guardava.
Lei cercava di dargli un po' di brodo. Vedere il mio amico
in quelle condizioni per causa mia mi venne da piangere.
Mi resi conto di quello che gli avevo fatto e mi sentii come
in una pozza di letame. Ma ormai era fatta, indietro non si
tornava. Allora, per rimediare un poco al danno suo e al
mio rimorso, pensai che da l in avanti dovevo cercare di
aiutarlo pi che potevo anche se sapevo che come prima
non sarebbe mai pi tornato.
  Lei fin presto di dargli il brodo perch non ne beve una
goccia. Per non vederlo cos andai in cucina dove ardeva
un po' di fuoco nel camino e mi sentai sulla panca con la
testa tra le mani. Lei rivo di l a poco e cerc di avviarmi a
far quelle robe. Diceva che adesso eravamo a posto, ma io
la scacciai via, e gli dissi che si vergognasse, per me quello
non era momento di pensare a quelle cose perch mi sentivo
peggio di un letame. Anzi ero un letame. Poi presi su
e me ne andai con nei occhi la visione del povero Raggio
legato dentro il letto che mi guardava con la bocca secca.

  Ci mise 'na settimana per riprendersi un poco ma la sua
testa non si riprese mai pi. Piano piano torn in latteria a
fare il suo lavoro. Intanto che lui si stabiliva nella sua pazzia,
era lei che mi aiutava a fare il formagio e lavare le robe
e la caldiera. Quasi sempre, mentre lavava la caldiera a
notte tarda, io gli saltavo sopra da dietro perch faceva
apposta a piegarsi gi con la testa nella caldiera cos le ctole
gli andava sopra il dietro, come quella volta che lavava
i vestiti sulla pietra del Vajont.
  Quando Raggio torn in latteria mi prese paura per quel
che diceva e faceva. Ogni volta che pioveva vedeva piovere
sangue e scappava al coperto pi presto possibile perch
non voleva bagnarsi di sangue. Si era fatto le galosce di acero
una spanna pi alte del normale perch non voleva che
mentre scappava gli entrasse sangue a bagnargli i piedi.
  Una volta disse che era sangue caldo l'acqua che veniva
fuori dalla fontana vicino al campanile, cos gir le vacche
senza nianche farle bere e le riport nella stalla. Il sangue,
diceva, era quello della vecchia Melissa fatta fuori, come
si mormorava, dai falciatori tempo prima, e quella di far
correre sangue dapertutto era la sua maledizione. Il povero
Raggio usciva in strada con l'ombrella anche se era solo
un po' di nuvolo per paura che la vecchia facesse piovere
sangue. Ma non sempre era cos. Succedeva momenti che
era normale e non si ricordava niente di quel che aveva
detto e fatto. Io mi guardavo bene da dirgli qualcosa e
nianche i altri, e sua moglie gli diceva niente di quel che
faceva da matto. Ma poi, a l'improvviso ingrossava i occhi
e vedeva robe brutte.
  Un giorno scapp per tutto il paese urlando che il povero
Nacio Baldo gli correva dietro con una delle sue costole
in mano come un coltello, per forarlo, perch era stato la
causa della sua morte. Gridava: Nacio, no' copme (non
uccidermi).
  Cos, ormai, passava i giorni Raggio, intanto si rivo alle
porte dell'inverno.
  E quando venne gi la prima neve le cose peggiorarono
perch, se quando pioveva Raggio vedeva piovere sangue,
adesso vedeva venir gi neve di sangue. Tutto il paese
e i prati e i boschi era rossi di un metro di sangue di neve,
e l'amico si teneva la testa con le mani che non
sopportava tutto quel rosso di neve di sangue. E sgridava
i bambini che tiravano palle di sangue, e scivolavano con
le slitte sulle strade di sangue, e se la prendeva con la
squadra del Piovech che sbadilava sangue. Quando veniva
notte non credeva pi che fusse la notte che aveva visto
tante volte, e allora urlava che era arrivata la nebbia
nera, e c'era da aver paura a sentirlo urlare che era venuta
gi dalla Val Zemola la nebbia nera e che non sarebbe mai
stato pi il giorno chiaro come una volta.
  Alla fine non ne poteva pi e si metteva a piangere dicendo
a voce bassa che tutto quel sangue era la maledizione
della vecchia Melissa che veniva a cercarlo. Ma bisogna
dire che aveva anche momenti normali dove ritornava
il Raggio buono di una volta, con la sua calma e il suo
giudizio, ma sempre comunque coi sospetti verso di me e
sua moglie. I occhi per non cambiava, era grossi e slargati,
e guardava sempre come un punto lontano dove pareva
che le sue visioni fusse andate momentaneamente a
dormire.
  Ma dormivano poco e una mattina si svegliarono di
colpo.
  Raggio and come sempre nella stalla a governare le
vacche. Prima di mangiare guard fisso la giovenca Pastela,
una bella manza, sana e forte, che di sicuro avrebbe fatto
vitelli sani e forti a uso lei. La guard per un poco poi,
da come mi cont sua moglie, part di corsa verso casa,
prese la mazza di ferro e torn nella stalla gridando che
doveva copare il demonio. E si mise a battere la mazza
sulle corna e sulla testa della povera Pastela che gli pareva
il diavolo travestito da vacca. E mentre picchiava con tutte
le sue forze sulla testa della bestia, gridava che anche
travestito da vacca il diavolo non era riuscito a nascondere
le corna, e lui se ne era accorto, e adesso lo avrebbe copato.
Batt di mazza per non so quanto, fin che la povera
giovenca croll in terra morta. Che fa strano  che c'erano
altre vacche nella stalla e tutte con le corne ma quelle non
gli parevano il diavolo. Forse perch era vecchie, penso io.
  Sua moglie mi cerc, e mi cont 'sta roba, e disse che bisognava
chiamare rinforzi per tirar gi la pelle alla giovenca
e farla a tochi per mangiarla. Trovai tre uomini e assieme
si lavor attorno alla povera manza fin che non fu
tutta appesa in quarti sotto al soffitto. Mentre si tirava gi
la pelle, Raggio controllava con la forca in mano per vedere
se da dentro la pelle saltava fuori il diavolo. Quando vide
che non era nissun diavolo si calm, poggi in un angolo
la forca si butt sulla panca e si adorment.
  Un'altra volta in latteria apr di colpo la spina della caldiera
piena di latte pronto per essere cagliato perch gli
pareva fusse sangue anche quello e voleva buttarlo via. A
stento mi riusc di fermarlo e consegnarlo a due uomini
venuti a portare il latte che lo strascinassero a casa. Raggio
vedeva sangue nelle robe liquide ma anche nella neve.
E non solo sangue, vedeva anche la gente che lo voleva
copare, o gli correva dietro, o volava per aria.
  Ma era sempre robe brutte, raramente vedeva qualcosa
di pacifico che lo facesse stare bene. Solo una volta mi fece
ridere perch disse di aver visto sua mamma, ormai morta
da anni, che mangiava polenta e formagio in cima al
melo. Durante le sue visioni io e lei si profittava per trovarci
da qualche parte nella stalla, o a casa di Bastianin, o
anche nella mia stalla quando veniva scuro e la gente non
vedeva.
  Un giorno credo che Raggio abbia avuto una visione pacifica
perch lo trovai dentro la latteria seduto sulla panca
che guardava il latte scaldarsi e parlava piano ma di continuo
come se ci fusse qualcuno seduto da l'altra parte della
caldiera. Non si accorse nemmeno che io ero entrato e
continu a parlare senza voltarsi. Mi ricordo che pronunziava
parole strane, e diceva che lui non aveva nissuna
colpa, e che era sicuro che se fusse morto, lei lo avrebbe
portato in Paradiso. Poi ringraziava con le mani come a
pregare questa lei che vedeva di fronte alla caldiera perch
gli aveva portato il rusacco il giorno prima mentre andava
al col di Cuore nella neve alta di sangue. Invece il
giorno prima non era stato da nissuna parte, era rimasto
in latteria con me, ma intanto diceva di esser salito al col
di Cuore e ringraziava quella donna che lo aveva aiutato a
portargli il rusacco perch era neve alta di sangue.
  Gli chiesi pian pianino chi era questa donna che gli portava
il rusacco e gli parlava di fronte la caldiera e lui, meravigliato
che non la vedessi anch'io, mi rispose che era la
Madonna che sempre veniva a trovarlo quando aveva di
bisogno. Gli domandai quando era che aveva bisogno e
Raggio mi rispose che aveva di bisogno sempre perch il
diavolo gli correva sempre dietro. Poi mi chiese se la vedevo
questa donna l, di fronte la caldiera, e io per contentarlo
gli risposi di s. Ma Raggio anche se matto non
era stupido e mi domand di che colore aveva il vestito.
Io mi pensai della Madonna in chiesa e rischiai a dire blu.
A Raggio gli brill i occhi e disse: Allora la vedi sul serio,
 propio blu.
  Mi fece una pena infinita e per il resto del giorno mi
sentii come sprofondato nel letame. Ero io la causa di
quella disgrazia, io solo. Avrei dovuto fare a meno di dargli
la belladonna, ma forse cos gli avevo salvato la vita
perch quell'altra prima o dopo lo avrebbe di sicuro copato
dandogli da mangiare i funghi Falci Bianche.
  In quel periodo, quel stesso inverno, il mio amico Raggio
prese una strada che non aveva mai fatto, n mi aveva
mai detto che aveva in testa quella passione. Tac a andare,
diciamo cos, a scuola di scultura da Genio Damin
Sgima, quello che intagliava solo Santantoni. Genio fu
ben contento di insegnargli quel poco che sapeva ma aveva
anche un po' di paura quando Raggio gonfiava i occhi
e aveva le visioni. A quel punto Genio metteva via gli attrezzi
da taglio perch non si capiva mai di preciso dove
Raggio vedeva il diavolo.
  Un giorno domandai a Sgima se sapeva il motivo perch
Raggio voleva imparare a scolpire. Sgima lo sapeva perch
Raggio glielo aveva detto subito. Voleva imparare bene
il mestiere per scolpire quella donna che ogni tanto gli
compariva e gli parlava di fronte la caldiera del formagio
e anche in altri posti. Insomma voleva fare la Madonna
ma quella che vedeva lui, con quel viso, quei vestiti e con
le scarpe di palte perch la vedeva con nei piedi le palte
che sono i nostri fiori chiamati Scarpette della Madonna.
  Damin Sgima gli insegn a fare le forme della statua
ma il volto della Madonna a Genio non gli veniva bene
perch somigliava sempre a sant'Antonio che era l'unica
faccia che sapeva fare. Allora Raggio chiese di provare lui
a fargli il viso alla Madonna e Genio gli disse: Toh, prova.
Raggio si mise al lavoro e Sgima mi disse pieno di
meraviglia che era come se all'improvviso il mio amico
fusse guidato da qualcuno che gli stava di fronte perch
parlava con questo qualcuno che gli diceva dove tagliare
e come muovere i attrezzi. In meno di un giorno aveva
fatto una Madonna cos bella che sembrava viva e la faccia
che rideva un poco. Io andai a vederla. Non si riusciva
a guardarla da tanto era bella e misteriosa e per un attimo
mi sembr perfino che abbia mosso i occhi. Allora gli chiesi
a Raggio chi era che gli insegnava a far andare i attrezzi
e lui mi rispose semplice come un bambino, che era Lei e
segn la Madonna appena fatta.
  Mi raccont Genio Damin Sgima che Raggio lavorava
sempre cos, come dietro comando di quella signora
che vedeva solo lui. Da quel giorno Raggio scolp solo
Madonne che parevano vive. Le faceva con legno di ciliegio,
che era color rosa come la carne, e non si crepava perch
lo tagliava sempre in luna calante, quando i alberi diventa
teneri e buoni, ma anche perch il ciliegio si crepa
molto poco.
  Le Madonne del mio amico era come se avessero preso il
sole della nostra valle, scurite dai raggi che veniva gi
ogni mattina dalle montagne di Cerentn.
  Da quando tac a fare Madonne Raggio cambi tutte
quelle dei capitelli fatte da Genio Damin Sgima che pareva
uomini perch avevano pi facce da Santantoni che
da Madonne. Dopo s che le nostre chiesette era diventate
belle con quelle Madonne! Era diventate come case con
dentro le mamme che aspettava i suoi figli lontani. Tutta
la gente del paese andava da Raggio a farsi fare una Madonna,
e a ogni una il mio amico dava il nome della famiglia
nella quale la Madonna entrava a proteggere quelle
persone. Madona di Laudio, Madona dei Govoi, Madona
dei Ruava, dei Menin, dei Frassen, dei Alba, dei Pont e
avanti cos per tutte le famiglie del paese. Le Madonne
vecchie di Genio Sgima non fu bruciate ma tenute in casa,
vicino al camino, e faceva da Madonne e anche da Santantoni
perch aveva faccia da uomo e da donna.

  Un giorno Raggio smise di fare Madonne perch disse che
era diventato re e i re non fa Madonne.
  Era una delle sue tante visioni e quella volta pens di
essere un re. Prima re della Cuaga, poi di Prada, Savda,
Lirn e Marzna che sono frazioni di Erto. Poi re di San
Martino, dove per davvero secoli prima aveva abitato il re
Marco con la regina Claudia. Poi mano a mano che passava
i giorni, si fece re di Val Cellina e del Friuli, e poi d'Italia
e alla fine disse che era il re del mondo intiero e che sopra
di lui stava solo Dio ma forse nianche lui.
  Mio fratello Bastianin, con i pezzi di balestra di macchina,
che era andato a prendere a Maniago dove si fa i coltelli,
gli aveva forgiato una bella serie di sgorbie e scarpelli
per intagliare le Madonne. Aveva temprato i attrezzi
nell'acqua del rio Valdenere che  la pi buona e i attrezzi
era venuti taglienti come rasoi perch l'acqua del Valdenere
 unica per temprare attrezzi da tagliare legno perch
 santa.
  A quel punto per, Raggio si ferm da scolpire Madonne
e si butt a scolpire altro genere di robe. Intanto, come
primo lavoro, si fece un trono perch un re, disse, deve
avere il suo trono. Era un blocco di avedin (abete bianco)
con un metro di diametro per un metro e mezzo di altezza.
Lo scav con pazienza a forma di una grande sedia
con in cima una specie di aquila con le corne, e intorno bestie
di ogni tipo, camosci, caprioli, uccelli e sotto, dove
metteva i piedi, il diavolo con la testa spaccata con la
manra come a dire che gliel'aveva spaccata lui. Ma le bestie
e tutto quanto non era venute belle come le Madonne,
pareva che a far bestie ed altre cose non ci fusse pi quella
donna che gli diceva come scolpire. Io gli consigliai di fare
ancora Madonne ma lui disse che i re non fa Madonne e
non ne fece pi.
  Ormai Raggio veniva di raro in latteria e al suo posto mi
aiutava a fare il formagio sua moglie che aveva imparato
bene ed a volte faceva tutto da sola perch io non c'ero.
Per anche se era diventato matto e sempre indaffarato a
intagliare legni per il suo regno, Raggio ogni tanto tornava
con me a fare il formagio. Allora quando c'era lui sua
moglie se ne andava via dalla latteria senza aprir bocca.
  Un giorno lei mi disse che suo marito gli faceva pena in
quelle condizioni e che per qualche tempo era meglio che
non ci si incontrasse pi, che voleva aiutarlo a tornare a
star bene almeno un po'. Io gli dissi, come vuoi, e continuai
a fare il mio formagio senza tante storie. A ogni modo
lei veniva qualche volta a far formagio in latteria con
me perch suo marito non sempre era manovrabile preso
dalla sua idea di essere un re.

  Come ho gi detto, una volta a l'anno, non era importante
quando, a Erto usava fare una forma di formagio grande
pi del doppio delle normali, intorno ai venti chili. Era
per il prete del paese da regalargli a Pasqua o Natale o
quando si poteva perch non sempre si aveva latte abbastanza
per fargli quella forma nel tempo giusto delle feste.
Il prete la spaccava, e ne dava un tocco a testa a quelli pi
poveri, e un poco se lo teneva per lui. Altri invece gli regalava
qualche uovo, o anche la gallina intiera se aveva bisogno
di pi grazie, o un tocco di camoscio, o un bossolo
(catino) di farina, quando tornava dalla pianura col carretto
pieno di robe buone. Oppure gli si dava un po' del
maiale che veniva copato per le feste di Natale. Era cos, ci
si dava una mano uno con l'altro.
  Una mattina bon'ora andai in latteria e mi accorsi che era
accesi diversi lampioni. Pensai fusse Raggio dentro a far
qualcosa invece era lei, sua moglie. Aveva gi fatto il formagio.
Era la forma granda per il prete. Gli domandai come
era stata capace di tirar su quella forma da oltre venti
chili, e lei mi rispose che io dovevo sapere che non era la
prima volta, e che non era stato nianche gran dificile tirarla
fuori. Allora gli domandai perch gli era saltato in mente
di fare la forma granda per il prete se ne avevamo gi
una pronta. Rispose che in quel periodo era tanto latte in
pi e gli pareva giusto per una volta fare anche lei una
forma granda come si deve per il prete.
  Era propio un bel formagio, alto un trenta centimetri
per cinquanta di diametro circa. Lo aveva gi sistemato
sulla tavola di scolo, quella nuova che mi aveva fatto
Gioanin de Scndol nella sua segheria sul Vajont. La forma
stava ancora chiusa nella costa di legno e io gli dissi
se gli aveva gi messo il sale ma lei rispose che non gli
metteva subito sale perch intendeva buttare il formagio
nel mastello di salamoia quando fusse stato pi indurito.
Allora gli dissi di fare quel che voleva, la forma
se l'aveva fatta lei e poteva trattarla come gli pareva
meglio.
  Intanto, mese dopo mese, Raggio dava sempre pi fuori
da matto. Un giorno mi disse che un re deve avere il suo
bastone da comando (scettro) cos si mise a intagliare un
grosso corniolo alto un metro e mezzo per farsi questo bastone
da re. In cima aveva scolpito la corona e poi l'aquila
regina del cielo, e poi il camoscio che  re delle crode, e
poi fiori, che sono i prncipi dei prati, e in fondo, la lpera
e una mano che gli schiacciava la testa alla lpera con un
sasso. Almeno cos mi spieg lui quando gli domandai
perch aveva intagliato quei animali. Le lpere non le sopportava.
Siccome una gli aveva morsicato sul collo gi in
Bosconero, non le poteva pi vedere, per questo nel bastone
l'aveva messa in fondo e una mano che gli spaccava la
testa con la pietra. Di quella storia si ricordava spesso e
quando gli capitava a tiro seguitava a copare le lpere e
mangiarsele fritte.
  Poco sotto l'impugnatura aveva scolpito bene in vista il
suo nome: Raggio Martinelli.

  Un giorno successe un fatto abbastanza grave. Raggio
era seduto davanti a l'osteria di Pilin, vicino alla pietra
dei contratti, col suo bastone in mano e sembrava propio
un re sul trono. Stava rigido e dritto e guardava in avanti
verso quelle robe che vedeva solo lui e che gli ingrossava
i occhi. La gente che passava si faceva qualche risata
ma gli stava lontano, e per entrare in osteria andava
dentro dalla porta verso il campanile. Ma Gigin de Jan
da Trnol, un bocia di nianche venti anni, gli pass propio
davanti perch non aveva paura di niente quello.
Raggio lo ferm e gli chiese perch non si era inchinato
di fronte al suo re. Gigin si mise a ridere e gli rispose che
lui non si chinava davanti a nissun re e tanto meno davanti
a lui. Allora veloce come un fulmine Raggio si lev
in piedi e gli tir una bastonata di traverso la schiena. Il
giovane si pieg in due e and per terra e se non fusse
intervenuti altri uomini che era l intorno lo avrebbe finito
a bastonate.
  Era un fatto assai serio e grave quello, e qualcuno,
quando Raggio si fu calmato, disse che occoreva portarlo
in manicomio a Pergine Valsugana o in quello di Feltre.
Ma nel manicomio di Feltre era pi difficile che lo prendessero
perch era sempre pieno di matti. Io dissi no. Raggio
doveva restare a casa, e che da l in poi mi sarei curato
io di quel che faceva e avrei badato giorno e notte che non
combinasse troppi danni.

  Una mattina Genio Damin Sgima incontr Raggio col
suo bastone da re che lo salut. Genio Damin gli rispose
che non doveva essere il re a salutare per primo ma il servo.
Poi ridendo gli disse che un re come si comanda deve avere
la corona in testa e lui invece era senza. A quelle parole
Raggio divent serio e ci pens su un bel poco. Quello stesso
giorno venne da me e mi preg di accompagnarlo da
mio fratello Bastianin per chiedergli di fargli la corona. Io
gli dissi che poteva farsela di legno ma Raggio rispose che
la corona di un re deve essere di oro e argento, e diamanti e
altre robe di valore no di legno. Allora io gli dissi che come
ferro Bastianin ne aveva anche troppo ma in quanto a oro e
argento e diamanti e robe di valore aveva sbagliato posto
se sperava di trovarlo nella fucina di mio fratello. Allora
Raggio disse che piuttosto che rimanere senza gli bastava
anche una corona solo di ferro. Cos, per non farlo restar
male, lo accompagnai da mio fratello Bastianin che, quando
venne a sapere cosa voleva, si mise a ridere ma intanto
con un pezzo di spago gli prese la misura della testa.
  I giorni dopo con scarti di vecchie pentole di alluminio
e strisce di rame e chiodi da stagnino, Bastianin gli costru
la corona da re e quando Raggio la vide era contento come
non l'avevo mai visto cos contento. Se la mise subito
sulla testa, e la toglieva solo quando doveva andare a dormire.
Anche in latteria teneva la corona in testa ma una
volta, mentre tirava su il formagio, gli casc dentro la caldiera.
Allora brontolai e da quel giorno quando lavorava
intorno al latte la tacava su un chiodo del muro ma guai
toccargliela. Il bastone invece lo metteva sempre nello
stesso angolo dietro la porta della latteria.
  Fin che Raggio faceva il re andava tutto bene e, non calcolando
la bastonata che moll a Gigin de Jan da Trnol,
non faceva troppi danni. Ma quando cambiava il tempo e
nevicava, perch era inverno e nevicava sempre, tacava a
vedere neve di sangue e non si riusciva pi a tenerlo. Allora
bisognava legarlo e per farlo occorreva quattro uomini
e poi metterlo nella stalla per due giorni fin che si calmava.
Durante le visioni bestemmiava contro Dio, contro
gli uomini e contro la strega Melissa che secondo lui gli
aveva dato la maledizione del sangue. La Madonna invece
non la bestemmiava mai.
  Sua moglie non diceva niente e nianche cambiava faccia
quando Raggio andava fuori di testa. Pareva fatta di
marmo come le pile che faceva Jaco dal Cuch. Era come se
di suo marito non gli interessasse niente, ma per, quando
stava legato, gli dava da bere un po' di acqua calda con
dentro miele e questo era gi tanto.
  Io e lei ci si vedeva poco perch a l'improvviso era come
diventata pi seria del solito e indifferente a tutto. Ma
ogni tanto, da qualche parte, ci si trovava, per era seria,
sempre pi seria e aveva poca voglia di fare quelle robe,
anzi quasi niente.

  Quell'inverno fu lungo e freddo e molti alberi di faggio,
che hanno dentro pi acqua di tutti, era scoppiati dal gelo
e le acque era diventate ghiaccio dappertutto. Al mio amico
Gioanin de Scndol, causa il freddo, si era rotta la segheria
perch la ruota del mulino era bloccata dal ghiaccio.
Allora io e altri cinque uomini gli abbiamo dato una
mano a far di nuovo correre l'acqua rompendo il ghiaccio
coi picconi. Era come spaccare vetro, e un freddo che andava
sotto le unghie a fare un male boia e le unghie diventava
nere. Poi abbiamo aggiustato i pezzi rotti e in due
giorni Scndol era tornato a segare tronchi tutto contento.
Ma doveva ogni giorno tenere spaccato il ghiaccio altrimenti
gli bloccava ancora la ruota del mulino.
  La mattina quando spuntava il sole, il Vajont fumava
come se avesse preso fuoco tanto era la battaglia tra i raggi
di quel debole sole ed il freddo che ingelava la terra. Era
tutto ghiacciato come se la terra fusse morta. L'unica acqua
che correva ancora era quella del rio Valdenere perch
viene fuori dalla crepa quasi tepida, e nissun freddo al
mondo la pu inghiacciare.  stato il Signore a darci quella
acqua benedetta che non ghiaccia mai. Propio perch
non si restasse mai senza acqua, Dio ha fatto quella fontana
tepida, e benedetta, e buona, e questi  i regali grandi
del Signore, no oro, o tesori o schei.
  Jacon Piciol (piccolo) aveva una sorgente che sortiva dalla
croda poco distante dalla sua stalla vicino al torrente Vail.
Era una fontana buona che buttava bene ma quell'anno si
ghiacci anche lei perch non era scaldata da Dio come
quella di Valdenere.
  In paese la gente si accorse che Jacon Piciol non si vedeva
da due giorni, e non si vedeva nianche il suo camino a
fumare.
  Aprirono la porta che non era chiusa a chiave e chiamarono
Jacon ma niente.
Silenzio e freddo dentro e fuori, Jacon Piciol non esisteva.
  Allora lo cercarono perch era strano che non fusse. A
Giovan Maria dei Govoi detto Bia gli venne in mente di
cercare Jacon dalle parti della sua fonte d'acqua. E lo
trov. Stava venti metri pi in basso della sua fontana inghiacciata,
seduto con la testa tra le mani, congelato come
un blocco di marmo. Era scivolato sul ghiaccio battendo la
testa e non era pi stato capace di muoversi e tornar su. In
cima, vicino la fonte, era ancora il piccone impiantato in
un blocco di ghiaccio che luceva come il vetro. Jacon Piciol
era andato con l'intenzione di liberare la sua fontana
imprigionata dal ghiaccio ma invece era scivolato gi fino
alle grave del Vail. Dopo la scivolata si ferm l, senza essere
pi capace di tornar su. Allora si mette seduto, con la
testa nelle mani, che guardava avanti.
  Le nebbie che veniva fuori dalla gola del Vail come
lenzuoli bianchi lo aveva avvolto e fasciato e poi si era
congelate attorno a lui riducendolo come 'na statua di
vetro. Dentro al ghiaccio si poteva vedere i occhi di Jacon
Piciol morto che fissava chi gli passava davanti. Lo
portarono a casa appeso a una stanga di pino, con due
uomini, uno davanti e uno dietro, che la teneva in spalla.
A casa non ci fu verso di sghiacciarlo e nianche raddrizzarlo
per metterlo nella cassa. Era come di ghisa e volevano
drizzarlo tagliandolo con la sega. Allora Bia dei
Govoi, quello che l'aveva trovato, disse che si poteva
metterlo in una botte e seppelirlo cos congelato, seduto
come era, senza doverlo segare, e forse era meglio per lui
perch un morto seduto forse sta pi comodo che uno
destirato (disteso).
  E cos fecero. Lo misero dentro una botte presa dai fratelli
Abramo di Valdapont che era specialisti a fare mastelli,
botti e baril, e lo seppelirono seduto dentro la botte, con
la testa nelle mani che ancora guardava avanti. Fu gran lavoro
a fare la buca coi picconi perch la terra era di pietra
dal gran freddo.
  Povero Jacon Piciol, era stato un gran lavoratore, aveva
sempre fatto fatica, e nemmeno nella morte poteva riposarsi
destirato per lungo come tutti.
  Ma forse stava meglio cos, seduto sotto terra, che guardava
avanti, a pensare alle sue robe dentro la botte.
  Al funerale era anche Raggio e diceva gridando che la
maledizione de la strega Melissa avrebbe fatto fuori tutti
quelli che l'aveva copata. Intanto che mettevano gi la
botte nella terra con dentro Jacon Piciol inghiacciato, Raggio
lo bened col suo bastone da re. A quel punto, il prete,
don Chino Planco, ordin di portarlo fuori dal cimitero
che le benedizioni le dava lui, ma Raggio non voleva andarsene
e per poco non gli moll una bastonata sulla testa
anche al prete. Allora lo brancarono in quattro e lo tirarono
da parte senza per portarlo fuori dal camposanto.
  In latteria si produceva bene, e era sempre un fal che ardeva
per vincere il gran freddo di quell'inverno da castigo.
Quando Raggio mancava mi dava una mano lei a cuocere
il latte. Puliva sempre in modo perfetto la forma
granda, quella che aveva fatto per don Chino. Io un po'
arrabbiato un giorno gli dissi che era da pulire anche le altre
non solo quella, allora lei prese la spazzola e spazzol
tutte le forme, e con un temperino gli cav il nero delle tare,
e poi le lav con acqua e sale tutte e le torn al suo posto.
Quando voleva era propio brava.

  Una sera si port a casa la forma granda del prete. Disse
che voleva tenerla meglio perch aveva paura che andasse
a male e a casa aveva pi tempo per curarla. Almeno
cos disse. La mise nel camerino e tutti i giorni la lavava
e la spazzolava e gli grattava via le muffe de l'umidit e
le tare.
  Sempre quell'inverno sucesse un'altra disgrazia, perch il
freddo, come il caldo, fa diventare matti gli uomini. Carle
dal Bus dal Diaul, stufo di patire freddo dette fuoco alla
casa e si bruci dentro anche lui. Lo avevano visto poco
prima all'osteria di Pilin. Si era bevuto mezzo litro di acquavite
e dopo tac a dire che adesso andava lui a scaldare
la casa come si deve. Tutti credeva che volesse fare un
fuoco nella stufa e uno nel focolare, e magari anche uno
nel cortile perch era una casetta con un bel cortile, met
di pietra e met di legno con un poggiolo pieno di legna
spaccata. Ma Carle dal Bus dal Diaul diceva che aveva
sempre freddo, e pi metteva legna sul fuoco e meno la
casa si scaldava, e diceva anche che un inverno cos in cinquanta
e passa anni non l'aveva mai sentito sulle spalle.
Ma quando usc dall'osteria di Pilin dicendo che andava a
scaldare la casa una volta per tutte, nissuno sospett che
gli dasse fuoco. Invece dopo nianche mezza ora si sent la
gente gridare che era fiamme da qualche parte. La casa di
Carle dal Diaul ardeva come un pezzo di legno con la resina,
e i primi che rivo sul posto disse che lo sentiva dentro
a gridare che finalmente si scaldava 'na volta per tutte
all'inferno. E bestemmiava Dio e diceva che lui era figlio
del diavolo, che sua mamma aveva fornicato col diavolo e
da quel fornicare era nato lui e che adesso al diavolo
tornava.
  Poi, dopo un'ultima bestemmia, non si sent pi niente
perch Carle era incenerito. A pensarci bene il suo nome
era una specie di destino perch dal Bus dal Diaul significa
del buco del Diavolo cio dell'inferno.
  Quella volta fu per poco che non s'incendi tutta la
contrada perch non era acqua che era tutta ghiacciata.
Per salvare le altre case, tocc tagliare i travi con seghe e
manre in modo da isolarle dal fuoco. Qualcuno maled
cento volte Carle dal Bus dal Diaul per aver rischiato di
dar fuoco a tutta la contrada. Prima si cerc di salvare
quel che si poteva, poi tutti insieme si prov a tirar fuori il
povero Carle dai resti della sua casa. Trovammo una specie
di tizzone abbrustolito che faceva paura. Era come vedere
il diavolo sul serio. I occhi spaventava pi di tutto
perch era venuti fuori dai buchi, e 'na parte era bianca
come il latte ed una rossa come sangue, pareva quelli del
povero Toni della Val Martin colpito dal fulmine sulla Palazza.
Qualcuno raccont che gli aveva spuntate anche
due piccole corne ma era 'na balla.
  Lo sepellimmo in fretta, ma non vicino al povero Jacon
Piciol, perch Carle si era copato e non poteva andare nella
terra di quelli che moriva da soli. Fu comunque gran fatica
scavare il buco perch la terra era indurita fino in fondo,
come battere il piccone sulla croda.
  Poi, dopo il funerale, nel freddo che faceva venire le
mani nere, ci mettemmo tutti insieme a giustare le case
dannegiate dal fuoco e in una settimana tutto era tornato
come prima. Ma il freddo non cedeva e le acque non si disghiacciava
cos potevi vedere una processione di gente
con le secchie che andava a prendere l'acqua benedetta alla
sorgente tepida del rio Valdenere. E tutti ringraziava
Dio per quel miracolo dell'acqua calda che non s'inghiacciava
mai.
E anche io ringrazio Dio per questo.

  Il giorno della Pifania, nella contrada San Rocco venne al
mondo una bambina dai sposi Maria e Felice Corona Menin.
Siccome fuori era un metro di neve ed il freddo non lasciava
quasi respirare, tutti portava un po' di legna ai due
sposi per scaldare la bambina appena nata. Avevano paura
che morisse invece quella piccola non dava segno di
avere il minimo freddo e non piangeva mai. Allora la
chiamarono Neve e la batezzarono con quel nome perch
era sana e fresca come la neve. Neve Corona Menin, l'unica
bambina nata quell'anno del gran freddo, e che quando
tutti sentiva freddo lei non ne aveva, era una bambina
speciale, come 'na piccola santa venuta a scaldare quell'inverno
da castigo. E che fusse 'na creatura speciale
mandata da Dio lo dimostr appena dopo cinque giorni
che era venuta al mondo nel tempo gelido di quell'inverno
da condanna.
  Felice Corona Menin aveva una cagnetta di nome Storna
che in quel periodo gli aveva fatto sei cagnolini. Ma Felice
non voleva tenerli cos, il giorno dopo nati, li mise in
un sacco e li butt dallo strapiombo del ponte Daltin.
  Storna era disperata e girava per la casa mugolando e
piangendo i suoi cagnetti che non vedeva pi. Andava e
veniva dalla casa al suo gabiotto, che era sotto la strada di
San Rocco, vicino al pollaio, perch di notte doveva tener
lontano la volpe col suo abbaiare.
  Una mattina i sposi Menin andarono nella stalla a governare
le vacche lasciando Neve da sola nella cesta accanto
al focolare. Quando tornarono la bambina non era
pi. Allora uscirono in strada gridando e chiamando gente
che gli avevano rubato la bambina. La gente si mise a
cercare casa per casa ma la piccola non saltava fuori.
Quasi caricavano di botte una donna di cinquant'anni per fargli
confessare dove aveva nascosto la bambina. Questa
donna viveva sola e quando incontrava bambini li carezzava
sempre. Allora pensarono fusse stata lei a prendersi
la piccola e erano quasi per tirarla via dalle spese perch
qui, quando si tocca i bambini non si scherza. Invece quella
buona donna non c'entrava niente e lo scoprirono intorno
alle due dopo mezzogiorno.
  Gli venne in mente propio a Felice Corona di andare a
cercare nella cuccia della Storna perch era da mattina che
non vedeva pi la cagna in giro. Infatti la piccola era l,
dentro il gabbiotto, su un poco di fieno, nel freddo pi
freddo che poteva essere. Storna gli stava cucciata vicino e
la leccava di continuo. Non avendo pi i suoi figli, la cagnetta
si aveva preso la bambina, e l'aveva spostata alla
maniera di quando i cani sposta i cuccioli portandoli tra i
denti senza stringere e se l'era nascosta nella cuccia come
fusse figlia sua. Cos Felice Menin imparava a capire cosa
vuol dire se ti rubano i figli. Ma il bello era che dopo sette
ore rimasta nel gabiotto, la bambina n piangeva n aveva
freddo, n segni di congelamento. Allora tutti disse che
era un miracolo e che Neve era una piccola santa, una Madonnina
venuta a portare il caldo nei cuori della gente e
nelle vie di quel paese ghiacciato dall'inverno e sepolto
dalla neve.
  Felice Corona Menin prese il badile per copare la Storna
che gli aveva rubato la figlia ma quando lev le braccia
per calare il colpo si blocc come fusse diventato di ferro e
senza pi giunture. Allora cap che quello era un segnale
che veniva dal cielo. Prese la Storna e la port a casa vicino
al fuoco e da quel giorno non cop pi i cuccioli della
cagnetta perch Neve lo aveva fatto diventare buono fermandogli
il braccio col badile quando stava per copare la
Storna.
  Mi raccont che sent come un freddo improvviso che
lo indur di colpo dalla testa ai piedi e non fu pi capace
di muovere le braccia per dare la badilata alla cagna.
  Lo raccont non solo a me ma a tutto il paese, allora la
gente tac a andare a trovare quella piccola santa di bambina,
e accendeva candele fuori della porta di casa, e portava
latte di capra e roba da mangiare ai sposi Felice e Maria
Corona Menin ringraziandoli per aver messo al mondo
quella creatura di Dio.
  Non tutti per credeva che la piccola creatura fusse capace
di fare cose che solo il Signore poteva fare, ma siccome,
io credo, l'aveva mandata il Signore, era buona da farle
anche lei. A quel punto qualcuno disse che credeva solo
quando vedeva coi suoi occhi un miracolo fatto dalla bambina
appena nata e che molti pensava fusse la Madonna.
  Questa gente senza fede n timor di Dio ebbe modo di
cambiare idea nianche un mese dopo. Il figlio di Corona
Marianna detta La Bolp (volpe) perch era furba, che si
chiamava Matteo e aveva undici anni, tornando dalla frazione
Marzna era scivolato sul ghiaccio traversando il
Vajont vicino la Pila dei Govoi e era finito dentro l'unico
buco aperto nell'acqua di vetro della pila. Si tir fuori subito
ma, bagnato e reso paralitico dal gran freddo si congel.
Arriv appena appena alla segheria di Scndol prima
di cascare in terra. Gioanin de Scndol lo salv dalla
prima morte. Lo mise vicino al fuoco, gli cav i vestiti che
era induriti come 'na corazza di ferro, gli butt su due tre
coperte e gli fece bere grappa bollente e zucchero ma il
giovane non si riprendeva. Batteva i denti e tremava.
Gioanin de Scndol se lo caric sulla schiena pieno di coperte
e lo port fin su in paese da sua mamma.
  Il giorno dopo il canaj aveva la febbre che lo faceva tremare
tutto, ardeva come il fuoco e straparlava dicendo
cose che non si capiva niente quasi peggio di Raggio. E
nissuno poteva venire a iutarlo nianche il medico da Cimolais
perch le strade era piene di neve e ghiaccio e
nianche a piedi era possibilit di camminare, perch il
freddo bloccava tutti in casa.
  Al secondo giorno il canajut all'improvviso non parlava
pi, e aveva il viso che bruciava pi della forgia di
mio fratello, e ormai tutti credeva che morisse presto.
Forse aveva preso la polmonite o qualche altra magagna,
nissuno poteva saperlo. Che sapevano di sicuro era che
stava per morire presto. Il prete gli de l'olio santo e disse
di sperare ma pi che altro pregare perch sperare contava
poco.
  Alla sera del terzo giorno a Marianna gli venne in mente
la bambina che non sentiva il freddo, e che molti era sicuri
fusse una piccola Madonna e che facesse miracoli.
Pens allora di portargli davanti suo figlio Matteo perch
lo guarisse.
  Le donne della contrada gli disse che era matta ma lei
non si perse di coraggio. Prese il canaj in braccio, fatto su
nelle coperte, e lo port a casa di Felice e Maria Corona
Menin, e lo mise di fronte alla piccola Neve che ormai
aveva pi di venti giorni.
  Quando Marianna spieg a quelli di casa per che cosa
era l, Maria Menin si fece maraviglia e disse magari che
sua figlia potesse guarire le persone, sarebbe lei la prima ad
essere contenta. Ma Marianna non si arrese e domand se
la bambina poteva toccare suo figlio sul viso. A quel punto
Maria gli disse fai pure e allora Marianna avvicin la
faccia di Matteo a quella di Neve. Poi prese una manina
della piccola e la alz fino a fargli toccare il viso di suo figlio.
La lasci l per qualche attimo e poi la rimise gi.
  Neve pareva non essersi nianche accorta che qualcuno
gli aveva alzato una mano. Ma da l a mezza ora Matteo si
svegli come da un sogno, e da morto che era torn vivo,
e tac a parlare giusto, e domandava dove era e cosa fusse
in giro. Gli palparono il viso e non scottava pi, era ghiacciato
come il secchio di rame pieno d'acqua appeso nel camerino.
Allora tutti quelli che era l si mise a piangere, e le
donne tac a dire il rosario e a segnarsi vicino alla cesta di
legno dentro dove stava la piccola Neve che intanto si era
addormentata.
  Da quella sera anche chi non credeva nella Madonnina
appena nata cambi idea e tutti andava di fronte, a lei
quando voleva avere qualche grazia. Ma non sempre otteneva
grazia perch alcuni andava senza fede, senza credere,
solo per farsi fare qualche grazia e allora non succedeva
niente, perch se uno non crede il Signore non gli d
niente. E nianche la Madonna gli d niente se uno non
crede, e fa bene perch i miracoli non  il mercato dove
uno paga e prende quello che vuole e quello che gli serve.
I miracoli  da averli dentro, e bisogna credere perch i
miracoli  l'anima di una persona che va a chiedere la carit
a Dio.
  Anche io andai a vedere quel fenomeno di bambina e tre
volte restai male perch appena mi avvicinavo, ogni volta
la piccola tacava a piangere disperata. Quando mi allontanavo
lei smetteva di piangere, tornavo vicino e tacava
a piangere di nuovo come se qualcuno la pungesse
con la punta di un ago. All'inizio pensai che fusse solo
un caso perch lei non piangeva mai, ma dopo la terza
volta che si mise a piangere quando gli ero andato vicino
capii che non era un caso, qualche cosa di me la spaventava
e allora non andai pi a guardarla. Sua mamma disse
che, siccome maneggiavo vacche e capre, forse era il
mio odore, ma io non credo perch anche i altri maneggiava
vacche e capre per lei non piangeva quando gli
era vicini.
  Un giorno dei amici gli portarono anche Raggio per vedere
se magari lo guariva dal matto, ma appena gli fu di
fronte, la piccola tac a piangere peggio di quando mi avvicinavo
io. Allora lo tirarono via e la bambina si ferm da
piangere e Raggio rest matto di belladonna.
  Insomma, di tutto il paese la Madonnina Neve piangeva
solo quando si andava vicino io e Raggio. E guai se ci
incontrava per strada. Fasciata nella coperta in braccio a
sua mamma Maria, ci sentiva a dieci metri e tacava a
piangere disperata anche se dormiva. Era un mistero che
nissuno sapeva spiegare ed allora nissuno cerc pi di
spiegarlo.
  A ogni modo pass anche quell'inverno da castigo che
aveva lasciato solo morti per le strade e freddo nei ossi e
nel cuore.
Si arriv cos verso le feste di Pasqua.

  Il Venerd Santo successe un fatto del demonio che lasci
tutti spaventati e pieni di silenzio. Si era intenti a fare la
santssima processione e la crocifissione di Cristo, e voleva
pi di duecento uomini del paese per farla. Caifa era
uno di Soprafuoco, Pilato uno di San Martino, Cristo era
uno alto e magro come un baccal, della contrada San
Rocco, e Giuda uno del col delle Cavalle dove inizia la Val
Zemola. Da lass proveniva i maledetti da Dio e allora
avevano preso uno di quelli per far Giuda. Questo qui
delle Cavalle, che si chiamava Giulin Filippin Sesto, falciava
la Palazza anche lui e dormiva nell'antro della vecchia
Melissa pi di tutti perch lass aveva pi fondi degli altri.
Infatti finiva sempre una settimana dopo di falciare i
suoi prati.
  Quella sera del Venerd Santo, come sempre dopo aver
tradito Cristo, doveva impiccarsi per finta a un albero secco
sul Picco del Valdenere perch era lui che faceva Giuda.
Nissuno sa cosa gli pass per la testa, sta di fatto che
Giulin Sesto s'impicc sul serio, e quando i altri se ne accorse
era morto gi da un po'. Lo tirarono gi e chiamarono
il prete don Chino Planco che non voleva dargli nianche
una misera benedizione e tantomeno segnarlo perch
si era copato da solo, e a quelli che si copa non si d il segno
della croce n acqua santa, disse don Chino. Ma qualcuno
lo minacci anzi, era pi di uno che lo minacci cos
che don Planco fu costretto a segnare il nostro amico delle
Cavalle con l'acqua santa altrimenti lo impiccavano anche
lui. Per Giulin Sesto fu sepolto nel posto dove stava le
anime dannate come Maddalena Mora, Carle dal Bus dal
Diaul e tutti quelli che si era copati da soli.
  Il luned dopo Pasqua di mattina presto pass il prete per
il paese a benedire le case una per una. Ogni famiglia gli
dava quel che poteva, uova, un salame, un tocco di camoscio
o capriolo, cinquanta rane spelate, una ricotta, del
formagio. Chi aveva poco o niente, gli dava una gerla di
legna spaccata e secca che era un buon valore la legna gi
spaccata secca. Tutto andava bene per il prete che, una
parte di quella roba, la distribuiva a quelli pi poveri, cio
a quelli che gli dava una gerla di legna spaccata e secca.
  Quel giorno di Luned di Pasqua, don Chino pass anche
a casa di Raggio. Il mio amico era solo, seduto sul suo trono
da re, abbastanza calmo, col bastone del comando in
mano e la corona in testa, e guardava in avanti verso le
montagne, verso i suoi diavoli, senza dire niente. Alla domanda
del prete di dove fusse sua moglie rispose che sua
moglie era andata nel campo del Bart a vangare e preparare
la terra per la semina. Almeno cos raccont il prete.
  Poi Raggio si alz, salut don Planco e i chirichetti che
aveva gi le gerle quasi piene di robe, e si prepar a far
benedire la sua casa. Il prete gli disse che mentre benediva
doveva togliersi dalla testa la corona da re perch Dio era
sopra di lui e di tutti i re del mondo. Raggio ubbid, si tolse
la corona e la poggi sul tavolo della cucina e si fece il
segno della croce. Il prete bened la casa poi aspett che il
padrone gli dasse qualcosa in carit, come tutti. Raggio
tir fuori da un cassetto cinque uova poi si ricord che nel
camerino c'era la forma granda, quella che aveva fatto sua
moglie e che curava tutti i giorni. Con una passione mai
vista, la donna la spazzolava, la lavava con acqua e sale, la
sciugava, gli toglieva i buchi neri con la punta del temperino
e la rimetteva a posto sulla mensola. Adesso era venuto
il momento di dargliela.
  Raggio rimette le uova dove le aveva prese, chiam un
chirichetto con la gerla, prese la forma granda la port
fuori dal camerino e la caric nella gerla del chirichetto
che dal peso pieg le gambe. Poi disse al prete che quello
era il regalo del re, per lui e per i suoi poveri, che a dir la
verit non era tanti in paese ma qualcuno era sempre. Il
prete rest molto contento, ringrazi Raggio, salut e se
ne and a finire il suo giro.

  Fu nel pomeriggio intorno alle quattro che successe il fatto
e per il paese, dopo tante disgrazie, quella fu la peggio.
Si sent don Chino Planco urlare per strada che era il
diavolo in canonica, che Satana era comparso nella casa di
Dio ma che lui, il prete, diavolo o no diavolo avrebbe
mandato tutti in galera e che di qua e che di l.
  Con quelle urla si radun un bel po' di gente ed il prete ancora
che gridava assassini con occhi che faceva paura. Diceva
di chiamare i gendarmi che portasse tutti in galera i
colpevoli e i compari di quel peccato mortale che gli era
comparso a l'improvviso davanti ai occhi. Andai anch'io a
vedere cosa succedeva, e intanto che andavo, veniva
avanti Raggio verso la canonica, col bastone in mano.
Andava a vedere anche lui cosa era quei urli.
  Quando si accorse di noi due il prete si calm e disse:
Venite dentro a vedere, questa volta nissuno la passa
liscia e qui qualcuno deve finire in galera fino che non
crepa e dopo, quando sar crepato, andr a l'inferno.
Entr in canonica dieci dodici di noi, uomini e donne
comprese.
  Quel che vidi in canonica non lo dimenticher pi fin che
vivo anche se so bene che vivo ancora poco. Il prete aveva
tagliato a met la forma granda del formagio per dividerla
coi poveri. E dentro, aggomitolato come un ghiro stava
un bambino morto piccolo piccolo, appena nato, bianco
come la pasta del formagio. Il prete incominci di nuovo a
gridare e puntando il dito sul bambino nel formagio diceva
guardate il peccato, guardate il demonio, e seguitava a
dire che ci mandava tutti in galera.
Capii di colpo.
  Quella vigliacca farabutta e troia mi aveva tenuto tutto
nascosto. Adesso capivo perch si fasciava stretta e portava
giacche da uomo, e non voleva pi fare quelle cose con me.
Adesso capivo perch gli veniva da vomitare quando beveva
vino da Pilin. Beveva vino apposta per dire che era il vino
a farla vomitare perch le donne quando  gravide vomita
sempre. Adesso capivo perch in ultima mi schivava
pi che poteva. Era rimasta gravida con me e non si era fatta
accorgere da nissuno, non aveva detto niente a nissuno.
E adesso capivo anche perch curava e spazzolava tanto
quella maledetta forma di formagio. Curava il suo bambino
che era dentro. Avrebbe potuto farlo sparire nel letame
ma cos non l'aveva pi. Invece nel formagio poteva averlo
vicino, come in un'altra pancia, nella pancia del formagio.
  Al momento giusto aveva fatto il bambino da sola, o aiutata
da qualche vecchia troia come quella che sgrav Maddalena
Mora col ferro da maglia. Poi lo aveva cagliato e
messo dentro la pancia del formagio per nasconderlo. Aveva
gi pensato tutto prima, per quello voleva imparare a fare
il formagio e cavare la forma granda da sola. Brutta vigliacca
e farabutta e troia. Guardai il viso del mio bambino
cagliato e fui contento che almeno l'avevo visto perch,
pensai, se il formagio avesse fatto i vermi se lo avrebbe
mangiato i vermi e non avrei nianche visto che faccia aveva
perch, mangiato dai vermi sarebbe saltato fuori solo i ossi.
  Raggio quando vide quella scena part di corsa per andare
a copare la moglie nel campo e ci tocc tenerlo in cinque.
Mentre lo tenevamo gi e Piare Ciolt de la Spianada lo legava
con una corda di corame che gli aveva dato il prete,
Raggio mi guard coi occhi come braci del fuoco e disse
che ero io il padre di quel bambino dentro al formagio
perch lui non poteva fare figli. E giur e stragiur che appena
fusse stato libero ci avrebbe copati me ed anche lei.
Grid che da oggi in poi dovevo guardarmi le spalle e davanti
perch appena poteva mi avrebbe fatto fuori. E url
che mi avrebbe cercato a casa, a costo di venire a prendermi
cavando i coppi del tetto.
  Lo portarono a casa e lo accompagn anche il prete
mentre diceva ad uno che andasse a vertir i gendarmi. Ma
nissuno and a vertir i gendarmi quel giorno perch venirono
tutti in casa di Raggio.
  Intanto che si era in casa di Raggio perch ero andato
anch'io dietro al gruppo, rivo lei da vangare il campo col
badile e la forca da terra sulla spalla.
  Il prete la chiam in disparte e gli disse quel che era saltato
fuori dalla forma del formagio, e poi gli chiese se lei
sapeva niente.
E l, a quel punto fu la fine di tutto.
  Divent dura come un sasso e per qualche attimo sembr
imbalsamata mentre i occhi si gonfiava, come quelli
del bue o quelli di Raggio. Per un attimo dentro fu un silenzio
che spaventava il mondo intero.
Poi lei scoppi.
  Tac a urlare come una pazza e poi si butt a prendere
un coltello dal cassetto e in due la bloccarono intanto che
stava per impiantarselo nel petto. Raggio guardava messo
di traverso sulla panca, legato come un fascio di legna e
coi occhi gonfi ancora pi di lei. E lei intanto urli che non
finiva pi e pianti, e calci e pugni a tutti quei che la teneva.
Era diventata color del vino e url fin che non fin per
terra come morta. Allora la portarono nel letto e due donne
st l a vegliarla e tre uomini fuori a badare a Raggio
che soffiava come una lpera ma non diceva pi parola.
  La gente pass tutta la notte a vegliare quei due che ormai
era diventati pazzi, come non fussero pi figli di persone
umane ma figli dei diavoli e della morte.

  A l'indomani lei si svegli e guardava stranita come fusse
tornata dal posto lontano di un altro mondo e non parl
pi finch fu viva. Camminava ad uso sonnambula, e non
vedeva quasi nianche le porte o i scalini cos che sbatteva
il naso dapertutto. Poi, anche, si faceva tutto addosso, e
non conosceva pi la gente del paese, n le amiche che andava
a trovarla, n me n Raggio. Ogni tanto si metteva a
piangere per giorni interi senza far nissun rumore. Gli vedevi
solo venir gi lacrime come le sette fontane di Val
Zemola. Mangiava ogni due tre giorni e era una dose che
avrebbe bastato nianche a un uccellino, e n che si lavava
pi, n che si vestiva. Era le donne de la contrada che a
turno andava a vestirla e iutarla a tenersi in piedi.
Don Chino Planco disse che a quel punto non occorreva
pi i gendarmi ma il manicomio.
  Un giorno, sempre don Chino, mi domand se io sapevo
niente di quella faccenda del bambino e io gli dissi di
no, e lui mi guard storto e and via.
  Raggio, dopo quasi una settimana legato e guardato a vista,
si calm e torn a fare il re come se si fusse dimenticato
di tutto. In quella settimana che st legato io e altri tre
gli si dava da mangiare e lo si portava nella stalla a fare i
suoi bisogni, e ogni tanto lo si lavava come fusse un fantolino,
ma sempre legato mani e piedi perch rugnava (ringhiava)
cattivo. Intanto il bambino venne sepellito nel limbo,
un pezzo di terra dove andava i bambini non batezzati.
Quando slegammo Raggio, intorno ai polsi aveva due righe
fonde un centimetro piene di sangue incrostato. Povero
Raggio come lo avevo ridotto. E tutto per colpa mia e di lei.
  Intanto che era legato qualche volta gli davo da mangiare
io. Mentre gli mettevo il cucchiaio nella bocca lui mi guardava
con occhi cattivi ma poi anche tristi come per chiedermi
come hai potuto farmi quel che mi hai fatto e ingravidare
mia moglie. E poi, dopo aver pensato un poco,
ripeteva di continuo ve cop, ve cop, cio che ci avrebbe
copati tutti due.
  Io andavo in latteria ogni giorno ma Raggio non venne
pi a fare il formagio. Lo vedevo spesso e ogni volta che
m'incontrava diceva che mi avrebbe copato con quel bastone,
e cos dicendo, alzava per aria il suo bastone da re.
Allora io, un po' per fargli paura un po' perch non si sapeva
mai, tacai a girare col ronchetto nella tasca di dietro,
e quando diceva che mi avrebbe copato col suo bastone io
gli rispondevo che lo avrei copato prima io col ronchetto.
E intanto lo tiravo fuori dalla tasca e glielo facevo vedere.
Ma Raggio non si spaventava per niente e rispondeva che
era lui che aveva pi diritto di coparmi e non io, ma che se
volevo coparlo lo dovevo fare subito perch prima o dopo
lo avrebbe fatto lui a me.
  Don Chino non chiam i gendarmi. Disse che aspettava di
vedere come la donna si comportava. Se stava meglio li
avrebbe chiamati. Ma non st mai pi meglio.
  Infatti, dopo diversi giorni che era saltato fuori il bambino
dal formagio, si cap tutti quanti che lei non era pi il
caso di tenerla in paese a quelle condizioni. Si lasciava
sempre pi andare, si faceva tutto addosso e diventava
sempre pi matta. Tac a parlare di notte col suo bambino,
che era anche mio. E poi gli parlava anche di giorno.
Gli parlava e lo carezzava come se lo avesse sulle ginocchia
e gli dava da mangiare. E non si poteva fare fiducia
su Raggio che l'aiutasse perch era pi matto di lei e, anche
se aveva diversi momenti buoni, non era da fidarsi a
lasciarli soli loro due. Si aveva paura che in un colpo di
rabbia la copasse con una bastonata dietro la testa come si
copa i conigli o la lpera.
  Cos, quando era appena cominciata la primavera, e tutto
intorno spuntava i fiori e cantava i cuculi, e il sole scaldava
la terra, in decisione di don Chino, perch lei era orfana
e senza parenti, la caricarono su un carretto e la portarono
a Belluno, a l'ospedale. E da l, dopo una settimana
capirono che non era il sito giusto per lei e allora la spostarono
al manicomio di Pergine in Valsugana perch in
quello di Feltre non era posto tanto era pieno di matti.
  Dopo un mese andai a trovarla. Era intorno met maggio
e la primavera era venuta avanti calda e bella. Lasciai
un mio amico che badasse alla latteria e a piedi andai a
Longarone. Da l, con mezzi di fortuna e qualche carretta
di corriera rivai a Pergine. Trovai il manicomio ed entrai.
Domandai di lei a monache che era l. Spiegai che era una
della montagna rivata da poco, che carezzava e parlava
con un bambino che per lo vedeva solo lei perch no esisteva.
La monaca pi vecchia mi port in una stanza
grande dove era una ventina di matti. Non avevo mai visto
n mai pensato potesse essere al mondo un posto cos
e restai spaventato. Ce n'era, di nudi, vestiti, ce n'era che
urlava, che cantava, uno seduto in un angolo non si muoveva
di un millimetro come fusse morto e imbalsamato.
Accompagnato da due uomini infermieri e dalla monaca
vecchia, mi avvicinai a un tavolo dove seduta su 'na sedia
stava lei. Quasi non la conoscevo. Aveva i capelli tutti
storti e per aria e i occhi persi che pareva non vedesse pi
le robe del mondo. Gli avevano vestito una specie di tonaca
color della cenere lunga fino ai piedi. In mano teneva
un cucchiaio e prendeva su da un piatto vuoto qualcosa
come se fusse minestra o altro. Soffiava un po' sul
cucchiaio per raffredare questa minestra che non era, poi
lo metteva in bocca a qualcuno che stava seduto sulle sue
ginocchia. Ma sulle sue ginocchia non era nissuno solo
aria.
  La monaca mi disse quel che sapevo gi cio che sulle
sue ginocchia stava un bambino. Io sapevo che era quello
che aveva fatto con me e che aveva partorito e poi messo
dentro la forma del formagio ma non versi (aprii) bocca.
Gli andai pi vicino e la chiamai.
  Alz la testa e mi guard senza riconoscermi poi continu
a dar da mangiare al suo bambino che no' esisteva. Vederla
cos, che dava da mangiare a niente, mi fece un dolore
che non riuscivo a sopportare. Allora decisi di andare via
subito e non tornare mai pi in quel posto di morte dove
la ragione non era pi di questo mondo. Ma prima che me
ne andassi successe 'na roba che mi fece venir gi le lacrime
anche se dentro piangevo gi da tempo.
  Lei mi guard fisso un'altra volta poi prese il bambino
che non era, lo sollev con le braccia e me lo sporse con un
sorriso come per mostrarmelo e perch lo tenessi un po'
anch'io intanto che faceva qualcosa d'altro. Allora feci finta
di prenderlo su, come se esistesse per davvero. E lei
non fece niente, mi guardava soltanto, e mi pareva che
avesse anche un po' riso. Poi si lev e venne vicino a me,
che intanto con la mano facevo i gesti di carezzare il piccolo.
Si mise di fronte e tac a giocare con quel bambino di
aria che tenevo in braccio. Gli toccava il naso con la punta
del dito, e poi toccava il mio. E in quei momenti si mise a
ridere anche un poco, e fu a quel punto che mi venne da
piangere. Allora lei quando mi vide le lacrime, si riprese il
suo bambino and a sedersi pi lontano e seguit a dargli
da mangiare. In quel momento il mondo non era pi e
giurai di non tornare mai pi a trovarla. Tanto, per vederla
in quello stato non serviva, era come se non esistesse,
era diventata aria anche lei, come il suo bambino.
  La monaca mi chiese se ero suo marito io gli risposi che
ero solo parente. Poi ancora la monaca mi disse che giorno
e notte curava quel bambino, e non dormiva mai, e nissuno
era mai riuscito a fargli dire urta parola. Per di notte
piangeva sempre quando non miagolava nenie per far
addormentare il suo piccolo.
  La salutai poggiandogli una mano sulla testa ma lei
non si volt, come se non l'avessi nianche toccata e continu
a dar da mangiare al suo bambino.
Tornai a Erto con la testa tra le mani.
  Di lungo tutto il viaggio pensai a quella donna e a quel
bambino e mi torn in mente la povera Maddalena Mora,
che si diceva, era stata in punto di morte con la polmonite
invece stava per morire perch una vecchia gli aveva tirato
fuori il bambino dalla pancia con un ferro da maglia. Di
sicuro anche quel bambino era mio ma lei, Maddalena
Mora, non me lo conferm mai perch non diceva niente a
nissuno dei suoi affari. Cos diventava due ormai i miei figli
che non era stati lasciati vivere.
  Aprii la porta di casa a riprendere come potevo la vita
di prima ma non era facile tornare come prima dopo le robe
brutte che era successe. E poi c'era Raggio che me l'aveva
giurata di coparmi. Infatti poco tempo dopo ci fu il
primo scontro con lui.
  Una mattina ero in latteria intento a tirar su il formagio
dalla caldiera quando sentii un passo entrare. Pensai fusse
qualcuno che portava il latte o veniva a prendere formagio,
o butirro cos non mi voltai nianche; aspettavo solo di
sentire una voce di saluto in modo da conoscere chi era.
Invece sentii una mano che mi prendeva per il collo e di
botto mi spingeva la testa nella caldiera piena di siero e
formagio cagliato. Siccome mi aveva preso all'improvviso,
finii dentro fino a met busto. E mi sentivo soffocare e
qualcuno che mi teneva gi con due mani.
  Fortuna che rivai a prendere il bordo della caldiera con
un braccio e fare leva fin che mi tacai anche con l'altro.
Allora, chiamate le ultime forze perch non avevo pi fiato,
feci un scatto in su e mi tirai fuori dalla caldiera con qualcuno
sulla schiena che ancora mi stringeva il collo. Mi
voltai e vidi in faccia quello che voleva annegarmi nella
caldiera. Era Raggio e aveva i occhi fuori dalla testa. Gli
mollai il primo pugno cos forte che quasi finiva lui nella
caldiera. Che fusse Raggio ormai avevo immaginato ma
vedermelo davanti mi mont 'na rabbia mai avuta. Lo tirai
vicino e gli mollai un altro pugno che and per terra
come un vitello appena nato che non sta sulle gambe. Poi
lo misi in piedi e lo spinsi verso la porta e gli dissi di non
provare mai pi perch io s l'avrei copato sul serio.
  Prima di andarsene prese il suo bastone da re che aveva
lasciato fuori e alzandolo in aria disse che un giorno o l'altro
mi avrebbe copato con quel bastone perch ero io la
causa della sua rovina. Poi svolt e spar.
  Con la camicia tutta bagnata, mentre cercavo di cavare il
formagio pensai che era cominciata male e cos non poteva
andare avanti. Uno di noi due era in pi e doveva andarsene
dal paese, ma n io n lui aveva voglia di lasciare
la nostra valle.
  Mentre ragrumavo il formagio con le mani sentii qualcosa
di duro. Tirai su e vidi la corona di Raggio, caduta
con lui dentro la caldiera quando gli avevo dato il primo
pugno. La sciacquai sotto l'acqua e dopo aver finito il lavoro
la portai a mio fratello Bastianin che la tornasse al re.

  Un giorno presi il coraggio e andai a casa di Raggio con
l'idea di parlargli e spiegargli almeno come era andate le
cose. Anche se avevo poca speranza che capisse volevo
provare.
  Stava seduto sullo scalino della porta d'entrata e parlava
da solo a voce alta. Sembr che nianche mi avesse visto
e continu a brontolare anche dopo che lo avevo chiamato
due tre volte. Parlava e gridava rivolto verso il cielo. Ce
l'aveva su con la vecchia Melissa che tutti sospettava l'avesse
copata i falciatori. Gridava che era la sua maledizione
a portare danno a lui e a me, e a sua moglie, e a tutti gli
altri del paese, a quelli che era morti e a quelli ancora vivi,
e a quelli che stava per morire. Urlava che lui sapeva in
che modo avremmo pagato l'averla copata e soprattutto
fatta sparire, perch una persona, diceva Raggio, si pu
anche copare ma ha diritto a esser seppellita nella terra
come tutti i cristiani. Poi gridava che lui era re e nissuna
vecchia maledetta troia poteva fargli del male, e paura
non ne aveva di nissuno. Intanto che parlava menava il
bastone per aria come a minacciare nel cielo la vecchia
strega Melissa.
  Lo chiamai ancora una volta ma non sentiva n mi vedeva
allora mi girai e andai via. Intanto che mi allontanavo
pensai che la strega era stata sua moglie non la vecchia
Melissa, e aveva stregonato anche me se ero rivato al punto
di far del male al mio amico.
  Lasciai passare 'na settimana e poi tornai da lui per cercare
di parlargli. Volevo anche decidere il destino della latteria
perch Raggio non veniva pi a lavorare dopo che
aveva cercato di annegarmi nel siero del formagio.
  Speravo di trovarlo in uno di quei momenti buoni che
potevi ragionare un poco. Infatti lo trovai propio in uno di
quelli. Era tranquillo ma sempre col bastone in mano e la
corona sulla testa. All'inizio non voleva saperne di vedermi
ma io insistei e allora mi guard e disse che il bambino
doveva essere per forza mio perch lui non poteva averne
se no sarebbe arrivati prima. Poi mi disse che a quel punto
non gli importava tanto di chi era ma che doveva restare
vivo perch cos poteva avere il suo successore a re. Invece
quella putana di lei lo aveva annegato nel latte, cagliato
e messo dentro al formagio e per questo meritava di morire
due volte. E anch'io meritavo di morire, disse Raggio e
prima o dopo, ripet per tre volte, che mi avrebbe copato
col suo bastone. E cos dicendo sollev il ramo di corniolo
e me lo fece passare pi volte davanti al naso con una furia
e una forza che non pensavo. Il bastone tagliava l'aria
con fischi corti come la falce quando taglia l'erba, e se devo
dire la verit mi spaventai perch mi passava di poco
davanti al naso. Ma non mi spostai di un millimetro se no
il matto capiva che avevo paura e poteva decidersi a darmi
il colpo.
  Cercai di stornare il discorso e dissi a Raggio cosa intendeva
fare della sua parte di latteria. Rispose che non voleva
pi saperne n di latte n di latteria, n di vedermi n
di niente. Disse che doveva coparmi e quindi non veniva
pi a lavorare ma che se gli davo trenta capre si riteneva
liquidato della sua parte di latteria perch voleva tornare
a fare il pastore. Poi tac a parlare per aria con la vecchia
strega Melissa e a chiamarla troia e allora me ne andai.
  Il giorno dopo assieme a due testimoni gli portai le trenta
capre pi belle che avevo e le chiusi io stesso nella sua
stalla perch lui stava vedendo diavoli cattivi e di nuovo
l'acqua della fontana che buttava sangue.
  Da quel giorno Raggio tac a fare il pastore con le sue capre
e quelle che gli avevo dato io. Girava dappertutto, dal
monte Borg al Certn, da Lodina ai Bus di Bacon, ma soprattutto
sul monte Porgait portava le bestie a mangiare.
Anche se era diventato matto patocco causa la belladonna,
aveva un rispetto sacro verso i suoi animali. Invece ai tempi
di quando andava a caccia era cattivo come la martora e
non aveva piet n perdono per le bestie salvatiche che incontrava.
Io non avevo nissuna paura che mi sparasse perch
la sua idea fissa era quella di coparmi col bastone da re,
e quindi ero al salvo dalle fucilate e questo non era poco.
  Senza pi nissuna voglia tornai a lavorare in latteria, oltre
che a badare alle mie mucche ed alle mie capre. Ma non era
pi come prima. Nella latteria mi pareva che tutto pesasse
come aver l'incudine di mio fratello sulla testa. Mi pareva
che nella nostra latteria fusse venuta dentro la miseria
della vita.
  Senza il mio socio Raggio, senza pi lei, senza nissuno
che mi dasse la forza dei vecchi tempi, mi prese un grande
avvilimento. E anche la gente del paese, dopo la storia del
bambino, tac a guardarmi un po' storto. In un certo modo
mi salutava appena, bongiorno e bonasera quando veniva
a portare il latte o prendere il formagio, ma niente di
pi. Una volta invece, quando tutto era bene, si fermava a
chiacchierare ed a bere un bicchiere di vino perch, anche
se si maneggiava latte, nella nostra latteria non mancava
mai un fiasco di vino.
  Allora, a darmi una mano, presi con me un bocia della
contrada Soprafuoco che si chiamava Corona Vitorin
Scia. Volevo insegnargli un po' di mestiere perch dentro
di me gi pensavo di mollare tutto anch'io e tornare a pascolare
le mie capre sulla montagna come aveva fatto
Raggio. Almeno lass i pensieri brutti aveva pi spazio
per slontanarsi a pascolare anche loro in qua e in l.
  Tirai avanti fino a giugno ma ormai ero avvilito morto,
e stanco. Pi che stanco ero stufo, agro di tutto e non volevo
pi vedere quel posto. Ogni volta che entravo in latteria
mi veniva un dolore al cuore. Rivedevo Raggio che mi
aiutava a fare i lavori, e lei che puliva il suo formagio, la
maledetta forma granda, e non potevo fare a meno di
pensare che dentro aveva messo nostro figlio.
  Un giorno capit il fatto che mi fece decidere di cedere la
latteria a qualcuno e tornare al mio primo lavoro di pastore.
Ero l, di mattina presto, che facevo la cagliata assieme
al bocia Vitorin Scia. Era poco latte perch la maggior
parte delle vacche in quel periodo si trovava in malga. A
l'improvviso spunt Raggio con un fagotto sotto il braccio.
Aveva i occhi in fuori come sempre quando dava da
matto. Allora mi misi in allarme. Poggi il bastone sul
muro e mi chiese di lasciarlo fare una forma granda per il
prete. Gli risposi che era poco latte per la forma granda e
poi non era nianche periodo. Allora lui disse che sarebbe
tornato l'indomani quando era pi latte, perch periodo
era sempre, disse, bastava cumulare un po' di latte.
  Poi disse che voleva la forma granda perch doveva
mettere dentro un bambino. Cos dicendo disf il fagotto
che era un sacco di tela e tir fuori un capretto morto appena
nato. Disse che anche lui voleva nascondere un bambino
nel formagio perch quella putana della capra lo
aveva copato calpestandolo. Per guadagnare tempo e non
farlo arrabbiare, gli dissi di lasciarlo sul tavolo che caso
mai lo avrebbe cagliato il giorno dopo. Raggio, anche se
non l'avrei mai pensato, obbed subito, butt il capretto
sul tavolo riprese il suo bastone e se ne and.
  Venni a sapere che una sua capra aveva partorito un
piccolo che poi era stato calpestato dalle altre capre perch
Raggio non si era ricordato di separarla prima del
parto. Lui cred che l'avesse copato la mamma apposta.
Allora prese la scure e con un colpo gli tagli la testa alla
capra come tagliare un ramo a un larice giovane che  come
tagliare butirro. L'indomani non si present, di sicuro
si era dimenticato.
  Dopo quel fatto decisi basta perch sapevo che Raggio prima
o dopo sarebbe tornato a fare danni. Allora cercai di trovare
qualcuno che mandasse avanti quella maledetta latteria
perch Vitorin Scia non era ancora capace. Domandai
qua e l finch incontrai Paol dal Fun Filippin, uno di circa
quaranta anni. Gli spiegai tutto. Disse che gli sarebbe piaciuto
tanto tenere la latteria ma non aveva soldi per pagarmi
la roba e tutto quello che io e Raggio si aveva messo in
piedi in quei anni. Gli dissi che aveva tempo tutta la vita
che gli restava per pagarmi, e se no che mi dasse un poche
di capre, o una manza, o quello che voleva o che poteva, o
anche niente, che gli davo la latteria lo stesso. Mi sarebbe
bastato anche solo qualche forma di formagio ogni tanto e
sarei stato a posto pur di liberarmi da quella maledizione.
  Paol dal Fun era contento come mai avevo visto un uomo
contento cos nella mia vita. Mi abbracci e disse che
lo avevo salvato dalla rovina perch in quel periodo, anche
se pochi lo sapeva, era alla disperata, con tre figli piccoli
orfani di mamma, e il lavoro nel bosco che era andato
storto. Suo socio aveva venduto la legna, pi di ottocento
quintali, ed era sparito con i soldi. Lui si fidava del suo socio
perch era molto pi in gamba di lui nei affari. Era stato
a scuola fino alla quinta elementare per questo trattava
lui la vendita del legname. Ma quella volta lo freg. And
a Treviso e Conegliano e st via 'na settimana per vendere
tutti i ottocento quintali. Poi, invece che tornare e spartire
i soldi con Paol spar lui e i soldi.
  Paol aspett un mese prima di capire che il socio non
sarebbe pi tornato.
  Dopo avermi abbracciato dalla gioia Paol dal Fun mi ringrazi
piangendo e giur sui suoi figli che se gli fusse apparso
di fronte il socio, anche dopo mille anni, gli avrebbe impiantato
la manra in mezzo la testa. Perch disse, cos non si fa
soprattutto a uno con tre bambini piccoli e senza mamma.
Passai 'na settimana con Paol dal Fun in latteria a spiegargli
come funzionava il mestiere del casaro e insegnargli
qualche trucco. Vidi con soddisfazione che Paol imparava
subito tutto anche perch qualcosa sapeva gi intorno al
latte.
  Alla fine gli strinsi la mano e gli dissi che da quel momento
quel che era l dentro era roba sua. Si beve assieme
'na bottiglia di vino e ci salutammo. Prima gli dissi anche
di non dimenticarsi del bocia Vitorin Scia che aveva bisogno
anche lui di lavorare.
  I giorni dopo radunai le mie bestie, circa quaranta capre,
due vacche che non avevo mandato in malga perch ormai
era vecchie e faceva poco latte, e diciasette pecore da
lana. Le vacche le imprestai a Paol dal Fun che aveva i figli
piccoli e quindi bisogno dell'aiuto di quelle due vacche
anche se faceva poco latte.
  Ormai era estate e tacai a girare per i pascoli alti con le
mie bestie e fu come mi fussi liberato di quell'incudine
sulla testa. Cercavo di evitare le montagne dove sapevo
che era Raggio da quelle parti, ma sempre non potevo
schivarlo perch era lui che a volte veniva apposta nelle
montagne dove ero io e le montagne non  mai cos
grandi e lontane da non far incontrare due uomini che
cammina.
  Un giorno sui prati del Buscada lo vidi a l'improvviso venire
verso di me col suo branco di capre. Non mi ero accorto
di niente perch gli aveva tirato via i campani alle
bestie per non farle sentire. Raggio alz per aria il bastone
del comando e disse ancora una volta che con quello mi
avrebbe copato prima o dopo. Io gli risposi, un po' ridendo,
che era meglio dopo che prima, perch volevo vivere
ancora un poco. Cercavo in ogni modo di esser buono per
evitare lo scontro. Ma, come a voler dichiarare che ormai
tra noi non era pi pace, anche i nostri caproni, il mio e il
suo, tacarono a picchiarsi con le corne. Quando Raggio si
accorse che il suo becco perdeva la battaglia, moll 'na bastonata
a tutta forza sulla schiena del mio che si sento per
terra con la schiena rotta. Il mio povero caprone tac a
piangere e lamentarsi disperato di dolore. E come se non
bastava, il becco di Raggio continuava a dargli scornate al
mio che stava per terra con la schiena spaccata in due. Allora
mi buttai nel mezzo e spinsi via il becco di Raggio e
anche Raggio dicendogli che se non si fusse slontanato subito
gli tagliavo la testa con la ronca, e intanto presi la ronca
in mano perch la tenevo sempre dietro la schiena infilata
nella cintura. A quel punto Raggio volt il suo branco
e punt verso forcella Scalt per portarsi sui pascoli alti di
Borg e Casera Vecchia. Intanto che si slontanava, continuava
a dirmi che mi avrebbe copato col suo bastone e lo
faceva girare per aria co' 'na forza che sentivo i fischi del
legno fischiare ne l'aria come se fusse colpi di vento.
  Io con la ronca misi fine alle tribolazioni del mio becco
tagliandogli la testa. Poi lo spellai con la brtola, lasciai la
pelle in terra che la mangiasse volpi e martore, mi caricai
sulla schiena il mio povero becco e andai a Erto a regalarlo
a tochi ai miei amici perch, devo dire, anche se la gente
mi guardava storto, avevo ancora qualche amico in
paese.

  Dopo incominciai di nuovo la vita randagia di pastore su
per le montagne della mia valle. Battevo pi che altro la
zona di Lodina e le Buse dei Vitelli, che era lontane, e nascoste,
in questo modo non rischiavo di incontrare Raggio
sulla mia strada. Ma anche se stavo attento, qualche volta
lo incontravo lo stesso perch come ho detto le montagne
non  mai cos grandi da non far incontrare due uomini. E
nianche il mondo intero  abbastanza grande se uno dei
due cerca l'altro.
  Allora, quando mi trovava, era fuoco e fiamme. Tacava
a minacciarmi e a dirmene di ogni colore, e alzava il bastone
da re dicendo che prima o dopo mi avrebbe tirato
via dalle spese con quel bastone. Era diventato cattivo e
quando qualcuno gli faceva memoria che era cattivo,
rispondeva che invece di cattivo era giusto.
  Trattava le sue bestie come fussero persone umane ma
se sbagliavano le condannava perch lui era re di tutto il
mondo e di tutti quelli che nel mondo viveva. Quando
presempio una capra si allontanava dal gruppo o tornava
tardi, la processava con la corona in testa e il bastone in
mano e la castigava a seconda dello sbaglio fatto. Se lo
sbaglio era piccolo non gli dava da bere, o il sale, o il mangiare,
o altro, ma se era sbaglio grave la condannava a
morte e la copava lui stesso tagliandogli la testa con la
manera. In un mese ne cop tre. Paol dal Fun disse ridendo
che se andava avanti cos in un anno sarebbe restato
senza capre.
   da dire per che alla gente Raggio non faceva alcun
male, e se tiriamo via quella volta che gli moll la bastonata
al giovane Gigin da Trnol perch non si era inchinato,
Raggio non aveva ancora fatto male a nissuno. Anche
per questo non lo si portava in manicomio, perch faceva
pena e non faceva male a nissuno, voleva farne solo a me.
Un giorno mi fece crepare il cuore.
  Lo incontrai nelle Buse di Lodina. Mai pi pensavo di
incrociarlo propio lass perch di solito andava raro alle
Buse, e quando lo vidi mi misi pronto a frontarlo. Stavo
scendendo a prendermi roba da mangiare e lui saliva col
suo branco. Avevo lasciato le mie capre sulle coste delle
Centenere perch volevo sfruttare quelle pale ripide piene
di erba buona.
  Appena mi vide Raggio tac la solita solfa che mi avrebbe
copato col suo bastone. Io ero pronto a difendermi e
mentre lo sorpassavo avevo messo la mano dietro la schiena
a cercar la ronca. Invece il povero amico, quando vide
che lo passai via quasi di corsa, si sento vicino a un sasso
poggi la testa su un braccio e tac a piangere come un
bambino. Mi accorsi che piangeva perch lo sentivo lamentarsi
con la voce di un capretto quando perde la mamma.
  Allora mi fermai a guardarlo, e non sapevo che fare, se
tornare su a parlargli o tirare dritto per la mia strada. Decisi
di tornare su, ma quando gli poggiai la mano sulla
spalla scatt come 'na lpera e cerc di darmi 'na bastonata
che schivai per un pelo. Il legno mi pass un millimetro
davanti la faccia. Poi disse che non mi avvicinassi mai pi
a lui n da vivo n da morto. Gli spiegai che volevo solo
parlare per metter gi chiara tutta la storia ma lui non volle
sentir ragione e rispose che potevo parlare prima, quando
era tutto ancora in tempo. Poi si pieg in terra e tac a
piangere di nuovo.
  Allora lo lasciai l che piangeva e scesi a prendermi da
mangiare con dentro un groppo al cuore. Dopo quell'incontro,
per, mi venne il sospetto che Raggio mi seguisse
apposta sui pascoli alti per trovarmi e farmela pagare.
  Il mattino dopo per non incrociarlo di nuovo feci il giro
della Val Zemola, radunai le mie bestie, passai per la forcella
Duranno e le lasciai a pascolo nelle rampe del Bozza.
  Ormai cominciavo ad averne abbastanza di quello stato di
cose e pensai di andare via dal paese per un po' di anni.
Ma solo il pensiero di abbandonare la mia valle mi faceva
piegare le gambe come quando si porta un grande peso
sulle spalle. Era come tradire i miei vecchi, mio fratello,
mio padre, mia madre e tutti quelli che mi aveva voluto
bene compreso la zia che beveva e l'altra di Milano, e la
prima donna che mi insegn a fare quelle robe, e insomma
la memoria di tutti. Ma non solo. Era il posto che mi
piaceva, anche se dava poco e niente, mi piaceva. Mi piaceva
le mie montagne, i miei boschi, i prati e il Vajont coi
suoi mulini e le sue segherie. Ogni angolo che svoltavo
nel mio paese, mi pareva di vedermi quando ero piccolo,
e allora capivo che non potevo abbandonare il posto dove
tutto mi faceva tornare piccolo.
  Pensando a queste cose sentivo come un sasso nella gola
che mi rubava il fiato. Allora decisi che non sarei mai
andato via da Erto, e che avrei frontato Raggio, succedesse
pure quel che doveva succedere, ma io stavo l. Meglio
morto a casa che vivo lontano dai posti della mia vita.
  Un giorno a l'improvviso Raggio entr nell'osteria di Pilin
col suo bastone in mano e la corona sulla testa. Si sento su
'na panca e guardava in giro. Io ero l da un po' per far
spesa e quando lo vidi presi la porta per andarmene. Ma
lui mi ferm e mi chiese se sapevo dove era finita sua moglie.
Gli guardai i occhi e mi accorsi che non era gonfi come
quando dava fuori di matto del tutto. Allora gli dissi
che sua moglie era nel manicomio di Pergine in Valsugana,
e che non stava niente bene. Lui subito rispose che era
causa mia se l'avevano chiusa nel manicomio e non stava
niente bene. Dove si trovava sua moglie gli spiegavano
tutti i giorni quelli del paese, ma Raggio si dimenticava
subito. E allora chiedeva ancora dove era ma poi si stufava
e tutto finiva l.
  Invece quel giorno da Pilin si volt verso gli altri che
beveva e chiese che lo portassero a vederla. Ma nissuno si
sarebbe mai preso la briga e la responsabilit di un viaggio
fino in Valsugana strascinandosi dietro uno come Raggio
e gli dissero di no.
  Allora tac con me la solita solfa che mi avrebbe copato
col bastone ed a quel punto me ne andai perch dovevo tornare
dalle mie capre nella Pala del Bozza. Lui era venuto
gi dalle Buse di Lodina per prendere fiammiferi disse Pilin,
e solo per questo caso ci eravamo incontrati.

  Il 24 agosto giorno di San Bartolomeo, tornai gi dalla
montagna per fare un po' di festa in paese perch San Bartolomeo
 il giorno del nostro patrono. Era 'na bella giornata
calda, e dopo messa ci si trov in tanti a bere da Pilin.
Si era io mio fratello Bastianin e altri pastori e boscaioli
compreso Felice e Maria Menin con la bambina Neve che
non sentiva il freddo dell'inverno.
  Mi avvicinai per salutarli ma appena fui a un metro
dalla piccola che ormai era abbastanza cresciuta, sana e
bella come una vitellina, tac a piangere e urlare disperata.
Allora mi slontanai e lei si ferm subito da piangere.
Pensavo che in tutto quel tempo gli fusse passata la paura
di me invece era peggio di prima. E cos con Raggio, se gli
arrivava vicino la piccola urlava come quando si tira sangue
a un capretto. Io non capivo perch, e nissuno capiva
perch ma era cos, la piccola piangeva di fronte noi due.
  Ma quel giorno doveva restare nella mia memoria per
un altro fatto che non il piangere di Neve.
  Intorno alle tre, dopo aver tutti mangiato e bevuto anche
troppo, mio fratello Bastianin abbandon l'osteria di Pilin.
Disse che doveva fare un mestiere e che poi tornava
subito. And fuori e mentre usciva si sbilanci un poco
quel tanto che basta a capire che uno  ubriaco.
  Io non so da che parte and quando fu in strada. So che
intorno alle quattro qualcuno venne a l'osteria a dire che
era stata baruffa in via Soprafuoco e che mio fratello Bastianin
aveva mollato un colpo di scure a uno di Valdapont.
Quando sentii dire di Valdapont mi trem le gambe.
Ero un po' ciucco anch'io perch finita messa non mi ero
pi mosso da l'osteria e sempre a bere, ma lo stesso assieme
agli altri andai a vedere.
  E vidi quello che ormai sospettavo e che mai avrei voluto
vedere.
  Per terra, in un lago di sangue era quello di Valdapont
che aveva dato la belladonna alla morosa di mio fratello
facendola diventare matta. Bastianin gli aveva spaccato la
testa in due parti con l'ascia da squadrare travi. La gente
guardava senza parlare quell'uomo ormai morto con la
testa squartata in due rovesciato in mezzo al sangue, e
molti diceva che Bastianin non aveva fatto altro che il suo
dovere a farlo in due.
  Chiesi dove fusse mio fratello e mi dissero che lo avevano
strascinato a forza nella stalla del Mori perch voleva
continuare a dar colpi di manra per fare a tochi quel vigliacco
che gli aveva rovinato la morosa e la vita.
  Con la testa bassa andai nella stalla del Mori. Era in
quattro uomini che lo guardava a vista ma non serviva
perch Bastianin era gi calmato.
  Stava seduto su 'na panca con la testa fra le mani. Gli
dissi Bastianin cosa hai fatto e lui senza alzare la testa rispose
che aveva fatto quel che era da fare. Poi mi guard
fisso. Era anni che pensavo di coparlo disse. Nella vasca
di pietra piena d'acqua della beverata stava la manra.
L'avevano messa l dentro per lavarla dal sangue. Gli dissi
a Bastianin che adesso anche la sua vita era finita perch
andava in prigione. Rispose che in prigione era gi da
tempo. Da quando lei era in manicomio era finito, e la sua
testa era da molto nella prigione del patimento, e che al
massimo lo avrebbero solo chiuso dentro. A quel punto
mi venne ancora in mente la strega Melissa e collegai a lei
tutte le disgrazie che succedeva. Allora, anche se era agosto,
un brivido di freddo mi part dai piedi e mi and su
alla punta dei capelli. Sentii per la prima volta di aver
paura sul serio e, se fino a quel momento non gli avevo
dato nissuna importanza, adesso la maledizione della
strega tacava a preoccuparmi.
  Alcuni amici consigliarono Bastianin di scappare fin che
era in tempo perch ormai stava per arrivare i gendarmi.
Mio fratello rispose che non sarebbe andato da nissuna
parte e non si mosse da l. Bortolomeo della Taja detto
Mio, gli disse che se voleva lo nascondeva nella sua casa
sul col delle Cavalle dove nianche coi cani segugi lo si
avrebbe trovato. Ma Bastianin disse no, che adesso era in
pace con se stesso, e che voleva affrontare il suo destino e
pagare quel che era da pagare.
  Alle sei rivo i gendarmi a prelevarlo e lo portarono
nelle prigioni di Udine. Fu l'ultima volta che lo vidi.
Sempre a Udine fu il processo e si prese venti anni. Chiusi
la casa di mio fratello con le chiavi e pensai che chiss
se mai l'avrebbe pi aperta lui. Venti anni sono lunghi
per uno abituato a vivere sempre fuori, sotto il cielo delle
stelle.
  Quello fu il colpo pi duro per me, pi ancora che aver
perso lei, i figli che era stati copati e tutta la mia pace.
Andai anche al funerale di quello di Valdapont ma di lui non
voglio nianche pronunciare il suo nome.
  Gli volevo bene io a mio fratello piccolo, e credevo anche
di conoscerlo a fondo, e mai avrei pensato che pensava di
vendicarsi. Tutto quel tempo senza dire niente e poi
coparlo!
  Dopo questa disgrazia continuai a pascolare le mie capre
ma nello stesso tempo tacai anche a bere. Bevevo vino
abbastanza spesso per andare via da quella mandria di ricordi
brutti che per, quando passava la cioca, tornava
pi brutti di prima. Ogni tanto mi veniva in mente mio
padre e mia mamma e la vecchia zia che mor con le formiche
in bocca e l'altra di Milano, e Bastianin, e mi domandavo
perch la vita era andata tutta cos storta e male
come 'na forma di formagio coi vermi. Ma forse adesso
sapevo, ero certo che da tutto questo non era fuori la vecchia
Melissa, anzi, era lei la causa.

  Di l a pochi giorni Raggio fece sul serio e mi presi una bastonata
su 'na spalla che sti pi di un mese fasciato col
braccio tacato al collo. Ero appena tornato a casa dai pascoli
alti di Bozza e dovevo compagnare Paol dal Fun Filippin
a prendere le due vacche che gli avevo imprestato
alla casera Galvana. Era il 7 settembre e la stagione di
malga finiva quel giorno. Su per i costoni i boschi tacava a
cambiar appena colore e era ancora caldo.
  Rivati alla casera vidi che era altra gente l intorno che
recuperava le sue vacche. Poi mi accorsi che era anche lui.
Da Lodina, Raggio aveva traversato col suo branco di capre
tutta la Garofola e il Chiampn per lasciarle a pascolo
libero sotto la forcella del Mus. Da l era venuto su, aveva
scavalcato la forcella, traversato costa Porgait e era sceso
in casera per salutare il malgaro.
  Quando si accorse di me, gonfi i occhi come i rospi
quando soffia. Io gli restai distante perch ormai avevo
capito che era giorno brutto e non volevo storie n rischiare
niente.
Sar stato mezzogiorno.
  Il malgaro, che era Valentin Sortn de Nesto, aveva
fatto la polenta e disse che chi voleva poteva prendersi
una fetta di polenta con un tocco di formagio perch era
l'ultima polenta in Galvana di quell'anno. Io avevo fame
e allora entrai nella casera per prendermi 'na fetta di polenta
e formagio. Non mi ero accorto che, dietro, Raggio
si avvicinava in silenzio. Ma gli altri si era accorti e sapeva
che mi cercava per farmi pagare quel conto che diceva
sempre che dovevo pagare. Sentii Valentin de Nesto che
gridava attento, e altri gridava scampa Zino. Io ero di
schiena e, senza nianche girarmi perch pensai che non
fusse pi tempo, mi spostai d'istinto da una parte cos
che il colpo di bastone invece che prendermi la testa mi
rivo sulla spalla sinistra come un colpo di mazza. Sentii i
ossi fare un brutto suono come quando si rompe stecchi
da accendere il fuoco e cascai per terra con la fetta di polenta
ancora in mano. Mi girai e vidi Raggio sopra col
bastone alzato e la faccia che nianche un cane rabbioso
pu avere cos. Cercai di alzarmi a difendermi e intanto
che mi alzavo per difendermi, vidi tutti i altri che gli saltava
adosso a Raggio mentre stava per darmi un'altra
legnata.
  Lo strascinarono via, fuori dalla baita. Mi levai su e con
il braccio buono presi il coltello del formagio che era sul
tavolo e cercai di correre dietro a Raggio ma Valentin
Sortn de Nesto si era gi buttato davanti a me sulla porta
e disse di metter via quel coltello che gi bastava e avanzava
uno in galera e non era il caso che anch'io facessi la
fine di mio fratello Bastianin.
  Braccio e spalla mi doleva da morire e non potevo quasi
muoverli. Valentin me lo leg al collo con un pezzo di
corda e pian piano, assieme a Paol dal Fun Filippin e le
due vacche, si torn in paese.
  Raggio invece l'avevano spintonato fin dalle sue capre,
sotto la forcella, dove dormiva in un antro usato dai boscaioli
vicino al campanile di Pietra Forata.

  Ormai tra di me avevo deciso basta. Al prossimo colpo mi
avrei difeso come si deve. Ero stufo di vivere sempre in allarmi
e a quel punto o me o lui, una delle due. Oppure
prendere e andare via in un altro posto, in un altro paese,
magari in Stiria o in Carinzia dove era stato Santo della
Val a fare il boscaiolo e come lui molti altri del paese. O
anche in Francia potevo andare.
  Ero quasi deciso a farmi le carte per partire in Francia
quando il 12 settembre mor Sepp Corona Giant di malattia.
Che fusse morto Sepp de Giant non era niente  che,
per fargli posto sottoterra, si doveva cavare la mia povera
mamma, come sempre fa nei paesi di montagna. Dopo
che passa venti anni, si cava il morto vecchio come si cava
le patate per mettere quello nuovo. Anche a mio padre gli
tocc di esser cavato per mettere un altro al suo posto.
Quando lo cavarono ero l e vidi il cranio suo rotto in pi
parti dai colpi del pilt di quel farabutto delle Cavalle.
Mia mamma era morta da venticinque anni e adesso toccava
a lei tornare a vedere il cielo del suo paese.
  L'idea di rivederla anche solo in ossi, non mi fece dormire
per due notti, cosa che non era successa per mio padre.
Quel giorno andai di mattina presto sopra la fossa insieme
al becchino Modesto Filippin Lucch. Era verso
met settembre.
  Prima di tutto Lucch tir via la croce che aveva fatto
mio fratello Bastianin, poi tac a scavare. Avrei voluto
dargli una mano anch'io a scavare ma avevo il braccio sinistro
appeso al collo per la bastonata di Raggio. A Cimolais,
il medico Gregoris mi disse che dovevo tenerlo cos
almeno un mese. Allora mi sentai su 'na tomba l vicino e
guardai scavare. Il becchino Modesto Filippin Lucch lavor
in silenzio di pala e picco fin che a un certo punto
disse eccola qua. Tac a liberare dalla terra quel che era rimasto
della mia povera mamma. La cassa no' esisteva
pi, era solo i suoi ossi e i suoi capelli nella terra. Filippin
Lucch tir su i ossi uno per uno e, dopo averli puliti, li
poggi su un lenzuolo bianco che avevo aperto per terra.
Quando tir su i ossi delle mani mi ricordai del suo anellino
con la croce che avevo al mignolo e lo guardai. Poi tir
fuori la testa. Vedere solo quel teschio di osso sapendo
quanto era stata bella mia mamma mi fece venire le lacrime
ma subito pensai che quella testa era sua e un tempo
aveva portato il suo bel viso. Gli mancava tre denti ma i
altri davanti era perfetti come li ricordavo. I capelli invece,
era staccati dalla testa ma puliti, e Felice Lucch li tir
su per ultimi, e poi mi consegn un piccolo ciuffo di capelli
di mia mamma dicendo di tenerli per ricordo e io li
misi in tasca. Radunai tutti i ossi di mia mamma nel lenzuolo
e dopo averla guardata ancora una volta chiusi il
lenzuolo con quattro groppi e lo depositai nella piccola
cassetta di legno fatta apposta da Canipoli Innocente, il
falegname del paese. A fare i groppi mi aiut il becchino
Modesto Filippin Lucch perch non potevo adoperare bene
il braccio fasciato al collo. Ma a chiudere mia mamma
l'ultima volta volevo essere io e allora mi sforzai. Poi,
Filippin Modesto scav per lei una buca vicino a quella dove
era stata dentro per venticinque anni, e dove adesso
stava per andare Sepp Corona Giant, e la seppel di nuovo.
Intanto che la metteva gi, dissi 'na Requiamaterna
con le lacrime ai occhi poi cavai dalla tasca il ciuffo di capelli
di mia mamma, li buttai nella buca e me ne andai.
  Dopo che avevo visto i ossi di mia mamma non avevo pi
voglia di bandonare il paese, ma comunque qualcosa dovevo
fare perch la questione con Raggio ormai era rivata
alla fine: o lui o io.
  E adesso, intanto che scrivo questa verit, nissuno sa
quanto mi sento pentito per non essere andato via dal
paese subito dopo la bastonata. Se fussi andato via, a l'estero
o da qualsiasi altra parte, forse non sarebbe successo
quel che  successo ma, a pensarla giusta, doveva andare
cos perch cos aveva deciso quella troia di strega Melissa.
E allora quando mi vien in mente la strega non dormo
pi e se non dormo penso a mio fratello Bastianin che 
nelle prigioni di Udine, a lei che  nel manicomio di Pergine
ed a mia mamma e mio padre che sono andati sottoterra
per due volte, e al mio bambino sepolto nel formagio.

  Intorno alla fine di settembre il tempo era bello come raro
era stato in quel periodo nel mio paese. Faceva molto caldo,
e in alto sulle cime ancora erba buona e aquile che girava
nel cielo a farsi scaldar le ale. Allora decisi di fare un
periodo di pascolo al monte Cornetto dove si poteva anche
dormire nella vecchia baita. Radunai le mie capre e
pian piano dal Bozza traversai la Val Zemola, passai di
fianco al paese, presi la costa della gobba di Cerentn e su
fino al Pian Grande di Cornetto.
  Quando fui a pi di met strada, precisamente alla
Roppa del Cor, feci il giro largo da sotto come faceva tutti
chi portava bestie lass perch si doveva schivare quel
maledetto buco che si apriva a l'improvviso nel prato.
Era una spaccatura tonda, di croda liscia, larga poco pi
di quattro metri ma fonda chilometri. Buttavi dentro un
sasso e lo sentivi sbattere per non so quanto tempo lungo
le crode lisciate dall'acqua di quel budello scuro come
l'inferno. Diverse vacche e capre e pecore era finite l
dentro. Noi pastori si aveva fatto un po' di recinto attorno
ma era poca roba perch si preferiva schivare la scafa
(foiba) passando dal sentiero basso. Cos, pian piano arrivai
al Pian Grant di Cornetto senza nemmeno vedere
quel buco che faceva paura solo a guardarlo. Se ti sporgevi
sul bordo sentivi venir su un'aria fredda e svelta da far
girare un mulino. Un'aria che pareva avere dentro come
voci di lamenti che veniva su, e sembrava che quei lamenti
volesse prenderti e tirarti gi con loro a morire. Era
pochi che riusciva a fermarsi su quel bordo per pi di un
minuto.
  Si diceva che fusse stata buttata dentro anche gente viva
per storie di vendette e gelosie. Presempio nell'estate
del 1910 era sparita la moglie di Giglio Corona Stram e
non era pi comparsa in paese n in alcun posto. Suo marito
si andava lamentando che lei lo aveva lasciato e che,
secondo lui, era scappata in Germania dove da sempre diceva
che gli piaceva andare. Ma chi conosceva bene Stram
non gli credeva. Molti era sicuri che l'aveva copata lui,
magari strangolandola, e poi caricata nella gerla, portata
alla foiba e buttata dentro. O forse buttata dentro ancora
viva, con un spintone.
  A quel tempo che spar sua moglie, Giglio Corona
Stram d'estate caricava (teneva) la casera Cornetto insieme
a lei. Avevano vacche e per farle arrivare alla malga
adoperava la strada di Cellino e forcella Ferron, che era
pi comoda per le vacche. Invece sul sentiero dalla parte
di Erto si andava solo con capre e pecore perch  ripido
in piedi e le vacche rischia di farsi male.
  Giglio disse che una mattina si era alzato e non aveva
pi visto sua moglie nel letto di frasche della casera e da l
in poi non l'aveva pi vista da nissuna parte. Ma pochi gli
cred. Anche perch, 'na settimana dopo che era sparita
sua moglie, lui si aveva gi procurato un'altra donna della
frazione Spesse e se l'era portata in casera, nel letto di frasche.
Allora secondo me non gli dispiaceva tanto della
moglie di prima.
  E anche durante la guerra era mancato uomini del paese,
di preciso due cugini che non sono pi stati visti. Era due
che aveva impresa di tagliaboschi e tagliava piante propio
sul Cornetto. E quando non furono pi visti, prese in mano
la loro impresa quattro fratelli della Spianada per non
lasciare che tutto vada in malora. Dissero cos i quattro
fratelli, perch non vada l'impresa in malora, ma in paese
si  sicuri che invece hanno buttato i cugini nella foiba per
prendersi l'impresa di legname con tutta la roba e i attrezzi
e anche il credito.
  In quanto a Giglio Corona Stram, la gente diceva che gi
molto prima se la intendeva con quella di Spesse, e che
propio per lei aveva fatto fuori la moglie e di sicuro buttata
nella foiba del Cornetto. Una vecchia disse che aveva
sentito la sua voce venir su di notte e chiamava aiuto. Allora
la vecchia butt nel buco la corona del rosario e la voce
tac.

  Dopo 'na settimana che pascolavo il Pian Grande spingendomi
fino gi sulle ultime coste erte di casera Ferren e
il Foss di Vajont, mi venne in mente di scendere a Erto per
prender un po' di roba da mangiare e petrolio per il
lampione.
  Mi ricorder fin che vivo di quel maledetto giorno che
andai gi al paese per mangiare e petrolio, anche se so di
preciso che vivr ancora poco.
  Non si pu resistere pi di tanto con un peso cos dentro
l'anima e se uno  onesto in ultima deve tirare i conti
perch il peso gli piega le gambe all'anima.
  Era il 30 di settembre in cielo ancora un bel sole alto e
aquile che girava a farsi scaldar le ale come sempre.
  Intorno alle dieci di mattina lasciai le capre nel Pian
Grant, misi il rusacco in spalla e mi avviai verso il paese.
Ma non avevo voglia, era come se mi sentissi qualcosa e
allora quasi non volevo nianche andar gi. In paese comprai
quello che dovevo comprare poi andai da Pilin a bere
un po' di vino e mangiare qualcosa.
  L era Raggio che quando mi vide scatt per tacarmi a
bastonate. Io che avevo ancora il braccio fasciato mi spostai
indietro ma intanto che prendevo in mano la ronca altri
lo aveva gi bloccato e dopo un poco torn la calma.
Pilin mi disse di non preoccuparmi poi mi domand dove
stavo con le capre e io senza pensare gli dissi che ero al
Pian Grande di Cornetto e che appena finito le mie faccende
e mangiato un boccone sarei tornato lass. Appena
dissi cos, Raggio chiese a quelli che lo teneva di mollarlo
che andava via. Allora lo liberarono, e lui prese il suo bastone,
usc dalla porta e spar. Allora io misi la ronca dentro
al rusacco perch andavo via subito e non era pi
pericolo.
  Domandai a l'oste se sapeva da dove era venuto Raggio
e da quanto tempo stava l. Disse che era l fin da mattina
proveniente dalle Buse di Lodina e che gli era sembrato
pi fuori di testa del solito. Finii di bere il vino e me ne andai
a casa senza nianche mangiare niente perch, nel caso
tornasse Raggio, volevo evitare che mi tacasse ancora.
  A casa era tutto in abbandono perch io ero sempre via
sui pascoli, i altri miei parenti morti e mio fratello in prigione
a Udine. Pensai che anche la sua casa con la fucina
gi sul torrente Vajont, adesso che era in prigione, restava
abbandonata e chiusa per chiss quanti anni.
  Allora decisi di darla in prestito a un giovane del paese
che aveva imparato un po' a fare il fabbro propio aiutando
per qualche tempo mio fratello Bastianin. In quel modo
sarebbe rimasta aperta, e d'inverno il camino avrebbe
fumato ancora, e tutto non sarebbe finito morto perch in
una casa quando fuma il camino  gi vita e non importa
chi  dentro che sta facendo il fuoco.
  Pensando cos guardai il focolare spento e allora, anche
se era da poco passato mezzogiorno, accesi un gran fuoco
nella mia vecchia casa abbandonata che torn subito a vivere
e pareva che anche i muri ridesse.
  Rivedere le fiamme che scaldava quei muri mi fece
aprire il cuore e per un attimo sembr che intorno alla
panca fusse tornati tutti a sedersi: mio padre, mia mamma,
la zia che beveva, mio fratello e tutti i vecchi che aveva
abitato dentro quella casa, e la zia di Milano che beveva
anche lei, e che mor nella camera che era stata della nostra
povera mamma.
  Volevo aspettare che la legna si consumasse ed intanto
che si consumava restai seduto sulla panca a pensare alle
nostre disgrazie ed a quanto era stata sfortunata la mia
famiglia.
  Intanto che pensavo a tutte quelle brutte robe sentii battere
sulla porta. Dissi avanti e si present Paol dal Fun Filippin
quello che gli avevo ceduto la latteria. Dopo tutti
quei giorni che era rimasto spento, aveva visto il camino
fumare e pens che ero io, e allora era venuto a trovarmi.
Disse: Ciao Zino son contento di vederti.
  Aveva in mano 'na piccola forma di formagio da regalarmi
e anche un po' di soldi come rata per pagare la latteria.
Non finiva pi di ringraziarmi per averlo salvato dalla
fame con la sua famiglia di figli orfani, e mi abbracciava
e mi stringeva le mani come fussi un santo. Io lo ringraziai
anche io e per non offenderlo accettai la formella di
formagio ma i soldi dissi no, che li mettesse pure in tasca.
Di quelli aveva bisogno pi lui, con tre figli piccoli, che io.
  Si chiacchier per un bel po', e quando il fuoco mor, ci
salutammo e ognuno and per la sua strada. Prima di lasciarlo
gli consegnai la chiave della fucina di Bastianin e
gli spiegai che la dasse albocia che aveva aiutato mio fratello
qualche volta. Gli raccomandai di dire a questo bocia
che poteva aprire la fucina quando voleva, e lavorare, e
doperare i attrezzi come fusse robe sue fin che non tornava
Bastianin.
  Cos dicendo chiusi la porta di casa girando tre volte la
chiave nella serratura che aveva fatto mio fratello quando
imparava il mestiere dal Mano del Conte. Intanto che
chiudevo, per via di quella serratura mi pensai di lui che
era dietro le serrature della prigione di Udine e allora mi
venne un dolore al cuore da mancarmi il fiato.
  Presi la strada per il Cornetto che sar state le due dopo
mezzod, col rusacco sulle spalle e il dolore sul cuore. Non
vedevo l'ora di andarmene via, tornare dalle mie capre
perch quel posto, e la mia casa e il paese, e la latteria mi
faceva venire in mente troppe robe belle che era diventate
brutte di colpo.
  Prima di partire passai da Pilin a salutarlo e prendermi
il petrolio e l'altra roba che avevo lasciato l, e gli chiesi se
era tornato Raggio. Rispose che era sparito da ore senza
farsi pi vedere. Allora lasciai a lui la formella che mi aveva
dato Paol dal Fun e mi avviai su per le prime rampe di
Cerentn verso la Roppa del Cor e casera Cornetto, verso
il mio destino.
  Mai pi avrei immaginato quello che sarebbe successo
da l a poche ore.

  Su e su, pian pianino, coi miei pensieri nella testa e il rusacco
sulle spalle, rivai nelle vicinanze della Roppa. L mi
riposai un poco prima di fare il tratto in piano che porta
propio vicino a quella maledetta foiba che sprofonda gi
per chilometri. Quella  la strada giusta, e quando non si
ha bestie al sguito, si fa sempre quel sentiero senza girare
da sotto perch da sotto  pi lungo. E poi non serve fare
il giro lungo per schivare il buco quando non c' animali
perch non rischiano di saltare dentro.
  Oggi penso che se avessi fatto il giro lungo da sotto, forse
non sarebbe successo quel che  successo, e io non sarei
qui con la testa tra le mani. Ma forse lass aveva gi preparato
tutto quella troia di strega.
E cos, dopo aver tirato il fiato mi avviai lungo il sentiero.
  Quando fui a pochi metri dalla foiba, da dietro un grosso
abete, come 'na furia salt fuori Raggio col bastone per
aria e la corona in testa e gridava che finalmente era rivato
il suo momento, che mi avrebbe fatto fuori a bastonate e
buttato nel buco.
  Mollai il rusacco in terra e tacai a correre a cerchio intorno
al buco, perch se scappavo in su o in gi mi avrebbe
preso di sicuro. Avevo ancora il braccio tacato al collo e
non potevo muovermi come volevo. Invece girando intorno
alla foiba riuscivo a tenerlo lontano perch non poteva
fare altro che girare intorno anche lui.
  Intanto che correvo gli gridavo fermati Raggio per piacere,
fermati non fare cos, parliamo, torniamo amici. Ma
lui ormai era fuori del tutto, sbavava come un cane rabbioso,
e faceva versi strani e salti, e soffiava che sembrava
un toro infuriato.
  Con la mano buona palpai dietro la schiena per cercare la
ronca ma non c'era. Allora mi ricordai che l'avevo messa nello
zaino ancora quando ero partito dal paese per venire su e
mi prese paura, e con la paura dentro mi chiamai stupido.
  Dopo non so quanti giri intorno al buco ne avevo abbastanza
perch ormai tacavo a stancarmi e mi accorgevo
che Raggio guadagnava strada. Allora, vada come vada,
pensai di finirla una volta per tutte ed affrontarlo. Sapevo
che l'avrei persa perch lui era sano, con i bracci a posto, e
in pi aveva dentro la forza dei pazzi che  tripla di un
uomo normale, mentre io avevo un braccio che non potevo
adoperare ed ero anche senza ronca. Allora pensai che
era rivato il momento di finire di vivere in quel modo,
sempre scappare, sempre stare attento, sempre senza pace.
Se mi copava amen, per non sarei morto stando fermo,
e qui, adesso, una delle due o lui o io.
Intanto che pensavo mi venne in mente la manovra da fare.
  Lo lasciai avvicinare che quasi gli ero a tiro poi mi fermai
di colpo, e mi piegai fino in terra. Lui, con la sua velocit,
non rivo in tempo di accorgersi della mia mossa e
tanto meno a fermarsi, e prima di riuscire a calare il bastone,
mi arriv adosso. Non feci altro che alzarmi di colpo
col braccio buono poggiato sul ginocchio per fare pi leva,
e mi trovai Raggio di traverso sulla schiena. Bast una
spinta verso la foiba e l'amico, dopo aver spaccato il debole
steccato di rami e frasche, spar nel buco lui e il suo
stramaledetto bastone.
Non fece un grido e nianche una parola, niente di niente.
  A me mi venne una gran paura e confusione in testa. Ricordo
solo di aver visto per ultimo le sue scarpe chiodate
che mi guardava mentre andava gi, e sembrava che rideva,
quelle scarpe, come due bocche coi denti di ferro.
  Poi mi ricordo i colpi che faceva il corpo di Raggio andando
gi a sbattere sulla croda. Era come quando cade
una pecora in montagna e fa quei colpi brutti perch si
sbrega (si rompe).
  Finito di sentire i colpi mi sentai sul bordo della foiba con
la testa fra le mani. Adesso era propio finita, Raggio non
esisteva pi in questo mondo. Non era riuscito a coparmi
col suo bastone come diceva, ma non per questo ero contento
perch la causa di tutto ero stato io. Io e basta.
  E adesso l'avevo anche copato del tutto perch met l'avevo
gi copato con la belladonna.
Dopo non so quanto tempo mi alzai per tornare a casera.
  Ero agitato, e pieno di paura, e confuso perch copare un
uomo non  come copare una rana, o un camoscio,  roba
che lascia segno, e se l'uomo che hai copato  tuo amico
ancora peggio.
  Intanto che mi avviavo vidi per terra la corona da re che
il povero Raggio aveva perso mentre mi correva dietro. La
presi e la buttai nella foiba, dietro al suo padrone, che non
restasse tracce sulla terra di quel che era successo. Mentre
la prendevo su mi sembrava che scottasse ed allora la buttai
subito, senza guardarla.
  Quella notte non chiusi occhio e, su nella baita Cornetto,
vedevo fantasmi e morti che mi faceva brutti segni. Feci
fuoco di continuo per avere compagnia perch mi pareva
che fuori camminasse i passi di Raggio con le sue scarpe
ferrate ed il suo bastone che veniva a cercarmi.
  Restai lass 'na settimana prima di tornare in paese e
non auguro a nissuno di passare 'na settimana come quella.
Il rimorso e la paura non mi faceva dormire. Pensavo
di continuo al destino di me e di mio fratello che tutti e
due aveva copato un uomo, e a nostro padre che era stato
copato anche lui. E poi a lei che aveva copato mio figlio e
messo nel formagio, e a Maddalena Mora, che si era impiccata
al trave della stalla dopo pentita che la vecchia gli
aveva tirato fuori il bambino col ferro da maglia dalla
pancia, che forse era mio anche quello.
  Quanti morti! E tutti morti in brutto modo. La maledetta
strega Melissa stava facendo bene il suo lavoro.
  Pensai che non potevo pi vivere in quei posti. Troppe robe
brutte mi correva dietro giorno e notte come cani a
mangiarmi un po' alla volta in bocconi piccoli per farmi
durare a lungo sotto i denti. E per di pi quei passi fuori
della baita che mi pareva di sentire di notte o che sentivo,
non so bene, ma so che era quelli di Raggio con le scarpe a
ferri.

  Dopo un mese la gente del paese chiedeva dove fusse finito
Raggio che non si vedeva pi da nissuna parte. Le
sue capre vagava per il monte Lodina senza pi guida,
senza pi padrone, salvatiche e cattive. A novembre le
tir gi uno di Cimolais, Redento Bressin Zigl, prima
che venga la neve a coparle tutte. Siccome Raggio non
saltava fuori Redento disse che intanto le capre le teneva
lui e, se fusse comparso il padrone, di avvisarlo che le
avrebbe ritornate. Ma io sapevo che non le avrebbe
ritornate.
  Si tac a dire in giro che Raggio era scappato in Francia
o in Austria, ma i pi pensava fusse caduto in qualche buco
alle Buse di Lodina, che si chiamano Fosse propio perch
quella zona  piena di buche e spaccature profonde da
non vedere la fine. Sono li come bocche aperte che chiama
il morto e possono mangiarti un uomo senza nianche che
se ne accorga come la vacca mangia un fiore.
  Credo che di me nissuno abbia sospettato anche perch,
in quel periodo, io e Raggio si pascolava montagne differenti,
assai lontane una da l'altra.
Nissuno immaginava che quel maledetto giorno Raggio
era salito sulla Roppa prima di me per farmi l'agguato.
E si era fermato vicino la foiba, secondo quel che
penso, propio per farmi sparire l dentro dopo avermi
copato col bastone perch, se mi trovavano morto, si
avrebbe subito pensato a lui che da tempo minacciava di
farmi fuori. Invece era finito lui dentro quel buco
dell'inferno, lui e il suo maledetto bastone, ma di questo mi
dispiaceva e da quel giorno il rimorso e la paura non mi
molla pi.
  Verso la fine di novembre portai a casa le mie bestie deciso
a scappare dal paese ma poi pensai che se fussi andato
via cos presto qualcuno, non vedendo pi Raggio, mi
avrebbe sospettato di qualcosa, allora decisi di passare a
casa l'inverno. Fieno per le bestie ne avevo, da mangiare
per me anche, vino andavo da Pilin, non mi occorreva altro.
Che mi mancava era la pace, ma quella sapevo di non
trovarla mai pi.
  Di notte non dormivo, avevo sempre davanti ai occhi le
scarpe chiodate di Raggio, quelle bocche che mi guardava
e rideva con i denti di ferro mentre andava gi.
  Per questo tacai a bere. Per la paura di quel che avevo fatto
bevevo vino e acquavite da Pilin, e quando non ne potevo
pi, bevevo a casa da solo per non veder le scarpe
ferrate.
  Paol dal Fun Filippin si accorse del mio cambiamento e
si accorse anche che bevevo pi del solito.
  Allora 'na sera venne a trovarmi a casa, e senza girarci
intorno, mi domand diretto cosa era sucesso a Raggio. Io
gli risposi che di Raggio non sapevo niente, e che era dal
30 settembre che non lo vedevo in giro, cio da quel giorno
che mi aveva tacato baruffa da Pilin, quando ero venuto
gi a prendere petrolio.
  Paol dal Fun mi guard nei occhi e poi disse che secondo
lui non la contavo giusta ma che a lui non gli interessava
cosa avevo o non avevo combinato. Disse che mi
avrebbe voluto bene fin che viveva perch gli avevo dato
la latteria per niente quando era alla disperata, con tre figli
piccoli e orfani della madre. Poi mi salut e disse che
se avevo bisogno di lui di chiamarlo a qualsiasi tempo e
qualsiasi ora, e fidarmi sempre di lui che non mi avrebbe
mai tradito.
  Io gli risposi che non avevo bisogno di niente e che non
era niente da tradire e lo salutai.

  Quell'inverno pass con fatica, come avere una montagna
sulla schiena. Bevevo e non facevo altro. Dopo aver governato
le bestie andavo in osteria fino a notte. E dopo a
dormire un poco perch quando ero pieno di vino od acquavite
riuscivo a dormire qualche ora senza veder le
scarpe ferrate.
  Ma cos non si poteva andare avanti, e allora decisi di
fare una roba che da tempo mi girava in testa.
  Alla fine di febbraio andai da Genio Damin Sgima e
gli dissi che se mi dava una parte dei suoi lavori in legno
gli avrei dato in cambio tutte le mie capre e pecore.
Gli spiegai che ero stufo di pascolare bestie, e volevo andare
dalle parti del basso Friuli con un carretto pieno di
robe di legno per venderle e guadagnarmi solo un pasto
al giorno e un litro di vino come Gioanin de Scndol e
non tornare mai pi in questo maledetto paese di
miseria.
  Genio Damin mi rispose che non sapeva che farsene di
capre e pecore perch lui non andava a pascolo che lavorava
il legno, ma accettava lo stesso perch sapeva gi a
chi vendere poi le mie bestie e guadagnarci sopra. Per,
siccome Genio era un uomo onesto, mi disse anche il nome
di chi le avrebbe comprate. Era Pino Gallo Corona della
frazione Savda.
  Io sapevo che quello comprava e vendeva animali, ma
non avevo voglia di andare a trattare n discutere prezzi
con lui. Pregai allora Sgima che mi dasse la roba di legno
e che si rangiasse lui a vendere le mie bestie a Pino Gallo.
Guadagnasse quel che voleva non mi interessava niente,
solo che occorreva far presto.
  Cos, ai primi di marzo, caricai il carretto che avevo sul
fienile pieno fin sopra le sponde coi lavori in legno di Genio
Sgima, chiusi la porta di casa, lasciai a Genio la chiave
della stalla dove era le mie bestie che doveva vendere e
partii verso la Val Cellina.
  Sul carretto era di tutto. Scodelle, cucchiai, forchette,
mescoli, piatti, gerle, pale da forno, spine da botte, e 'na
cinquantina tra Santantoni e Madonne. Le Madonne, come
sempre, aveva pi faccia da Santantoni che da Madonne
perch Sgima era specializzato a fare solo Santantoni.
Aveva tacato a far Madonne solo dopo che le faceva Raggio,
ma quelle di Raggio era belle con facce da donna come
nissuna tanto che pareva vive e che ridesse, invece
quelle di Genio pareva uomini.
  Prima di partire andai in cimitero a salutare mio padre e
mia mamma e tutti i miei morti e anche i morti delle altre
famiglie e poi mi misi tra le stanghe e partii.
  In tre giorni mi ero gi slontanato abbastanza da Erto,
ma il pensiero di Raggio e le scarpe ferrate era sempre
nella testa che mi tormentava come fusse dentro api.
Pensavo a quel che gli avevo fatto e a quel che lui sempre
diceva riguardo la maledizione della vecchia Melissa.
Ma ormai non avevo pi paura di niente e di nissuno,
perch ero rimasto solo, e di vivere o di morire o di tribolare
non mi interessava pi, perch tutto quel che mi veniva
di male, lo meritavo.
  Di sera mi fermavo a dormire nelle stalle dei contadini
che mi dava anche da mangiare e spesso mi comprava
qualche scodella o qualche mescolo.
  Stava rivando la primavera nella campagna friulana, e
intorno a met marzo laggi era gi abbastanza caldo. Se
pensavo che su da noi, in quel periodo  ancora neve e
freddo, non mi dispiaceva per niente esser andato via.
Per, prima di addormentarmi qualche ora, per ultimo
vedevo sempre il mio paese, e la nostra casa, e la mia gente.
Allora mi rivava la malinconia e il dolore, e per un po'
pensavo che, una volta venduto tutte le robe di legno potevo
sempre tornare a Erto da Genio Sgima e, con la scusa
di riempire il carretto di sue robe, vedere ancora il mio
paese. E poi, senza troppo pensare, partire di nuovo perch
lass non potevo pi stare.
Cos andava la vita e io tiravo avanti senza pi speranze.
  Intorno ai primi di aprile, dopo aver visto i paesi di Casarsa,
San Vito al Tagliamento, Bagnarola, Morsano, San
Giorgio al Tagliamento, Varmo e Sesto al Reghena, capitai
in una gran casa di contadini appena fuori di un paese
di nome San Michele al Tagliamento. Avevo venduto poco
e niente ma non perch la gente non comprava, era che
quelli mi dava da mangiare e da dormire dappertutto e
tutto senza voler soldi, allora non avevo bisogno di
vendere.
  Se vendevo qualcosa era solo per comprarmi il vino che
mi serviva a non pensare perch di soldi non m'interessava
propio niente.
  In quella casa mi trovai subito bene. Dormivo nella stalla
e mangiavo con loro sulla tavola grande, dove mangiava
tutti assieme. Padroni era la moglie e il marito che avr
avuto la mia et e aveva due figli di dieci e undici anni. E
poi era l anche i fratelli del marito con le loro famiglie, e
tre vecchi due uomini e una donna. Stava tutti in quella
grande casa, e nella stalla una trentina di vacche pi maiali,
galline, due cavalli e oche ed altri animali.
  I padroni mi disse che se volevo fermarmi potevo restare
fin che volevo e che quando avevo finito i miei giri per
il Friuli potevo tornare a dormire da loro. Insomma mi
disse che potevo fare la base l, col mio carretto e le mie
robe, nella casa, che per loro non sarei stato un peso. Era
propio buona gente quella.
  Sulle prime dissi no, che mi sarei fermato poco, ma dopo
sucesse un fatto che mi procur la stima del padrone che
mi sforz a fermarmi.
  Una vacca che aveva appena partorito, era in terra
per morire e non si tirava in piedi. Il vetrinario era via e
nissuno sapeva come fare per salvare la vacca. Allora io
gli dissi di far bollire due litri di vino con molto zucchero
e darglielo gi di forza e pi caldo che poteva essere.
E cos fecero, e alla sera la vacca era in piedi guarita e a
posto.
  Su da noi in montagna si fa sempre cos quando le vacche
sta male da parto. Gli d vino bollente col zucchero e
anche col miele se ce n' e la bestia torna in forze.
  Da quella volta potevo chiedere quello che volevo e
quella gente mi avrebbe contentato di tutto.

  Ogni tanto prendevo il mio carretto, mi mettevo tra le
stanghe e giravo i paesi del Friuli. Era pi che altro per
curiosit di vedere robe nuove e posti che non avevo nianche
mai sentito nominare pi che per vendere le mie robe,
ma pi di tutto per star via co' la testa. Dove arrivavo la
gente mi trattava sempre bene e non era raro il caso che in
quanhe famiglia mi domandasse se conoscevo la tal donna
di Erto o la tal altra che era passate con la gerla in spalla
a vendere cucchiai e mescoli di legno.
  E anche loro, quelle donne ertane, era state tirate dentro
a dormire da quelle famiglie generose e piene di
cuore.
  Quasi ogni settimana tornavo a mettere il carretto nel
cortile della grande casa dei miei amici contadini a San
Michele al Tagliamento. Se poi era da fare qualcosa, e
qualcosa era sempre da fare, gli davo una mano a mungere,
o governare le bestie, o portare fuori il letame dalla
stalla. Capirono subito che ero pratico di bestie. Allora gli
dissi anche che al mio paese facevo il casaro.
  Una sera di fil (raduno) nella stalla, si parl di come
noi in montagna si fa il formagio e di come lo faceva loro.
Imparai delle robe che non sapevo ma anche loro impar
da me robe che non sapevano.
  Io, al punto che ero, non mi interessava niente di sapere
robe che non sapevo, era solo per curiosit che ascoltavo,
e perch intanto che ascoltavo non pensavo alle scarpe
ferrate.
  Ogni sera prima di mettermi sulla paglia a dormire, la
moglie del padrone mi portava sempre 'na caraffa di vino
e io me la bevevo in un colpo, e dopo riuscivo a dormire
qualche ora.
  Era 'na bella donna la moglie del padrone, no' tanto alta,
scura di capelli, con bei occhi, due anni pi giovane di
lui che ne aveva quaranta. Almeno cos mi disse. Io ne
compivo quarantauno quando veniva il 13 settembre.
  Una sera, dopo che mi aveva portato il litro di vino, si
ferm un po' con me a parlare e mi domand se avevo
qualcosa perch mi vedeva sempre in silenzio. Gli risposi
che era robe di famiglia, ma comunque robe vecchie, senza
importanza.
  Invece non era vecchie e avevano importanza perch i
rimorsi nasceva sempre nuovi e vivi, ogni volta che mi
svegliavo, quelli non diventava mai vecchi perch nasceva
ogni giorno quando mi svegliavo.
  Intorno a met maggio i fratelli del padrone tagli dei morari
lungo il bordo di un canale e li port nel cortile della
grande casa. Io gli dissi che maggio non era mese per tagliare
alberi perch aveva dentro troppa vita, che  quell'acqua
che gli corre dentro, ma il padrone mi rispose che
era costretti a tirarli via per aprire la terra a fare campo.
  Siccome in quel periodo non giravo tanto per la bassa
friulana, tacai a segare e spaccare i morari per far legna da
fuoco, e li catastai tutti vicino alla parete della casa che
stava in fronte al sole. Lavorai 'na settimana intiera da
mattina a notte perch, intanto che segavo e spaccavo,
non pensavo a quel che avevo fatto.
  Mangiavo con loro a mezzogiorno e anche la sera, ma
sulla tavola stavo poco perch preferivo la stalla in mezzo
le bestie, solo coi miei pensieri.
  Intanto che si mangiava, mi accorsi che la moglie del padrone
ogni tanto guardava dalla mia parte, allora io piegavo
il muso verso il piatto per non farmi guardare perch
mi guardava in un certo modo che avevo gi capito.
  Un giorno presi su il carretto salutai i miei amici contadini,
e puntai su Udine con l'idea di andare a trovare mio fratello
Bastianin nella prigione. Vagai in qua e in l, di paese
in paese, per otto giorni, senza trovare il coraggio di rivare
a Udine a vedere di mio fratello. Non che mi mancasse la
voglia di abbracciarlo, anzi. Volevo bene io a mio fratello,
era tutto quel che mi restava della nostra famiglia distrutta
dalle disgrazie. Ma se lo incontravo ero sicuro che gli avrei
detto tutta la verit di quel che era successo perch non potevo
tenermela dentro con mio fratello. E allora sarebbe stato
peggio perch lui avrebbe tribolato anche per me e quindi
il doppio. Cos decisi di non andare a trovarlo.
  Ero rivato alle porte di Udine quando di colpo voltai il
carretto e mi avviai per tornare dai miei amici contadini.
Avevo preso un po' di soldi vendendo tre Madonne di
Genio Sgima e diversi mescoli, e alla sera mi ubriacavo
sempre in qualche osteria. Quando ero storno (sbronzo) a
volte l'oste mi trovava un posto da dormire, ma qualche
oste mi buttava fuori, allora dormivo sul mio carretto, che
era lungo abbastanza da tenermi dentro. Se pioveva lo
mettevo sotto un portico, e per coprirmi avevo coperte
buone ed un telo.
  Finalmente ritornai a San Michele nella grande casa dove
tutti mi voleva bene.
Alla sera mangiai un boccone e mi ritirai nella stalla.
  Verso notte rivo lei, la moglie del padrone, ma invece
del vino aveva in mano una pignatta di caff. Mi disse che
non mi avrebbe pi portato vino perch secondo lei bevevo
troppo e mi faceva male. Io gli risposi che caff bevevo
solo la mattina e basta e in quanto a farmi male quello che
mi facevo era poco. Lei mi chiese perch e io risposi che
sapevo io perch ma poi non andai avanti.
  Si sento vicino a me, sulla paglia, e mi accorsi che si
sento troppo vicina. Poi mi disse che aveva parlato con
suo marito e i altri della famiglia, e tutti era d'accordo che
se volevo potevo fermarmi a lavorare con loro, lavoro non
mancava e tutti aveva capito che io mi intendevo di bestiame
e di casaro. E anche di alberi e legno mi intendevo.
E intanto che diceva cos mi venne vicino, e mentre mi faceva
'na carezza sul viso, mi disse perch non ti fermi qui
con me. Restai come un sasso, morto di maraviglia perch
non mi aspettavo 'na roba cos, e anche se mi ero accorto
che mi guardava a mangiare, pensavo che mai sarebbe venuta
a cercarmi cos diretta. Allora mi venne in mente il
motivo che ogni sera mi portava 'na caraffa di vino e stava
un po' a parlare con me.
  Gli dissi che era meglio se andava via, che non rivasse
suo marito, ma lei rispose che suo marito non rivava perch
non era in casa, e quella notte dormiva a Latisana da
sua mamma. Cos dicendo tac a carezzarmi dappertutto
non solo sul viso.
  Era tanti mesi che non facevo pi quelle robe e mi lasciai
prendere dalla voglia. A l'inizio non volevo propio saperne,
perch mi torn in mente Raggio e di come lo avevo tradito
con sua moglie, e cosa gli avevo fatto per causa di lei. E
adesso stavo per tradire anche il padrone contadino che mi
dava la sua casa, e la sua amicizia, e mi voleva bene.
  Gli dissi vai via che non voglio toccarti, ma lei ormai
era sopra di me, e non  facile tirarsi via quando una  sopra
di te cos vicino, e che da tanto tempo non fai quelle
robe. E poi mi piaceva quella donna, ma non solo mi piaceva,
a differenza di quelle che avevo avuto fin allora,
sentivo che con lei mi tornava dentro come una pace, insomma
come che gli volevo bene.
  E allora fin che si fece quelle robe tutta la notte. And
via che era quasi il chiaro del giorno e intanto che andava
mi disse di restare nella casa che lavoro ce n'era, e lei sarebbe
stata sempre con me quando poteva.
  Io ero pentito e confusionato e mi facevo rabbia. Sulle
prime pensai di andarmene subito perch mi ero accorto
che la storia tornava ad essere uguale, come quella che era
gi stata ad Erto. Dentro di me non volevo pi avviare intrighi
e tradimenti propio verso le persone che mi voleva
bene come il padrone ed i suoi di famiglia. Ma lei, co' la sua
figura buona e bella, e quella pace che mi dava averla vicino,
mi teneva fermo l, come le radici tiene fermo l'albero
anche se soffia il vento e gli muove la cima. Non avevo
mai visto una donna che mi faceva tanto bene, era una
donna che non credevo nianche esistesse una cos, e avrei
voluto stare sempre con lei.
  Il giorno dopo di quella notte, presi il carretto e andai a fare
un giro per i paesi vicini perch non avevo coraggio di
incontrar suo marito subito dopo il fatto e guardarlo nei
occhi. Visitai Gorgo, San Giorgio, Precenicco, Pocenia,
Fraforeano e altri paesini.
  Tornai due giorni pi avanti, verso sera, e per farmi
forza avevo bevuto un bel po' di vino. Cos non andai
nianche a salutarli nella grande cucina dove mangiava,
filai dritto alla stalla e mi buttai sulla paglia. Ma lei aveva
visto il carretto e a una certa ora rivo a trovarmi. Si
sento vicino a me e tac a parlarmi della sua vita, e dei
figli, e del marito, e di tutti quelli della famiglia. Mi diceva
che non era contenta di stare l e di come andava le
cose e se non fusse stato per i bambini sarebbe gi andata
via per conto suo e per sempre. Disse che gli sarebbe
piaciuto venire con me al mio paese, ma appena pronunci
quelle parole, gli risposi che sarebbe stato bello, solo
che io non avevo pi nissuna voglia di tornare al mio
paese. Lei mi domand perch, e io risposi che non sapevo
di preciso perch, ma di tornare al mio paese non volevo
nianche sentir parlare. Invece il perch lo sapevo
bene. Troppe robe brutte mi veniva in mente a sentir dire
il nome di Erto.
  Intanto che mi parlava s'accorse che avevo bevuto, allora,
come un po' triste ed avvilita, mi salut e and via.
  I giorni dopo, facendo finta di niente, tacai a dar 'na mano
nella campagna a lavorare la terra e questo era un segnale
positivo. Era per stare vicino a lei, perch mi ero accorto
che solo a vederla stavo un po' meglio dai miei pensieri e
dal tormento di aver rovinato e copato Raggio.
  Giorno e notte mi veniva in mente le mie disgrazie, e
quelle di tutta la mia famiglia e la mia vita rovinata. E
adesso che volevo farla finita, girare alla disperata come
un vagabondo tutto il Friuli per perdermi via, trovavo ancora
una volta qualcuno che mi fermava e mi dava
speranza.
  Ma io non potevo pi accettare quella speranza, dopo
quel che avevo fatto non potevo sperare niente.
  Allora decisi di rubare come un ladro qualche ora alla vita
fin che non avrei trovato la forza di andarmene da quella
famiglia, e da quella donna, e da questo mondo di merda
come diceva la zia che beveva.
  Ma non la trovavo quella forza, e pi stavo con lei meno
la trovavo.
  Quando non c'era suo marito, lei veniva a cercarmi nella
stalla e si stava abbracciati fino all'alba del giorno dopo.
In quelle poche ore non pensavo a niente, ma ogni tanto
mi tornava in testa Raggio, e allora sentivo come un freddo
che mi prendeva la vita, dai piedi fin nella testa, e in
quei momenti non mi piaceva pi nianche lei.
  Spesso mi veniva l'idea di coparmi subito e farla finita,
e se non era perch avevo trovato quella donna che mi teneva
legato alla vita come si tiene un capretto per la corda,
forse l'avrei gi fatto.

  Intanto, un giorno davanti l'altro, con fatica rivo i primi di
giugno e noi due si continuava a vederci nella stalla. Non
mi dimenticher mai di quanto stavo bene con lei e quanto
si andava d'accordo. Abituato con l'altra, che era sempre
arrabbiata e stramba, e che parlava poco o niente, con
questa mi pareva di essere in paradiso. Non si arrabbiava
mai, questa, e mi parlava con cuore buono e anche quando
ero bevuto mi trattava con riguardo. In questo modo
tacai a volergli bene non solo a lei ma anche ai suoi bambini
che quando mi vedeva rideva sempre e voleva che gli
contassi le storie della montagna. Allora a quei bambini io
gli contavo le storie del mio paese e delle montagne, e della
neve che veniva e del freddo dell'inverno, e dei animali
del bosco che andavo a cacciare.
  Quanto mi sarebbe piaciuto avere 'na famiglia cos, con
lei e quei due bambini vicino! Ma ormai per me il destino
aveva deciso diverso.
  Cos, pensavo giorno e notte se andare via o fermarmi
in quella famiglia dove per qualche ora trovavo un po'
di pace e mi pareva di essere ancora un uomo vivo e
normale.
  Ai primi di giugno suo marito disse che andava via 'na
settimana. Doveva andare a Tarvisio a prendere due vacche
che rivava da l'Austria. Era vacche speciali che faceva
quasi venti litri di latte due volte al giorno. Non  che il
padrone fusse senza vacche da latte, ma aveva la mania di
averne qualcuna di speciale, di quelle che faceva pi latte
di tutte per far invidia ai altri contadini. Mi domand se
volevo montare anch'io sul treno che andava ad Udine e
poi a Tarvisio per fargli compagnia e aiutarlo a portare a
casa le vacche. Ero quasi tentato di andare perch mi sarebbe
piaciuto fare un viaggio fino a Tarvisio. Di quel posto
mi parlava sempre Santo della Val, che andava in Austria
a fare il boscaiolo e mi raccontava storie di cioche
(sbronze) a Tarvisio perch a Tarvisio si fermava sempre
'na settimana ad ubriacarsi coi amici prima di passare il
confine.
  Quando il padrone mi domand se andavo a Tarvisio,
era una sera mentre che si mangiava tutti intorno sulla
grande tavola. Stavo per dirgli di s quando mi accorsi che
lei guardava dalla mia parte e coi occhi mi diceva di dire
di no. Si capiva che mi diceva di non andare. Allora al padrone
gli dissi di no, che preferivo stare l a lavorare o anche
fare un giro col mio carretto a vendermi qualcosa di
legno e vedere qualche paese nuovo. Allora lui si mise
d'accordo con uno dei suoi fratelli per farsi aiutare a portare
gi le vacche da Tarvisio sul treno.
  Passai cos sei giorni i pi belli della mia vita, anche se era
rovinati dal pensiero continuo di quel che avevo fatto al
povero Raggio e di quel che dovevo fare a me.
La prima notte dopo che fu partito suo marito, lei mi
sgrid in maniera buona perch volevo andare a Tarvisio
con lui. Disse che, se non mi avesse guardato storto sulla
tavola, io magari sarei montato in treno propio adesso
che si poteva stare qualche giorno insieme io e lei da soli.
Io non gli dissi che volevo andare con suo marito non
per vedere Tarvisio ma soprattutto per evitare di fermarmi
con lei, perch capivo che si andava ripetendo tutto
come quando ero a Erto. Stavo ancora di nuovo a tradire,
a tirare la scure alle spalle di chi mi voleva bene e mi
aiutava.
  Ma di fronte a certe forze, a quella cosa bella che tira
due persone vicino come la calamita si tira adosso il chiodo,
non  niente da fare, anche se non vuoi si cede.
Fu cos che mi fermai con lei notte dopo notte per sei notti.
Di giorno si lavorava nei campi e nella stalla, di notte si
stava abbracciati insieme.
  Io, pi che altro, davo una mano a fare il formagio ma
ogni volta che tiravo su la cagliata mi tornava in mente
lei, e quella maledetta forma granda, dove dentro aveva
messo il nostro bambino. Allora non mi veniva nianche
pi voglia di cavare il formagio e nianche vedere i attrezzi
che mi ricordava il formagio.
  Di notte, a una certa ora, lei capitava nella stalla e camminava
cos in silenzio e leggera che non si sentiva nianche
arrivare. Si faceva quelle cose pian piano in maniera pacifica
e tranquilla, e lei si comportava semplice e buona,
mai con rabbia o nervosa come la moglie di Raggio.
  Una notte rivo in stalla intorno alle due, fuori era giugno
e cantava la civetta sul coperto della casa. Mi disse
che voleva portarmi in camera, dentro il letto che spartiva
con suo marito. Ma io gli risposi no secco, che volevo stare
l sulla paglia. Mi pareva troppo vergognoso e anche vigliacco
entrare nel letto, al posto che era di suo marito. Lei
rispose che, a quel punto, il posto di suo marito l'avevo
gi preso e che il fatto del letto era un rispetto da niente.
Allora gli risposi che forse aveva ragione lei, che forse era
un rispetto da niente, ma io avevo un'idea mia personale
del rispetto, e che se andavo con la moglie di un amico
questo non voleva per forza dire che dovessi entrare anche
nella casa di lui, adoperare le sue robe, la sua panca, la
sua sedia e il suo letto. Di questo non me la sentivo propio
di approfittare.
  Lei insist e mi spieg che a quel punto era uguale se
adoperare o non adoperare il suo letto quando adoperavo
sua moglie, ma io dissi di no, che la moglie era la moglie
ma il letto era il letto, e non volevo vedermi entrare dove
dormiva lui. Allora si rassegn e si continu a fare le nostre
robe nella stalla ogni notte, fin che non torn suo marito
da Tarvisio con le due vacche nuove.
  Era veramente bestie da non credere, e quando si mungeva
non si finiva pi di tirar gi latte da quelle mamelle.
Ne dava cos tanto che il padrone pens di portare un poco
alla latteria del paese perch era troppo per quel che gli
serviva a loro.
  Dopo qualche giorno quelli della latteria gli disse che il
formagio veniva male e cattivo con brutto odore e un colore
quasi verde come l'erba nuova. E allora pensarono
che la causa sia il latte delle sue nuove vacche austriache.
Era convinti che fusse vacche malate e gli proibirono di
portare ancora quel latte in lattera. Allora lui non lo port
pi ma dopo un po', i stessi casari lo inform che il formagio
continuava a venire male e verde e con brutto odore e
gli chiesero scusa. Lui mi chiam e mi spieg la questione.
Io gli dissi che l'unico motivo che il formagio veniva male
era che di sicuro qualcuno portava in latteria latte misciato
con l'acqua. Bastava trovare chi era e tutto tornava a
posto.
  Il padrone mi domand come si poteva fare a scoprire
quel farabuto. Gli dissi che mi compagnasse in latteria il
mattino dopo, quando la gente arriva coi bidoni pieni di
latte.
  Mi port in latteria il giorno dopo, e ognuno che entrava
con il latte lo fermavo, me ne facevo dare una scodella
e lo mettevo a bollire in una piccola pignatta. Quando bolliva
lo tiravo via dal fuoco e lo buttavo nella caldiera.
Dopo 'na quindicina di prove rivo due tipi piccoli e grossi,
sui cinquanta, che venni a sapere era fratelli, e portavano
un bidone a testa. Provai a far bollire il latte che avevano
portato ma non bolliva e nianche saltava fuori dalla pentola
come fa il latte quando bolle e viene su.
  Era loro due la causa della rovina del formagio. Scremavano
il latte ed aggiungevano acqua per farne di pi. I
due prov a difendersi e trovare scuse ma furono mandati
via con le brutte. Prima di andarsene uno mi guard cattivo
e brontol che me l'avrebbero fatta pagare. Ma il padrone
disse di non preoccuparmi, che li avrebbe messi a
posto lui se si fusse voltati contro di me.
  Dopo la storia del latte, il padrone contadino e quelli della
latteria aveva preso a stimarmi perch me ne intendevo di
casaro, e mi dissero che se volevo potevo lavorare in latteria.
Ma io risposi no. Solo a sentire il nome di latteria mi
veniva brividi di freddo perch ricordavo la latteria di Erto,
dove avevo lavorato con Raggio, e con lei, che aveva
cagliato il mio bambino nel formagio. No, niente pi latterie,
se era da dare una mano qualche volta per riconoscenza
la davo, ma niente pi latterie nella mia vita, ne avevo
avuto abbastanza di latte, latterie e formagio.

  Ormai era passati pi di tre mesi che stavo in quella casa,
e io e lei si andava d'accordo bene, ma non potevo godermi
quella pace perch dentro di me avevo quel segreto
che mi morsicava come il cane morsica l'osso. Mai pi potevo
essere tranquillo e contento in vita mia.
  Allora pensai di andarmene insieme al mio carretto carico
di robe di legno, e la mia testa piena di tormenti come
il carretto era pieno di robe di legno. Ma non era tormenti
leggeri come i legni di Damin Sgima, i miei era tormenti
pesanti come piombo.
  Avevo deciso di arrivare fino a Trieste e magari stabilirmi
l, o meglio ancora, montare su qualche nave e sparire
per sempre dalle vie del mondo di terra. Forse cos, andando
lontano e sempre pi lontano sull'acqua, potevo
dimenticare un poco quel cane che mi correva dietro sulla
terra e mi mordeva la vita di continuo, giorno e notte.
  Ecco allora che, a l'improvviso, decisi di lasciare quella
famiglia che mi aveva dato da dormire e da mangiare, e pi
ancora, dove avevo trovato una donna che mi faceva stare
bene se non fusse che era legata alla vita di un altro, e che io
non potevo pi permettermi 'na vita di pace. Perch anch'io
ero legato e non al bene di una donna ma alla corda
della disperazione e del rimorso e della paura, e da quella
ormai non mi potevo pi separare fin che non fussi morto.
  Senza farmi accorgere tacai a parecchiare le mie robe, quel
po' da vestire che avevo, le calze pulite che mi lavava lei,
due tre camicie, le coperte ed il telo da coprirmi quando
dormivo dentro il carretto.
  Intanto che pensavo se partire di notte o di giorno, se
salutarli o no, lei venne nella stalla e abbracciandomi e
parlando con la voce bassa come mia mamma quando
pregava, mi chiese che intenzioni avevo perch non vedeva
pi la mia roba sul filo del cortile. Gli risposi che avevo
idea di andare a fare un giro lungo, forse fino a Trieste, e
siccome faceva caldo portavo dietro la roba che mi serviva
per cambiarmi. Ma lei non mi cred e mi chiese ancora
che intenzioni avevo. Gli risposi che non avevo nissuna
intenzione perch io decidevo sul momento quel che dovevo
o non dovevo fare, e che non mi domandasse niente
che io facevo quel che mi pareva.
  Feci apposta ad esser cattivo ma lei non si avvil e subito
mi rispose che doveva dirmi 'na roba molto importante,
ma che avrebbe aspettato la notte a dirmela perch suo
marito andava a trovar la madre a Latisana. L'idea di passare
ancora qualche ora con lei mi fece frenare la partenza
e decisi di restare nella stalla ma col carretto puntato con
le stanghe in avanti, pronto a partire.
  Ancora non sapevo, e nianche immaginavo, che dopo
quella notte e dopo quel che mi disse non sarei pr partito.
Con quel che mi disse mi inchiod come Cristo sulla
croce e non potevo pi andar via da l perch non muovevo
pi braccia e gambe.
  Alla sera il padrone s'avvi per Latisana ma prima, come
quando and a Tarvisio a prendere le vacche, mi domand
se andavo con lui che mi faceva conoscere sua
mamma. Risposi di no, per 'sta volta no, gli dissi, ma che
di sicuro sarei andato la prossima perch avevo caro conoscere
sua mamma.

  Era i primi di luglio quella notte che lei venne alla stalla
con la novit. Fuori, sul coperto della casa cantava la civetta.
La civetta porta male. Si dice al mio paese che la civetta
quando canta porta morte ma quella notte la civetta
di San Michele port la vita.
  Lei rivo intorno alle due, silenziosa e leggera come l'aria
che girava intorno al cortile.
  Si sento vicino a me, sulla paglia, e io mai avrei pensato
che mi dicesse quello che mi disse. Carezzandomi la faccia
si avvicin in un orecchio e mi disse che era gravida.
Saltai su come il latte sul fuoco. Gravida con me, di questo
era certa disse, ma che non prendessi paura, non avevo
niente da aver paura perch nissuno avrebbe saputo quel
segreto, e tutti avrebbe pensato che il figlio era di suo marito.
Quante volte succedeva, disse, che una donna partorisse
un figlio dopo anni che aveva avuto il primo od il secondo?
Tante, disse, e questa non sarebbe stata n la
prima n l'ultima. Allora io mi pensai di Raggio che era
nato dopo dieci anni che i suoi era sposati e faceva quelle
robe. Poi tomai alle sue parole. Il pensiero che finalmente
potevo avere un figlio mio dopo che due mi era stati copati
dalle loro mamme mi rend forte come 'na montagna e,
a l'istesso tempo, debole come un vitellino appena nato e
tacai a piangere co' la testa tra i ginocchi.
  Lei venne pi vicina e mi carezzava la testa intanto che
piangevo. Allora gli dissi che ero contento di quella novit
e se aveva bisogno di qualcosa io ero presente, e l'avrei
aiutata come potevo. Rispose che non aveva bisogno di
niente, che da mangiare e da dormire in quella casa ce n'era
per venti bambini, e che l'unica cosa che aveva bisogno
era di me.
  Disse che si contentava di vedermi anche solo ogni tanto,
e sapere che ero presente gli bastava. Mi disse che secondo
i suoi calcoli, il bambino o la bambina o quel che
era, sarebbe venuto al mondo intorno a met gennaio, e io
pensai che veniva al mondo nel mese pi freddo, come la
piccola Neve, che piangeva quando mi sentiva vicino, e
anche quando sentiva vicino Raggio.
  Quella novit del bambino fu 'na roba che mi spost come
il colpo improvviso del vento sposta la foglia o la valanga
che si prende l'albero. Un po' mi vergognavo e un poco
ero contento. Mi vergognavo di me stesso, che ancora una
volta tiravo la scure nella schiena di un amico che mi aiutava,
intrigandomi con sua moglie e, per di pi, ingravidarla.
Ma ero anche un po' contento che nascesse quel
bambino perch ci volevamo bene noi due. Io almeno gli
volevo bene a lei, ma ero sicuro che anche lei me ne voleva
a me. Ma, dopo quel che avevo fatto a Raggio, potevo
esser contento solo per qualche minuto, perch sapevo
che nella mia vita non era pi speranza di vita, n posto
per robe belle. Ma, anche se non avessi copato Raggio, l'istesso
non potevo sperare niente perch lei aveva i suoi
bambini, la sua famiglia, e mai pi io avrei rovinato ancora
una volta una famiglia.
  Mi restava per la contentezza di avere un figlio che finalmente
nasceva, e durava, a meno di qualche disgrazia
improvvisa, come succede a volte quando viene al mondo
i vitelli.
  Mi bastava sapere che quel figlio c'era ed ero gi contento,
e se lo vedevo anche solo 'na volta ogni tanto, o una
volta sola era gi un bene. Quel bambino, anche se da
lontano, mi avrebbe aiutato a tirare avanti e non era poco
per me.
  Appena mi disse che era gravida decisi di non andare pi
a Trieste, al massimo fare qualche giro l intorno, nei paesi
vicini a perdermi via, ma sempre tornare alla grande casa,
per seguire senza farmi accorgere come andava le cose,
e come andava lei col suo piccolo dentro la pancia.
  Dopo questa novit tacai a bere ancora di pi, e sovente
il padrone mi metteva a dormire nella stalla quando mi
trovava seduto nel cortile con la testa tra le mani di ritorno
da qualche osteria. Ma di giorno, quando non bevevo,
lavoravo bene, davo una mano al padrone nei campi, a
mungere, governare le bestie, controllare le vigne e passavo
anche in latteria quando mi chiamava per qualche roba
urgente.
  Per ogni tanto, quasi ogni tre quattro giorni, prendevo
il mio carretto, che ormai era quasi vuoto, e andavo a
farmi un giro per i paesi della bassa perch, camminando
tra le stanghe, mi pareva di tener lontano i pensieri.
Intanto che camminavo in mezzo le stanghe provavo a
non pensare, e guardavo quelle pianure grandi fin dove
rivava l'occhio, che non finiva pi, e piene di ogni ben di
Dio. Allora tra di me mi veniva in mente quanto era povero
e salvatico il mio paese, dove tutto era ripido e magro,
compreso vacche, capre e persone. Lass, a Erto, era
tutto magro di fatica e di miseria, ma a me mi piaceva
stare in quella terra dove ero nato, anche se era poco, e
le vacche era scheletri, e dava s e no otto litri di latte a
mungitura.
  E prima ancora, durante la guerra era peggio. Per fortuna
me nissuno mi chiam al fronte cos che potei darmi da
fare con legna e qualche bestia se no era da morir da fame
lass. E nianche Raggio era andato in guerra. Mi ricordo
che chi era stato a combattere in guerra, quando torn in
paese, e tanti non era tornati, ci brontolava perch noi due
l'avevamo scapolata, come se fusse colpa nostra che nissuno
ci aveva chiamati in guerra.
  Il peggio fu dopo il 1918, a riprendersi. Non c'era niente,
non si aveva niente, solo qualche vacca magra che si teneva
in vita per il latte ed un po' di butirro, e la ricotta che,
a furia di scremare il latte, veniva verde come l'erba e dura
come il sasso senza nissuna sostanza dentro. Per fortuna
la grande fame dur poco, la gente si rimise a fare lavori,
e io e Raggio con la latteria si cominci a vivere
abbastanza bene, almeno da mangiare il giusto ce n'era
per tutti.

  Andando e tornando alla grande casa dopo aver girato i
paesi della bassa friulana rivo met luglio. Lei stava bene
ed una sera, intanto che si era tutti a cena, come niente russe
disse che la famiglia sarebbe aumentata di un numero
perch era gravida da pi di due mesi. Io fermai di mangiare
con la testa bassa. Il padrone da prima rest col cucchiaio
per aria poi brontol un poco perch lei non lo aveva
detto subito, e dopo disse che occorreva fare festa a
quel bambino che rivava dopo undici anni da quando era
rivato l'ultimo.
  Cos quella sera si fece tutti quanti festa e gran cioca, e
anche le donne era tutte ubriache. E i fratelli di lui, dopo
due bottiglioni, si mise a cantare a piena voce, e allora tutti
si tac a cantare. A dire la verit io cantai poco perch
appena tacai a cantare mi venne in mente Raggio e allora
mi fermai di colpo da cantare come se mi avesse tagliato
la lingua. Ma per un attimo, il sapere che mi veniva un figlio
mi aveva fatto cantare ed anche diventare allegro perch
il padrone non sospettava niente che il bambino che
nasceva fusse mio. Ma la nascita sarebbe capitata a gennaio
e, da l a gennaio, era ancora lunga la strada.
  Intanto che i altri cantava pensai che sarei andato via e
sarei tornato solo ogni tanto, al massimo due volte l'anno
perch, con la scusa di salutarli e ringraziarli, avrei potuto
dare un'occhiata al mio bambino. Solo questo volevo e
niente altro, vedere quel figlio ogni tanto e basta. Ero sicuro
che questa volta sarebbe nato e il fatto di poterlo vedere
almeno ogni tanto mi aiutava a restare vivo.
  Ma non avevo fatto i conti coi miei peccati, e nianche
co' la maledizione della vecchia Melissa.

  20 luglio 1920. Fuori fa molto caldo ma io sento freddo e
sento la neve, neve dappertutto. Non sono intelligente e
non ho studiato, ho solo la quarta elementare ma due pi
due lo so fare e so quanto fa. Fin qui stentavo a credere
ma, dopo quel che mi  successo l'altro giorno, so che non
ho pi tempo n forza di salvarmi. Ma avanti di morire
voglio dire la mia storia, prima o dopo qualcuno la trover
e sapr quel che  stato. Volevo raccontare tutto al
prete, a don Planco, quello di Erto che aveva trovato il
bambino dentro la forma del formagio, ma quando andai
su a Natale, l'ultimo Natale perch adesso so che  l'ultimo,
mi dissero che don Chino Planco era andato un periodo
nella sua casa di Sappada a trovare i vecchi genitori. Al
suo posto aveva mandato un prete giovane che trovarono
impiccato tre giorni dopo arrivato in paese. Era appeso a
un trave nel portico di una casa chiamata i Buchi di Stolf,
e nissuno sap mai se si impicc lui o se l'abbiano impiccato
altri per qualche motivo, ma si pensa la seconda. E io
credo la seconda perch uno di Soprafuoco mi disse che
quel prete palpava i bambini, e quass quando si tocca i
bambini  pericolo. Cos non potei confessarmi con don
Chino perch in quel momento non era presente, e io volevo
solo lui, e lui tornava il giorno dopo per il funerale di
quello impiccato. Avrei potuto aspettarlo ma poi mi prese
paura e decisi di non dire pi niente a nissuno, nianche a
don Chino. Allora tornai nella bassa friulana perch ormai
avevo deciso di non aprire pi la bocca.
  Oggi sono di nuovo qui, nel mio paese, ancora per
qualche giorno, anzi, i ultimi giorni. Adesso il prete c',
ma non ho pi la forza di dirgli niente perch ho gi deciso,
preferisco scrivere la verit su questo quaderno che mi
ho fatto procurare dal padrone della casa di San Michele
al Tagliamento dove dormo, mangio, bevo, e do una mano
nei lavori di campagna.
  Intanto arriver gennaio e nascer il figlio mio che ancora
una volta non vedr.
  Non vedr perch ho deciso di non vivere pi dopo
quel che ho visto il 19 di questo luglio.
  Il 19 ero partito dalla grande casa di campagna per fare un
giro col mio carretto ormai quasi vuoto. Dopo che mi aveva
detto che era gravida con me, visitavo spesso i paesi l
intorno a perdermi via perch, come ho detto, un poco ero
contento del bambino, ma mi spaventava la vita.
  Ero avvilito e bastonato dai rimorsi per quel che avevo
fatto a Raggio. E anche il doppio disperato nel sapere che
non potevo avere nissuna speranza di vivere con lei. Lei
aveva la sua famiglia, due figli, presto tre, il marito, e tutti
i parenti, e i cognati, come potevo pretendere io che stesse
con me. Ma anche se lei avesse voluto o potuta stare con
me, o scappare con me da qualche parte, sarei stato io
stesso a non volere perch, se avevo rovinato gi una famiglia,
di sicuro non ne avrei rovinato un'altra. Una volta
pu succedere ma due no. E poi era sempre quei rimorsi
che tornava a dirmi che a me mi era proibito fare progetti.
Mi restava per la contentezza di avere un figlio mio e
questo mi bastava per compagnarmi i giorni.
  Ragionavo cos intanto che spingevo il mio carretto quel
19 luglio in direzione del paese di Camino al Tagliamento.
  Era un caldo da non tirare il fiato e ogni tanto mi fermavo
ai bordi della strada per sciugarmi il sudore. Pian piano
rivai dentro il paese. In giro non era anima viva a l'infuori
di qualche contadino seduto davanti la porta che si fumava
la pipa. Ero gi passato una volta per Camino al Tagliamento
ma mi ero fermato poco, giusto il tempo di bere un
quarto di vino in una piccola osteria in centro la piazza.
  Quel giorno, 19 luglio, sistemai il carretto in una piazzetta,
mi caricai un po' di mescoli e pestasali nella gerla e
tacai a girare per il paese vuoto, che dal gran caldo pareva
che tutti dormisse o che fusse morti.
  Sar stato le due dopo mangiato. La gente non veniva
fuori quando chiamavo allora io entravo lo stesso nelle case
per vedere se qualche buona anima mi comprava un
mescolo od un pestasale. Pi che altro era per stare al fresco
e fare due parole con la gente che si godeva pacifica un
po' di riposo dopo il lavoro nei campi.
  Invidiavo quelle persone che era senza i miei pensieri
perch di sicuro non aveva copato nissuno loro, e quindi
non era tormentate da rimorsi come i miei che, a uso cani,
mi mangiava dentro lo stomaco. Di sicuro anche loro
qualche rimorso lo aveva ma non quello di aver copato un
uomo e per di pi amico. Almeno spero.
  Come sarebbe stato bello tornare indietro di qualche
tempo, prima di quel maledetto 30 settembre in modo da
non aver fatto quel che avevo fatto. Quando si sta bene bisognerebbe
capirlo subito e tenerselo da conto il stare bene.
 da tenerlo caro e salvarlo sempre il stare bene. Ma
quando si sta bene non si capisce che si sta bene, fin che
non arriva qualcosa a farcelo capire.
  Ma allora  troppo tardi e indietro non si torna. Bisognerebbe
imparare subito che non  il caso di andare
avanti quando si sa che da quell'avanti indietro non si
pu tornare.  questo che fa il dolore della vita: sapere che
si aveva la fortuna nelle mani e per una cosa nianche tanto
importante si  buttata via e non torna pi. E allora
penso anche a mio fratello Bastianin. Occorreva che dopo
anni andasse a copare quello di Valdapont? Non poteva
lasciar perdere? Dimenticare tutto? Continuare a fare il
suo lavoro, libero e padrone dei suoi giorni? No, and a
copare quello che aveva avvelenato la sua morosa con la
belladonna e adesso stava in prigione a Udine e son sicuro
che era pentito e disperato.
  Il mio per era un caso differente, avevo dovuto difendermi
ma, comunque, ero stato io la causa per farmi attaccare
che, se non avessi cominciato la storia con sua moglie,
Raggio non mi faceva niente, anzi mi voleva bene. E
nianche mi d conforto l'idea che se non gli facevo bere la
belladonna sua moglie gli avrebbe dato il fungo Falce
Bianca e sarebbe morto. Ma anche cos non era cambiato
niente, gli avevo solo sprolungato la vita per un certo
tempo ma poi lo avevo copato. E allora, immaginare che
andava a quel modo, era meglio se lo copava lei, col fungo
Falce Bianca, cos almeno io avevo l'anima in pace.
Ma nianche cos potevo avere l'anima in pace quando
sapevo che lei lo aveva tirato via dalle spese e io non avevo
fatto niente per fermarla. Potevo avvisare Raggio che
lei voleva coparlo, dirgli sta attento, ma cos sarebbe saltato
fuori tutto. "Come facevo a saperlo?" avrebbe chiesto
Raggio. Allora pensai che, per salvare un po' di qua e un
po' di l, conveniva dargli la belladonna.
  Maledetto quel giorno che ho dato retta a quella carogna
e putana.

  A un certo momento mi accorsi di una osteria aperta lungo
'na via fuori mano, dove non era anima viva. Il caldo
non mi lasciava tirare il fiato anche se ero in camicia sbottonata
e le braghe avvoltolate fin sopra i ginocchi. Allora
pensai di entrare in quella osteria di Camino a bermi mezzo
litro di vino fresco, di quello bianco che sa fare loro, e
stare cos fuori dal sole che mi cadeva adosso come secchi
di fuoco sulla testa.
  Se avessi immaginato cosa avrei visto l dentro, non sarei
mai passato per quella maledetta porta, nianche per
tutti i soldi, e i tesori e l'oro del mondo.
  Appena mi trovai nel stanzone, poggiai la gerla in un angolo,
mi sentai su una panca e ordinai mezzo litro di bianco
a l'oste seduto dietro il banco, che era uno di circa cinquant'anni,
coi baffi grossi e lunghi e un cappello di paglia
in testa. Nissun altri stava l dentro all'infuori che noi due e
una vecchia piccola e scura come il corame, che ronfava
storta su 'na sedia, con rumori che pareva il gatto quando
dorme e fa le rugna (le fusa). L'oste prese un boccale e tac
a spinare vino da una botte sul banco. Intanto che aspettavo
guardavo in qua e in l come era fatta l'osteria.
E fu a quel punto che lo vidi, e il mio cuore si ferm.
  Si ferm e poi tac a correre e quasi mi veniva male che
per poco non cadevo dalla panca.
  A l'inizio non credevo, non volevo credere che fusse
propio quello. Pensai fusse 'na roba che somigliava a quello,
ma non quello.
Invece era propio quello.
  Mi alzai ma le gambe quasi non mi teneva su, e intanto
che andavo vicino per guardare meglio mi sbilanciai di
sbieco. Quando fui a mezzo metro dalla parete, alzai la testa
per rendermi pi conto, e allora tocc tenermi al banco
se no cadevo in terra perch le mie gambe era diventate
ricotta.
  Sulla parete di fronte a me, a mano buona dall'entrata
del banco, tenuto su da due chiodi, stava tacato al muro,
messo per traverso, il bastone di Raggio. Guardai bene e
pi volte perch non potevo convincermi di quella cosa,
non potevo credere a quella verit che dopo tanto tempo
veniva a spararmi un colpo di fucile in testa.
Ma dopo un po' mi tocc rassegnarmi.
Era il bastone di Raggio.
  Era un po' consumato e molto slavato come se gli fusse
passata sopra tanta acqua, ma era propio quello, e si poteva
leggere benissimo, sotto i animali di testa, la corona, l'aquila
e il camoscio e i fiori, il suo nome: Raggio Martinelli.
  Non so se l'oste si accorse ma dovei sedermi subito perch
mi sentivo venir male. Intanto che il cuore mi saltava
fuori dalla bocca, continuavo a guardare quel pezzo di legno.
L'aquila aveva il becco rotto e anche le corne del camoscio
era rotte, si vede per i colpi presi nel viaggio verso
l'inferno nella foiba del Cornetto.
  La testa della lpera invece era ancora tutta intiera, solo
la mano col sasso che la schiacciava era spaccata. Spaccata
e grattata via, come se alla fine avesse vinto la lpera la
battaglia con chi voleva coparla.
  Tacai a tremare in tutto il corpo e sudare acqua fredda
perch avevo visto sul muro la mia morte. A quel punto
l'oste si n'accorse e mi chiese cosa avevo che stavo cos
male. Gli risposi barbottando che forse era stato un colpo
di caldo e che mi portasse il vino che tutto sarebbe tornato
a posto. Bevei in due colpi tutto il mezzo litro e ordinai un
altro mezzo. Intanto guardavo quel bastone come fusse il
diavolo venuto fuori da l'inferno a prendermi. L'oste vedeva
che guardavo sempre verso la parete del bastone ma
non diceva niente. Allora, quando mi fui un po' calmato
col secondo mezzo litro, facendo finta di niente gli chiesi a
l'oste chi aveva fatto quel bastone cos ben lavorato e mi
accorsi che la voce mi tremava e anche le mani mi tremava.
L'uomo si sento vicino a me con un gotto in mano anche
lui e disse che l'aveva trovato suo nipote sulle grave del
Tagliamento durante una delle sue uscite a pesci coi amici.
Non versi bocca, non dissi niente ma pensai che ormai ero
morto, quel bastone era venuto a prendermi. Dalla foiba
del monte Cornetto, aveva attraversato le budelle nere della
terra, lungo i torrenti sotterranei de l'inferno, ed era arrivato
fin laggi, nella bassa friulana, a Camino al Tagliamento,
vicino al confine del Veneto, e mi aveva trovato.
  Intanto che parlava, l'oste si lev e and a tirare gi il
bastone per farmelo vedere pi da vicino ma io non lo
presi in mano nianche a morire. Mi pareva che scottava
come se fusse uno di quei ferri che Bastianin faceva diventare
bianchi dal calore sul fuoco della forgia.
  Aver vicino quel bastone mi faceva tremare la vita e
battere il cuore da morto. Allora mi rischiai a dire bello, e
intanto che dicevo bello, l'oste si domand a voce alta chi
mai sar quel Martinelli Raggio che l'ha perduto, e dove
sar adesso. Poi aggiunse che forse era di qualche pastore
passato di l nell'inverno, perch nella brutta stagione i
pastori di pecore sverna da quelle parti.
  Povero oste, se avesse saputo che io conoscevo benissimo
il padrone di quel pezzo di legno, se avesse saputo
tutta la storia di Raggio e mia, e della morte che mi camminava
in fianco poggiandosi a quel bastone!
Ma se gli contavo la storia non l'avrebbe creduta.
  Visto che continuava a tenerlo in mano vicino a me, e io
tremavo, gli dissi che lo tacasse pure dove era prima, sul
muro, perch quel bastone non m'interessava pi di tanto.
Allora lo tac di nuovo al suo posto ma io continuavo a
tremare e sudare e l'oste mi torn ancora a dire che stavo
propio male e mi d ancora un po' di vino.
  Finii quel po' di vino che restava, pagai il conto, presi la
gerla e infilai la porta verso fuori. Intanto che uscivo l'oste
mi disse di andare a riposarmi che secondo lui non stavo
troppo bene. Aveva visto che intanto che pagavo le mani
mi tremava come foglie col vento, e in faccia ero bianco
che la neve a confronto era nera. Cos almeno mi disse l'oste,
e poi torn a ripetere di andare a riposarmi che ero
bianco da far spavento.
  Pian piano tornai alla fattoria del padrone a San Michele,
e appena passai la porta col carretto lei mi venne incontro,
e appena che mi fu vicina si accorse che non ero pi io. Mi
domand che era successo e io gli risposi che forse un colpo
di sole mi aveva sbiancato e indebolito. Il padrone mi
raccomand di mettermi a dormire nel letto ma io gli risposi
che non occorreva letto, mi bastava la paglia della
stalla per riprendermi.
  Solo gli chiesi un piacere, se mi poteva procurare due
tre quaderni di scuola, che mi serviva per notarmi delle
robe che mi era venute in mente e non volevo dismenricarle.
And in casa e torn dopo un po' con un grosso
quaderno nero che mi spieg fusse uno di quelli che si
marca il latte in latteria. Insieme al quaderno mi port anche
un lapis nuovo perch, disse, senza lapis era inutile
avere quaderno. Ma io avevo un po' di lapis mio che mi
serviva a segnare i prezzi sulle robe di legno. Lo ringraziai
e andai subito nella stalla, e tacai a scrivere questa verit
perch volevo liberarmi dei miei pesi prima di fare quel
che mi toccava e dovevo fare. Per due giorni e due notti,
quasi senza dormire dichiarai sulla carta del quaderno
quel che era stato, o meglio, che era successo intorno alla
mia vita e a quella di Raggio, e di sua moglie e di tutti
quelli che mi aveva girato intorno.
  Poi decisi di tornare un poco al mio paese, per vederlo
ancora una volta, perch dopo non avrei pi messo piede
da quelle parti a farmi solo male al cuore coi ricordi.
  Ma non avrei pi messo piede in nessun posto, solo a
l'inferno.
  Sono venuto su pian piano, camminando e scrivendo
durante le polse (soste).
  E adesso sono qui, nella mia casa di Erto a finire di scrivere
sul quaderno del latte quel che  la verit sulla morte
di Raggio e anche della mia morte, dal momento che ormai
l'ho vista in forma di bastone tacata al muro con due
chiodi nell'osteria di Camino al Tagliamento. Quel bastone
 venuto a portarmi la morte. Aveva ragione Raggio a
dire che mi avrebbe copato con quel bastone.
  Oggi  il 25 di luglio, ho messo tre giorni a venir su da San
Michele alla mia casa di Erto ma ormai per me il tempo
non ha nissun valore. Che metta tre o dieci non m'importa,
m'importa invece finire di scrivere la verit pi presto
possibile perch sento che la terra si apre sotto i piedi e si
tira dentro la mia vita come la slavina strascina dentro
l'albero.
  Anche se  luglio e fa caldo, la mia casa l'ho trovata piena
di freddo e di muffa, e io vedo neve nell'orto. Ma poi
ho pensato che la casa si pu far vivere. Allora, per dargli
un po' di asciutto e un po' di vita, ho acceso il fuoco nel
camino e aperto la porta e le finestre, che venisse dentro il
sole, come faceva nostra zia che beveva, e che faceva sempre
fuoco e apriva le porte.
  Sono anche andato a salutare i amici, prima di tutti Paol
dal Fun Filippin che subito mi domand come stavo perch
mi vedeva male. E dopo mi domand come stava mio
fratello Bastianin che era in prigione a Udine. Di Bastianin
non sapevo niente e cos ho risposto a Paol che di mio fratello
non sapevo pi niente da quel tempo. Paol mi
inform che la latteria andava bene, e che era tanto contento,
e che se non fussi stato io era grigia per lui e la sua
famiglia, e che avrebbe baciato dove camminavo per ringraziarmi,
e che qua e che l. Gli risposi che non serviva
baciare da nissuna parte, e che io ero pi contento di lui se
gli andava bene. Poi per far finta di preoccuparmi gli chiesi
se aveva visto Raggio in circolazione e lui mi rispose
quello che sapevo gi, cio che nissuno aveva pi visto
Raggio in paese.
  Salutai Paol dal Fun e poi feci un salto a trovare Felice
Corona Menin, pi che altro per rendermi conto se la piccola
Neve piangeva ancora nel vedermi o sentirmi vicino.
Piangeva. Appena mi feci sulla porta tac a urlare come se
gli tagliassero la testa con la ronca e mi tocc salutare Felice
stando fuori. Allora lui gli disse alla moglie di andare
un poco in giro con la piccola intanto che mi faceva entrare
in casa a chiedermi le novit.
  Con Felice si parl del pi e del meno e anche lui disse
che non gli parevo niente bene. Gli domandai per finta se
aveva visto Raggio, e come Paol dal Fun, mi rispose che
era non so quanti mesi che non lo vedeva.
  Si parl un po' di tutto, e alla fine, gli dissi che mi dispiaceva
un poco che Neve piangesse a vedermi. Poi tornai
nella mia casa a continuare a scrivere sul quaderno del
latte il mio destino, perch ormai cominciavo a capire tutto
e quindi conoscevo il mio destino.

  Adesso sono qui, seduto sul cantonale aperto, che vado
avanti 'na riga dopo l'altra come quando ero a scuola e mi
sedevo qui, nell'istesso posto a fare i compiti, e mia mamma
si sedeva di l, su quell'altro cantonale, per tentar di
imparare da me quel che non sapeva perch era senza leggere
e scrivere. Di fronte a me, sul cantonale in alto, c' la
mastella del latte che aveva messo mia zia con la scritta
sul fondo di Maddalena Mora: "Chi copa deve coparsi"
aveva scritto la mia maestra. Ho visto anche i anelli da
sposi di mia mamma e mio padre. Allora li ho presi e sono
andato fuori, ho cavato una pietra dal muro di casa e ho
messo dentro i anelli, e poi ho tornato a mettere la pietra
al suo posto. Adesso tutto tornava, ma lo sapevo anche
prima, solo che non avevo il coraggio di pensarlo da tanto
che era vero. Per prima, ancora speravo un poco, volevo
aspettare per vedere, far passare tempo per convincermi
che forse mi sbagliavo. Invece non mi sbagliavo. La morte
di Pilo dal Crist Corona, Jacon de Arcangelo Zoltan, Toni
della Val Martin e Piare Stori de Narmo, non era venuta a
caso. Quelli era i falciatori che aveva fatto sparire la vecchia
Melissa perch la strega si faceva pagare a peso d'oro
il dormire nel suo antro della Palazza.
E, se ci penso bene, un giorno de Narmo mi disse che
quella carogna di Melissa adesso stava bene al fresco. Ma,
nel giro di poco tempo, quei falciatori mor tutti. Pilo scivol
in un strapiombo, a Jacon de Arcangelo gli becc la
lpera, Toni della Val lo fulmin la saetta, e Piare Stort si
prese una falciata nella gamba che gli tagli la vena e mor
senza pi 'na goccia di sangue dentro. Io, dopo quei fatti,
mi facevo meraviglia che a me e Raggio non ci succedesse
mai niente di male perch, a dirla tutta, bene o male si era
dentro anche noi nella faccenda.
  E adesso, prima di andare avanti, voglio confessare una
roba chiara e tonda perch ormai non ho pi niente da
perdere.
S fu io e Raggio ad avere l'idea di copare la vecchia Melissa.
Io e Raggio abbiamo detto ai quattro falciatori che
quella stria maledetta andava tirata via dalle spese 'na volta
per tutte. E loro, senza dire parola nianche a noi, la fecero
sparire, e nissuno ha mai saputo dove l'avevano buttata
perch non lo disse mai, nianche a noi. Solo de Narmo, poco
prima di morire, si lasci scappare che adesso la carogna
stava al fresco ma non pronunci altro. Di sicuro l'avevano
fatta sparire buttandola in una di quelle canalette di
croda che vanno gi a piombo per due chilometri nella
parte a pusterno (in ombra) della Palazza, quella che guarda
il Cadore. E sar finita nel torrente Montina, dalle parti
di Lavestra. Forse voleva intendere questo Piare Stort
quando mi disse che adesso la carogna stava al fresco. Ma
non era solo loro quattro che c'entrava con la morte della
vecchia. Credo che fosse in colpa anche Zuln Cesto perch
s'impicc per davvero nella processione del Venerd Santo.
E anche Carle dal Bus dal Diaul che si tac fuoco nella casa.
E anche Jacon Piciol congelato dal ghiaccio.
  Io, tra di me, mi chiedevo spesso come mai a loro capitava
tutte quelle disgrazie ed a me e Raggio niente. In fondo
si era stati noi due a pensare l'idea di copare la vecchia.
A quel tempo me lo domandavo ma, oggi che ho capito,
non me lo domando pi.
  Mi trema la vita come 'na foglia e non me lo domando
pi.
  La vecchia strega Melissa aveva mandato la sua maledizione
a tutti, compreso me e Raggio. Ma i altri li aveva fatti
morire subito perch era stati la mano, invece a me e
Raggio, che si era stati la testa, aveva voluto farcela pagare
piano piano e pi a lungo.
  Aveva voluto godersela rubandoci un po' alla volta le
cose pi belle, mettendoci uno contro l'altro fino a farmi
copare l'amico. Troia, mille volte troia. E adesso aveva fatto
saltar fuori anche quel maledetto bastone per continuare
a farmela pagare. Ma non la far vincere lei, non gli
permetter di godersela ancora sulle mie spalle perch ho
la seria intenzione di farmi fuori. Ma, pensando bene,
anche cos vince sempre lei. Se mi copo ha vinto lei perch
mi ha fatto fuori, se vivo mi fa tribolare di continuo e cos
ha sempre vinto lei.
  E allora una delle due, meglio morire che tribolare. E
per di pi adesso son sicuro che  tornata in questo mondo
dentro l'anima della bambina di Corona Felice Menin.
Per questo quando la piccola Neve mi vede vicino si mette
a urlare. E anche quando vedeva Raggio si metteva a
piangere disperata. Lei sa che si era stati noi ad aver l'idea
di coparla. E per di pi non sente il freddo, non patisce
nissun freddo forse perch viene propio da quel posto
congelato che mi aveva detto a voce bassa Piare Stort de
Narmo, dove disse che la carogna stava al fresco.
  Mille volte maledetta, non gli bastava prendersi le nostre
vite e Tendere la morte a chi l'aveva copata, era tornata
come anima nella bambina Neve. Per fortuna stavolta invece
che far del male fa del bene perch Neve guarisce le
persone ma solo quelle che crede per davvero in Dio, come
guar il piccolo Matteo di undici anni. Forse nell'altro
mondo si era pentita di tutte le vendette che aveva fatto, e
Dio l'aveva rimandata sulla terra a fare un po' di bene. Ma
di me aveva paura perch ero quello che con Raggio aveva
inventato di coparla. Per questo ogni volta che gli ero vicino
piangeva disperata. Ma la piccola secondo me non c'entra
con il male. La sua unica forza  che ha dentro l'anima
della vecchia Melissa che in Neve  diventata buona e giusta.
Da viva la vecchia si faceva pagare il dormire nel suo
antro, da morta ci aveva fatto pagare il nostro peccato. Poi
si era nascosta per sempre nella sua tomba sconosciuta.
Ma qualcosa di lei  tornato al mondo nell'anima della piccola
Neve come per rendere un po' di bene alla gente dopo
tutto il male che ha fatto. Dio concede a volte ai morti di
tornare ad aiutare i vivi. E di me Neve ha paura perch sa
che sono stato l'inventore della sua morte. Almeno io la
vedo cos. Dio Santo aiutami a finire presto!
  Oggi continuer a scrivere ancora qualche pagina ma domani
torno gi, a San Michele al Tagliamento, per salutare
l'amico contadino, e tutti i altri miei benefattori. Ma pi di
tutto lei, che tiene dentro la pancia il mio bambino, al riparo
dalle intemperie e dal dolore fin che non uscir anche
lui a vedere la luce di questo mondo malfatto, cattivo
e maledetto.
  Oggi ho fatto un giro per il mio paese lungo le vie dove ho
visto crescere la mia vita e ho visto la mia gente, e il lavoro,
e la fatica, e i vecchi, e quelli della mia et, che siamo
cresciuti in questo posto che per me oggi  diventato senza
vita. Ma  diventato senza vita perch noi siamo diventati
senza vita e senza cuore, io per primo.
  Il paese non ha colpa,  sempre quello di una volta, bello
e verde e pieno di boschi,  la gente che cambia col tempo,
e quasi sempre cambia in peggio.
  Sono andato anche a salutare per l'ultima volta Gioanin
de Scndol gi sul Vajont, nella sua segheria. L'ho trovato
come sempre lo trovavo, seduto, che guardava correre
l'acqua del torrente mentre la sega, spinta dalle pale del
mulino, segava pian piano qualche tronco, giusto per dargli
da mangiare un pasto al giorno e quel litro di vino.
  Era tranquillo Scndol e, appena gli fui davanti, mi domand
com'era il mondo fuori, dato che io ero andato a
vederlo. Gli risposi che il mondo fuori era un po' bello e
un po' brutto e da qualche parte ricco, e da qualche parte
povero, ma il posto dove si  nati e cresciuti  il pi bello e
ricco di tutti anche se offre solo miseria. Allora lui, senza
spostare i occhi da l'acqua che passava, mi chiese perch
ero andato via se il posto dove ero nato mi piaceva tanto.
Gli risposi che ero andato via per bisogno di tirare un po'
di soldi, ma che presto sarei tornato per sempre. Lui disse
che per vivere non serve tanti soldi e che, come ero resistito
quaranta anni senza andare via, potevo stare altri quaranta
a casa mia, senza andare in posti foresti. Poi disse
che secondo lui era altre le robe che slontana la gente dai
loro paesi, non il bisogno di soldi, ma che, comunque, a
lui non gli interessava perch ero andato via ma gli dispiaceva
che fussi andato.
  Poi, sempre guardando l'acqua del Vajont, disse che anche
lei, l'acqua, se la guardi verso ponente la vedi andar
via ma, se la guardi a levante, la vedi che torna. Il brutto
 quando ti passa davanti e in un lampo  gi via e non la
puoi fermare. E tali quali siamo noi disse Gioanin de
Scndol, arriviamo, passiamo davanti a qualcuno e andiamo
via di corsa, come quest'acqua, e quei che ci ha visti
passare resta male. Ma anche quei che resta male passa
davanti a qualcuno che resta male; la vita  un passare finch
finisce il mondo. E cos dicendo, prese un piccolo
sasso e lo butt nel Vajont che correva.
  Mi veniva da piangere, non potevo fermarmi un minuto
in pi in quel posto di verit e malinconia. Salutai Gioanin,
e mentre lo abbracciavo fu lui a chiedermi se avevo
pi saputo niente di Raggio. Io gli risposi che non l'avevo
pi visto dal 30 di settembre quando mi tac baruffa. Allora
lui mi rispose: Salter fuori prima o dopo.
Io non gli dissi che fuori era gi saltato col suo bastone.
  Tornai su in paese passando per la fucina di mio fratello
che stava anche lei sulle rive del Vajont. Era tutto chiuso e
abbandonato, l'acqua correva sopra la ruota ferma del
mulino che, ai tempi belli, faceva muovere il battiferro in
su e in gi. Feci il giro della casa ormai piena di ortiche e
me ne andai. Me ne andai senza nianche chiedere a nissuno
perch quel bocia che gli avevo fatto dare le chiavi non
adoperava la fucina di mio fratello.
  Il giorno dopo, prima di partire per tornare nella bassa,
passai dal cimitero a salutare i morti. Dissi una Requiamaterna
sulle fosse di tutti i miei amici, e poi dei falciatori
fatti morire dalla vecchia Melissa, e poi di Jacon Piciol che
era stato seppellito dentro una botte perch non si era riusciti
a disghiacciarlo. E poi andai dai miei cari, mio padre,
mia mamma, le zie buone e sfortunate, e Maddalena Mora
che s'impicc nel trave della stalla. Poi visitai il limbo,
dove stava quei bambini morti senza battesimo, e dove
era anche il mio, sepolto gi una volta dentro 'na tomba di
formagio. E poi basta, me ne andai da quel luogo di morte
dove fra poco sarei finito anch'io.

  Sono partito da Erto il 26 luglio di mattino presto che faceva
ancora scuro per non incontrare i paesani e doverli salutare.
Ma sul passo San Osvaldo stava diventando giorno
e ho trovato uno di Cimolais che andava a falciare il
pian dei Galli, sotto la forcella Lodina e mi ha salutato. Lo
conoscevo perch tanti cimoliani ha fondi da quelle parti.
Mi ha chiesto dove andavo cos presto con la gerla. Gli ho
risposto a vendere robe di legno nella bassa, allora lui mi
ha detto che ci si vedeva a novembre, perch  a novembre
che torna i venditori ambulanti dalla bassa, disse. Non
immaginava, e nianche io gli ho detto, che non mi avrebbe
visto n a novembre n mai pi.
  Lasciai il mio paese con le lacrime nei occhi come quando
si chiude la porta per andare a l'estero e in due giorni rivai
di nuovo alla grande casa di San Michele al
Tagliamento.
  Adesso sono qui, nella stalla del contadino, che continuo
la mia storia sul quaderno che ormai  quasi finita come
il quaderno e il lapis.
   venuta a trovarmi lei, mi ha visto smagrito e con la
faccia sempre bianca. Allora spaventata ha detto che il
viaggio al mio paese mi aveva fatto pi male che bene.
Non sapeva, e nianche gli avrei detto, che non era stato il
mio paese a farmi male ma la morte attaccata con due
chiodi al muro di un'osteria di Camino al Tagliamento.
Era il bastone di Raggio a corrermi dietro e a smagrirmi e
sbiancarmi come un legno raspato dall'acqua del Vajont.
  Dio voglia che questa storia finisca presto, Signore benedetto,
fai che trovi il coraggio di finirla presto che non ne
posso pi.
  L'ultima notte a Erto in quel po' che ho dormito, ho sognato
mia mamma che mi faceva un po' di posto nel suo letto
perch ero congelato dal freddo. Mi ha detto: "Vieni qui
che ti scaldo come quando eri piccolo". Ma intanto che
montavo dentro il paglione per scaldarmi,  arrivata sua
sorella, la zia delle formiche in bocca, e gli ha detto a mia
mamma di non farmi posto nel letto perch io non mi sarei
scaldato mai pi. Ormai ero fatto di ghiaccio e se mi faceva
entrare nel suo letto avrei ghiacciato anche lei, e sarebbe
morta congelata come Jacon Piciol. Ma mia mamma non
voleva sentir ragioni e mi ha preso per una mano per portarmi
a scaldare nel letto. Allora la zia che beveva, con la
faccia come lo scheletro della morte, mi ha preso per un
braccio e con un strattone mi ha tirato via da mia mamma
urlando che era rivato il tempo di finirla che copassi gente,
ne avevo copati abbastanza, adesso era ora che qualcuno
mi copasse anche me perch mi era entrato il diavolo nel
sangue e non sarebbe saltato fuori se non con la mia morte.
Intanto che gridava queste cose strascinandomi lontano
da mia mamma, dalla bocca gli usciva le formiche cioche
di quando era morta dietro la porta vomitando vino, e le
formiche mi cadeva sulla testa. A questo punto mi svegliai
tremando di sudore col cuore che mi saltava dentro come
il battiferro di Bastianin saltava sull'incudine. Non avrei
mai pensato che la vecchia zia, tanto buona con noi in vita,
nel sogno fusse diventata cos cattiva e con la faccia
della morte. Quel sogno mi impression e pensai che,
d'accordo con la vecchia Melissa, mia zia fusse venuta a
prendermi per farmi pagare tutti i miei peccati. Ma se era
per questo, non occorreva che si scomodasse tanto, n lei
n quell'altra farabutta, che presto sarei andato io a trovarle,
'na volta per tutte, e non certo in sogno.
  Intanto mi tornava in mente di continuo le parole della
mia maestra di vita, quella Maddalena Mora che s'impicc
al trave della stalla e che, prima di attaccarsi la corda
al collo, scrisse sul fondo della mastella col lapis copiativo:
"Chi copa deve coparsi". Anch'io avevo copato
Raggio ma non solo, avevo fatto in modo che altri morisse
per colpa mia e allora non restava altro da fare che coparsi.
Chi copa deve coparsi.
  Mi sarebbe piaciuto prima di morire vedere una volta mio
fratello Bastianin ma non me la sentivo di varcare le porte
delle prigioni di Udine e dirgli tutto. Perch, se andavo a
trovarlo, dovevo dirgli tutto e a dirgli tutto lui avrebbe
passato anni ancora peggiori. Meglio che vivesse senza
sapere, continuando a stimarmi perch forse questo lo
aiutava a tirare avanti nei anni di galera che gli restava.

  La sera del 29 luglio, la moglie del contadino venne a cercarmi
nella stalla e si ferm di pi come sempre faceva se
non era suo marito a casa. Quando mi vide divent bianca
e disse che ero peggiorato nel giro di mezza giornata e che
doveva chiamarmi un medico. Gli risposi che non occorreva,
ero io il mio medico perch da certe malattie nissun
medico ti guarisce solo tu ti puoi guarire.
  Poi gli dissi che in verit un medico c'era che avrebbe
guarito la mia malattia e presto lo avrei chiamato perch
gi da qualche tempo girava l intorno. Lei non cap, e allora
si sento sulle mie ginocchia, e fu a quel punto che mi
venne in mente l'anellino. Mi tirai fuori dal mignolo l'anellino
di mia mamma, quello di oro con la croce in mezzo
e glielo misi nella mano e gli dissi  tuo, tienilo da conto,
era di mia mamma. Lei se lo mise in un dito e mi
ringrazi con un bacio sul viso ma poi mi domand perch
gli avevo regalato l'anellino di mia mamma sapendo
che ci tenevo tanto. Gli risposi che avevo paura di perderlo
e poi mi stringeva e allora era meglio che lo teneva lei, e
lei, mi accorsi, era molto contenta di averlo messo al dito.
Poi mi disse che aveva caro vedere 'na volta il mio paese.
Gli risposi che pi avanti, magari intorno a settembre, con
una scusa o un'altra si poteva fare un salto su a vedere il
mio paese, e i suoi boschi, e il Vajont che corre in fondo, e
fa girare segherie e mulini, e le montagne che circonda Erto,
alte e tanto vicine una con l'altra che il paese pare messo
sul fondo di un secchio. Tra quelle montagne, alla mia
gente gli sembra di vivere sempre al riparo, come protetta
da grandi mani di pietra che tiene lontano il vento e le
saette ed i temporali di tutto l'anno. Ma dal destino malvagio
non  montagna che ti protegge.
  Gli dissi a settembre perch dopo veniva il freddo, e perch
pi avanti non era bene muoversi che gli cresceva la
pancia, ma intanto che dicevo cos gi sapevo che non ci
sarebbe mai stato un viaggio a Erto noi due assieme. Ma
lei intanto ci credeva, e quando uno crede  da lasciarlo
credere perch almeno per un poco  contento. E dopo,
quando andr tutto storto, e capir, si ricorder di quando
 stato contento per un poco. E sar contento di essere stato
contento almeno un poco perch durante quel poco
sperava. Questo lo aiuter a tirare avanti, ma lo far piangere
prima di prendere sonno.
  Ecco perch gli dissi che l'avrei portata al mio paese,
per farla contenta in quel momento, ma gi sapevo che
non l'avrei portata da nissuna parte. E dopo, che andasse
come voleva andare, a me non mi sarebbe pi interessato
niente, n di questa promessa n di questa vita n di questo
mondo.
  Lei mi disse che l'anellino l'avrebbe messo solo quando
non c'era suo marito a casa perch altrimenti si sarebbe
accorto che era il mio e che gli avevo dato a lei. E allora,
quando suo marito stava a casa, l'avrebbe messo in tasca
dentro in un fazzoletto. Ma io gli risposi che cos facendo
poteva perderlo e allora gli sarebbe dispiaciuto e poi in
quel modo diventava tutto pi difficile. Era meglio se lo
lasciava sempre nel dito e dirgli a suo marito che era un
segno di riconoscenza mio, insomma che gliel'avevo dato
per quel che facevano per me, e che mi ero privato volentieri
perch gli piaceva a lei. In fondo che male era se gli
regalavo l'anellino? Non voleva mica dire niente di male.
Tienilo nel dito gli dissi e non ti pentirai. Allora lei
si convinse e mi promise che l'indomani gli avrebbe mostrato
l'anellino a suo marito dicendogli come gli avevo
insegnato di dire io.
  Si st insieme diverse ore e lei si dava da fare per combinare
qualcosa ma io con la testa ero ormai lontano da
quelle robe come la cima di una montagna dal paese.
  Avevo in mente solo il bastone di Raggio sul muro de
l'osteria, e Raggio, e sua moglie che aveva cagliato il mio
bambino appena nato, e Maddalena Mora che si era fatto
tirar fuori il bambino con un ferro da calza da una vecchia,
e mio padre copato, e mia mamma morta sputando
sangue, e la zia che beveva morta con le formiche in bocca,
e sua sorella col figlio a Milano, e mio fratello in prigione
a Udine, e tutto quello che era andato a male nella
mia vita, come va a male il formagio coi vermi. Ce n'era
abbastanza per andar via da questo mondo, e non ridere
pi nianche dopo morti.
  Il maggior peso che faceva calare il ramo verso la mia
morte era che avevo copato il mio amico dopo avergli rovinato
la vita e la famiglia. Ma lui era tornato per farmela
pagare, e con ragione, perch i debiti si paga uno su l'altro
con ragione.
  Si pu scappare, si pu nascondersi, si pu non pensare,
ma in ultima arriva sempre quello che porta il conto
sul banco. Raggio aveva mandato avanti il suo bastone da
re a chiedermi il conto. Diceva sempre il povero Raggio
che mi avrebbe copato con quel bastone, e adesso credo
propio che sia dietro a farlo.
  Ma non ho paura. No! Paura nianche un poco, ho solo
voglia di far presto, che sono stanco, e la vita mi pesa come
'na gerla piena di piombo. E anche il corpo mi  diventato
pesante. Sono magro come un stecco ma mi sento pesare
come fussi 'na montagna. E la testa, se non fusse che
ho da finire di scrivere questa verit, andrebbe per conto
suo, in alto e in basso, come api quando scappa in primavera,
e vorrei lasciarla andare.
Niente pi mi fa voglia di vivere.
  Ma lei questo non pu saperlo, e allora cerca di carezzarmi
per far quelle cose che non m'interessa pi fare da
quando ho visto quel maledetto bastone tacato al muro.
Intorno alla fine della notte lei se ne and nella sua camera.
  La guardai andare via e passare la porta pian piano come
l'ombra di un albero mosso dal vento, perch nella
stalla era scuro, e si vedeva solo ombre che si muoveva,
vacche comprese.
  Ah, Signore benedetto, cosa mai ho combinato! Se potessi
tornare indietro. Ma indietro non si torna,  solo
'na roba che pu scancellare tutto come tornare indietro,
la morte. Con la morte si torna indietro perch non si
esiste pi, come quando non si era nati. La morte fa tornare
indietro dove si era prima di nascere, per questo
che a volte vien voglia di morire prima del tempo: per
tornare indietro. La vita  come venire a dare 'n'occhiata
a questo mondo, capire che non piace e tornare dove si
era partiti. Questa  la vita, una visita alla terra e scappar
via di nuovo, per non sentir il suo brutto odore,
come si scappava quando qualcuno nella contrada puliva
la latrina.
  Se Dio mi dasse la forza dovrei andare dai carabinieri a
denunciarmi e prima ancora dal prete a confessarmi ma
non ho questa forza. E poi non cambierebbe niente, andrei
in prigione a Udine, con mio fratello Bastianin, e mi starebbe
anche bene, ma il rimorso e il pentimento e la paura
resterebbe, e da quelli non si scappa.
  Almeno io, da quelli, non sono buono da scappare, e
allora come ho detto,  solo un sistema per slontanarsi
da tutto questo tormento: tornare indietro con la morte,
la morte tre volte benedetta che fa tornare a prima di
nascere.
  Appena andata via lei presi la porta e andai fuori all'aperto
mentre da lontano mi veniva incontro il giorno, forse
l'ultimo. Era il 30 di luglio e la campagna mandava i suoi
odori dappertutto anche se era appena mattino presto.
Era la forza del Signore che dava vita ai frutti, alle verzure,
e al grano, e ai fiori e alle uve, e a tutto quello che diventava
maturo sotto la sua mano potente e buona. Ma io
di questo non volevo pi saperne che la mia strada era
un'altra, ma i odori della campagna li sentivo lo stesso anche
se andavo verso la morte, e mi piaceva sempre sentire
i odori della roba che viene matura perch  l'odore di
Dio, e l'odore di Dio piace ancora di pi quando si va verso
la morte. Da quando si nasce a quando si muore, ogni
giorno si cammina di pi verso la morte, e allora bisognerebbe
tener sempre sotto il naso l'odore di Dio.
  Prima di andar fuori presi dal muro un pezzo di corda
che tiravano i vitelli alla beverata, e me la legai intorno alla
vita con pi giri come fusse una cinghia. Con una corriera
andai di nuovo a Camino al Tagliamento, nella istessa
osteria, per vedere ancora una volta quel maledetto
bastone, la mia morte tacata al muro. Ordinai mezzo litro
di bianco e l'oste mi riconosce, e mi port il vino, e poi
quando vide che fissavo sempre il bastone sul muro, disse
che se propio mi piaceva tanto quel bastone, potevo prenderlo
e portarmelo via. Gli risposi di no, per l'amor di
Dio, non sapevo che farmene di quel pezzo di legno, era
solo cos per curiosare come era fatto.
  Bevei il mezzo litro e ancora uno, e poi mi prese come
'na specie di sonnolenza, e intanto che pisolavo, si spost
la tenda della porta ed entr uno che io vidi riflesso per caso
nello specchio sopra il banco de l'oste. Per un pelo non
crepai dallo spavento perch quello che entr era Raggio.
Non avevo pi forza di voltarmi e tacai a tremare e sudare
acqua fredda come l'altra volta ma poi pensai che era impossibile
che fusse Raggio e allora presi forza e mi voltai
verso il banco dove si era poggiato quello appena entrato.
A quel punto la visione spar, e quello che era entrato, di
Raggio, aveva solo la somiglianza del cappello e un po' il
fisico. Ma all'inizio, appena che fu sulla porta, lo specchio
mi aveva dato Raggio, e quello che avevo visto nel vetro
sono sicuro che era Raggio, non potevo sbagliarmi. Era lui
venuto a prendermi.
  Pagai il vino, presi un'altra corriera e tornai a San Michele
col cuore che mi batteva i ultimi colpi.
  Durante il viaggio mi appisolai un poco e fu dentro
quel dormire corto che feci un altro sogno di spavento.
Vidi la strega Melissa che aveva chiuso in un recinto, formato
da una gran gerla rovesciata, tutti quelli che l'aveva fatta
fuori. Era dentro Pilo dal Crist, Jacon de Arcangelo,
Toni della Val Martin, Piare Stort, Raggio, Zuln Cesto,
Carle dal Bus dal Diaul e Jacon Piciol. Mancavo solo io
che ero l vicino e volevo scappar via ma la vecchia Melissa,
con un gesto, mi aveva fatto venire le gambe di legno e
non potevo muovermi come avere radici nella terra. Allora
lei venne da me e con una forca di fuoco mi bruciava la
schiena spingendomi verso la gerla. Appena io provavo a
scappare a destra o sinistra mi tornava le gambe di legno
e mi bloccavo. Solo se andavo verso il recinto camminavo
normale. Se mi fermavo lei mi bruciava col forcone di fuoco
sulla schiena e allora dovevo per forza andare avanti
verso il recinto. Quando fui dentro anche io con tutu i altri,
la vecchia col forcone di fuoco tac l'incendio al recinto,
e noi ci mettemmo a urlare dal dolore perch si bruciava
vivi, e cos mi svegliai urlando sulla corriera pi morto
che vivo, e tutto in acqua ma non per il caldo.
  L'autista mi chiese cosa era e io risposi solo un brutto
sogno.

  Adesso sono qui, nella stalla, che sto per aver finito di dire
quel che  successo alla mia vita. Sulla finestra della
stalla c'era una maschera antigas messa dentro la sua custodia
di ferro col coperchio. Era l dal tempo della guerra
credo. Ho tirato fuori la maschera dal tubo che la teneva
dentro perch in quel tubo voglio mettere questo quaderno
e nasconderlo da qualche parte in modo che, se qualcuno
lo trover, verr fuori la verit, e se nissuno lo trover
non si sapr mai niente, e forse  meglio cos. Ma, se
dovesse esser trovato dopo che non ci sar pi, chiedo che
venga consegnato al prete del mio paese di Erto, don Chino
Planco, che dopo averlo letto, lo consegner a mio fratello
Bastianin se  ancora vivo, e se  tornato fuori dalla
prigione. Volendo potrei spedirlo subito al prete del mio
paese ma  troppo presto, e siccome non sono ancora sicuro
di quel che far,  meglio che lo nasconda da qualche
parte e, caso mai, che venga trovato pi avanti, quando
tutto si sar pi calmato o quando la mia memoria sar
solo un pensiero lontano come un'erba secca.
  Ho gi visto il posto dove metterlo, lo nascondo sotto la
mangiatoia delle vacche, tra il muro e le tavole di legno. L,
son sicuro che si trover prima o dopo, perch le tavole di
una mangiatoia dura pi o meno dieci anni e poi bisogna
cambiarle per farla nuova. E in dieci anni di me non rester
memoria come di quelle tavole, ma  giusto che sia cos.
  Adesso basta,  ora di farla finita, ma quando mi trovano,
vorrei che non mi sepellissero da queste parti ma che
mi portino al mio paese vicino a mia mamma e mio padre,
e le vecchie zie che beveva, e tutti i miei paesani morti. Ma
per questo lascer un biglietto sulla finestra. E dir che se
propio  impossibile trasportarmi a Erto, non mi dispiace
nianche essere sotterrato da queste parti, cos mi sentir
vicino a lei e a mio figlio, che sar vivi e sani, o a mia figlia
se  una bambina. E dir sul biglietto che in autunno mi
cantino un amen.
  Ho tirato via una pagina e ho scritto il biglietto da lasciare
sulla finestra per dire dove sepellirmi e cantarmi l'amen.
Lo lascer quando vado fuori, a fare quel che ho da fare,
se trover il coraggio di farlo. E se non lo trovo vagher
per il mondo, ramingo come l'abreverante (l'ebreo errante),
per quel che mi resta da vivere, in attesa di trovare il
coraggio, ma ho idea che non sar cos perch il coraggio
so di trovarlo.
  Intanto domando perdono a Dio di quello che ho fatto, e
mi metto nelle sue mani di misericordia con la speranza
che capisca che tutto non era voluto da noi, ma dal destino
di una certa maledizione che tra capo e collo ci ha colpiti
per il nostro peccato, e che solo la morte di tutti i colpevoli
potr far dismettere.
  Adesso mi viene in mente anche la frase della vecchia
zia che beveva e che quando era cioca diceva "vata ciava
'sto mondo da merda che me ne vado nel mondo di l".
Potrei anche dire io adesso le stesse parole, perch quel
che ho fatto mi ha ridotto per davvero questo mondo, che
sarebbe stato bello, in un mondo di merda e letame, e
quindi meglio andare nel mondo di l, come diceva la
vecchia.

Adesso  le tre del pomeriggio.
  A mezzod sono venuti per vedere se andavo a mangiare
con loro i figli del contadino, ma io gli ho risposto che
non mangiavo, che oggi non avevo fame. Cos, per volont
di Dio, se non incontro qualcuno adesso che vado
fuori in campagna, e spero propio di non incontrare anima,
i due bambini sono le ultime cose belle che ho visto
in questo mondo di merda. Morir contento per averli
visti.
  Ancora una volta mi racomando l'anima a Dio perch
vado a pagare il mio conto con l'amico Raggio. "Chi copa
deve coparsi" aveva scritto Maddalena Mora sul fondo
della mastella.
  Un ultimo pensiero va al mio paese, alla mia gente, a
mia mamma e mio padre, e a tutte quelle donne che non
ha fatto vivere i figli perch li ha copati con un ferro da
maglia, e a questa donna ultima che, se Dio vuole, il mio
figlio lo far nascere e vivere e gli vorr bene anche per
me.
  Prima di fasciare questo quaderno con la mia camicia e
metterlo dentro il conco (barattolo) della maschera antigas,
chiedo perdono a tutti e perdono tutti, perch anche
io son stato maltrattato da altri. Nella pace del Signore e
nella sua misericordia divina abbandono questo mondo e
questa vita che mi ha disfatto.
Severino Corona detto Zino. San Michele al Tagliamento.
30 luglio 1920. Amen.
...
Epilogo.

  Come raccontava mio nonno, Zino fu trovato dal fattore,
per caso, due giorni dopo, impiccato ai tralci di una vigna,
poco distante dalla grande casa di campagna dove era stato
ospite gradito.
  Raggio aveva mantenuto la sua fosca promessa; aveva
ucciso il rivale con quel bastone perch, anche se ci aveva
pensato a suo tempo, fu dopo averlo visto appeso al muro
dell'osteria che Zino decise di farla finita.
  Una volta terminata con grande emozione la lettura di
questo terribile e commovente manoscritto, ho intrapreso
una ricerca in quel di Erto per conoscere il destino dei personaggi
citati nel quaderno.
  La donna, moglie di Raggio, mor dodici anni dopo il
suo internamento nel manicomio di Pergine Valsugana e
l fu sepolta. Aveva quarant'anni.
  Per buona condotta il fratello di Zino, Bastianin Corona,
usc di prigione nell'estate del 1936, a quarantanove anni,
dopo sedici anni di reclusione. Gliene condonarono quattro.
Riprese il suo lavoro di fabbro fino alla morte che avvenne
nel 1966 a settantanove anni, in novembre, durante le violente
alluvioni che devastarono l'Italia. La sua fucina fu
spazzata via con lui dentro anche se, dopo l'avvento della
diga del Vajont, l'aveva spostata pi in alto, sul rio Moliesa.
Zino fu sepolto per sua precisa volont nel cimitero di Erto.
  Lo trasportarono quass con un carro, a spese della famiglia
che lo aveva ospitato.
  Di Neve, la bambina che non sentiva il freddo, si tramandano
fatti incredibili che, credo, meritino un libro tutto
per lei e che, se ne avr il tempo, vorrei portare a termine
giacch molto ha gi preso forma in qualche taccuino
d'appunti. La ragazza mor giovane, in odor di santit.
Ma non  ancora finita.
  Dopo aver letto l'inquietante manoscritto, d'improvviso
ricordai un fatto che, a distanza di anni, mi mette ancora
addosso i brividi perch le pagine del mio paesano Zino
ne svelano il mistero, annodando quel filo sconosciuto
e perduto da pi di ottantacinque anni.
  Il 27 luglio del 1974, alla cava di marmo del monte Buscada,
ero di turno al filo elicoidale che tagliava la pietra
assieme al vecchio Garlio. Quella fu un'estate calda, di
fuoco come poche che avevano scaldato le rocce di Buscada.
Lavorare alla cava era una tortura. Cos, a turno, badavamo
al filo d'acciaio che tagliava il marmo, in modo da
poterci riposare un poco all'ombra di un telo.
  Verso le quattordici, sotto un sole implacabile che rovesciava
braci roventi sulla testa, Cice Caprin e l'altro Carle
vennero a scalzarci dall'ombra del telo per il loro turno al
filo. Allora il capo Argante Gattini comand a me e Garlio
di andare a prendere due casse di birra nella forra della
Palazza.  una foiba inquietante che i falciatori antichi
chiamavano Porta dell'Inferno e dove anche loro, come
noi, usavano deporre il cibo al fresco.
  Laggi, a cento metri di profondit, sul fondo che pareva
vetro vivo, tra pareti scintillanti di cristalli trasparenti
e ghiaccio perenne, anche noi cavatori mettevamo i
viveri deteriorabili al fresco. Era il nostro congelatore
naturale.
  Quel giorno, 27 luglio 1974, Garlio e io ci recammo nella
foiba per prendere le casse di birra. Tenendoci ai pioli
infissi nella roccia dagli antichi falciatori e a quelli nuovi
sostituiti da noi, illuminato il budello verticale con le pile,
toccammo il fondo ghiacciato. Puntai la pila verso la parete
dove stavano impilate le casse di birra, e per un pelo
non diventai di ghiaccio anch'io.
  Con voce incerta chiamai Garlio che puntasse anche lui
la pila su ci che avevo visto. Garlio orient il fascio di luce
dove gli avevo detto e grid: Madonna!. Per il caldo
anomalo di quell'estate, il giorno prima dalla parete di
ghiaccio s'era staccato un blocco dell'altezza di una porta.
All'interno della buca venutasi a creare stava, come seduta
su un trono, una vecchia tutta vestita di nero, completamente
congelata, con ancora gli occhi aperti. Uno strato di
ghiaccio spesso una spanna la ricopriva, ma era ghiaccio
trasparente come se la vecchia fosse sigillata in un sarcofago
di vetro. Dentro la sua tomba di cristallo si distinguevano
benissimo i minimi particolari. Non dimenticher
fin che vivo quelle mani fuse nel ghiaccio, scure e nodose
come radici di carpino. E anche i piedi erano nudi, lunghi
e storti come due roncole. Ma furono gli occhi, pi di tutto,
a mettermi paura, terrore. Era uno sguardo diretto, fermo,
cattivo, duro. Uno sguardo feroce, insostenibile. La
vecchia ci guardava e pareva che li muovesse quegli occhi,
e che dicesse: "Venite qua che vi metto a posto io".
  Garlio disse che forse si trattava di un'anziana falciatrice
degli anni Venti, caduta per tragica fatalit dentro la
forra e mai pi trovata, perch coperta dalle prime nevi di
settembre.
  Secondo me, dopo quella inquietante scoperta bisognava
avvertire i carabinieri. Poi mi avvicinai di pi con la pila
per vedere meglio e mi sembr di sentire l'alito freddo
della morte uscire da quella bocca raggrinzita dentro il
ghiaccio. Notai che attorno al collo la vecchia aveva una
corona del rosario e, sopra la corona, una cordicella che le
entrava mezzo centimetro nella carne.
  Non credo che Garlio avesse notato quel particolare. Se
lo not, di certo non ebbe tempo di ragionarci sopra perch,
quando sent che volevo chiamare i carabinieri, avvi una
discussione piuttosto animata. Lui diceva no, niente carabinieri.
Sosteneva che se li avessimo avvertiti poi avremmo
avuto solo rogne, interrogatori, e c'era pure il rischio che
chiudessero il nostro frigorifero. Io invece insistevo per
chiamarli. In fondo, si trattava pur sempre di una povera
morta e aveva diritto a cristiana sepoltura. Intanto che si discuteva,
la vecchia impassibile ci guardava con sarcasmo,
come se non gliene fregasse niente di noi, n di nessuno.
  Forse, pi della mia scelta di chiamare i carabinieri, furono
proprio quegli occhi di sfida a far spazientire l'amico.
Garlio s'avvicin alla vecchia e, bofonchiando un Va'
in mona, brutta troia, con un calcio la fece precipitare
nella fessura che, per il caldo, s'era venuta a creare tra il
ghiaccio e la roccia e che sprofondava all'infinito in forma
di foiba. Udimmo i tonfi di quel corpo congelato picchiare
per un bel po' e spaccarsi tintinnando come vetri rotti prima
che i rumori si spegnessero per sempre negli abissi del
budello infernale.
  Garlio e io ci guardammo negli occhi alla luce delle pile
poi, senza parlare, prendemmo una cassa di birra a testa,
risalimmo la Porta dell'Inferno e ci avviammo verso la cava.
  Mentre camminavo davanti a lui, Garlio mi ferm con
un richiamo. Mi voltai con la cassa sulle spalle. L'amico
guard fisso i miei occhi e disse: Neanche una parola sulla
vecchia. Chiaro?.
Chiaro risposi, e la storia fin l.
  Ma oggi, a distanza di anni, dopo aver letto il manoscritto
di Zino, conosco con certezza l'identit di quel corpo rattrappito
nel ghiaccio e scoperto per caso in virt di un caldo
anomalo. Era la vecchia strega Melissa, strangolata con
una corda dai falciatori e sepolta laggi, dentro il ghiaccio
eterno e spettrale, nel cuore della Porta dell'Inferno. Ma
lei si era vendicata. Aveva punito i suoi assassini facendo
morire di morte violenta e in poco tempo gli esecutori materiali,
e riservando una morte terribile, lenta e inesorabile
agli ideatori del misfatto che furono Raggio Martinelli e
Zino Corona.
  Ma anche i malvagi dopo morti possono cambiare. E cos,
come a voler riparare tutto il male provocato nel villaggio,
penso, come Zino, che la vecchia sia poi tornata tra la
mia gente nella figura della piccola Neve o, quantomeno,
l'anima della vecchia era entrata in quella bambina che faceva
miracoli, guariva le persone e non sentiva il freddo.
Neve non sentiva il freddo perch la sua crisalide antica
stava laggi, nel fondo della Porta dell'Inferno, ibernata nel
ghigno della vendetta, avvolta e protetta dal gelo perenne,
nel buio e nella solitudine del mondo. Ma la sua anima di
ghiaccio, un'anima ormai redenta per volont di Dio, era
scappata da quel luogo di morte. Era uscita da quella carcassa
congelata, era tornata in paese nel corpo della piccola
Neve e si era messa a far del bene, perch del male ne aveva
fatto abbastanza. Ecco perch la bambina non sentiva il
freddo: aveva dentro un'anima congelata, un'anima che si
era messa in testa di far del bene, un pezzo di ghiaccio che
diventava fiamma, la fiamma dell'amore.
  Neve mor nel 1948, a ventinove anni, per una malattia
misteriosa che, nel giro di mezza giornata, sciolse il suo
corpo proprio come se fosse stato di ghiaccio. Non poterono
nemmeno seppellirla perch di lei era rimasta per terra
soltanto una larga macchia d'acqua.
  Maria Corona Menin, sua mamma, raccolse un po' di
quell'acqua, riemp una bottiglia, la chiuse ermeticamente
con un tappo e la conserv sulla mensola del camino dove
si trova tutt'oggi.  un'acqua che non evapora, non si
muove, pare che stia l, ferma come il ghiaccio, ad aspettare
qualcosa, a guardare la casa vuota, silenziosa, senza pi
nessuno che vi abita tranne i fantasmi del passato.
  Ma questa  un'altra storia che, come ho detto, spero un
giorno di raccontare.
  Il gesto del vecchio amico cavatore Garlio, che spinse con
un calcio la strega Melissa nelle profondit della terra, gli
cost caro.
  Un paio d'anni dopo mor alla disperata, solo, in pieno
inverno per un'emorragia interna. Lo trovarono dopo
giorni di silenzio, in casa, inginocchiato dietro la porta, la
mano sulla maniglia, nell'estremo tentativo di aprirla per
chiedere aiuto. Tutti pensarono a una fatalit, ma io, che
oggi conosco la storia, sono certo che era stata la vendetta
della strega Melissa. Il corpo del povero Garlio, infatti, era
congelato dal freddo, duro come un blocco di marmo, e il
fatto di esser morto nel tempo gelido dell'inverno non era
certo casuale. La vecchia lo aveva punito col suo alito di
morte, quella morte implacabile che ibernava le persone
col terrore negli occhi.
  Confesso che adesso anch'io, ogni tanto, sono visitato
dalla paura della strega perch, anche se involontario,
fui complice del gesto di Garlio. Mi d coraggio il pensiero
che, se fosse stato per me, avrei chiamato i carabinieri
per recuperare e dare degna sepoltura a quella
donna misteriosa, uscita d'improvviso dal ventre gelato
della terra. E questo la vecchia me lo deve e, forse, me lo
ha gi dato. Per ben tre volte, infatti, nella mia ormai abbastanza
lunga vita, sono stato salvato in extremis da sicuro
assideramento. La pietosa mano del destino  intervenuta
a proteggermi o, se vogliamo, una dannata
fortuna.
  Che quella fortuna sia opera della strega Melissa perch
io avrei voluto seppellirla? Non ho certezze ma credo di
s, e per ringraziarla, e soprattutto ingraziarmela, ho battezzato
col suo nome una delle mie figlie, l'ultima, Melissa
appunto.
  Il bastone di Raggio, invece, accuratamente protetto da
una teca di vetro appesa al muro, si trova ancora l, nell'osteria
di Camino al Tagliamento, che si chiama "Al vlt di
sde", in via Roma al numero 35. Ognuno pu ammirarlo
quando vuole, tranne il luned, giorno di chiusura.
  Chiss se il mio benefattore, quel tipo che il 27 novembre
2003 mi port il manoscritto di Zino, legger mai questo
libro. Nel caso gli dovesse succedere, scoprirebbe, forse
con un certo piacere, o forse con disappunto, che si ritrova
sangue ertano nelle vene. E adesso capisco anche perch,
quando lui e io si beveva al bar Stella di Sabina, ogni tanto
guardava le montagne e continuava a ripetere che il posto
gli piaceva, e che si sarebbe fermato volentieri. Era la sua
parte ertana che parlava per lui, una parte selvatica e ribelle
che ama spazi liberi, cieli aperti e acque correnti.
  Ulteriore testimonio era quell'anellino con la croce donatogli
dalla madre, che tempo addietro lo aveva ricevuto
dalla sua, l'amante di Zino.
  Spero di rivederlo, un giorno, e parlare ancora di questa
triste vicenda. Farmi raccontare la vita della figlia di
Zino, sua mamma; sapere se gli aveva mai rivelato qualcosa,
in fondo Zino era suo nonno.
  Credo che, se avesse avuto la pazienza e la voglia di
leggere il manoscritto, di certo non lo avrebbe consegnato
a me. Ma cos ha voluto il destino: questa storia doveva
diventare pubblica. Adesso lo .

Erto, 18 marzo 2005.
...
Ringraziamenti.
.
Un sentito grazie va alla giovane Paolina Parutto di Claut che
ha battuto il testo al computer logorandosi testa e occhi sulla
mia miaoscopica e quasi indecifrabile scrittura a mano.
...
.
...
FINE.